Narrativa

La felicità degli altri

Pellegrino Carmen

Descrizione:

Categoria: Narrativa

Editore: La nave di Teseo

Collana: Oceani

Anno: 2021

ISBN: 9788834605189

Recensito da Elpis Bruno

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La felicità degli altri è un romanzo ispirato a una triste vicenda di cronaca (“Ritrovamento a Venezia del corpo mummificato di… un professore, morto sette anni prima nella sua casa… Quello che in fondo volevo era inventare una vita di riserva per un uomo che come tanti è vissuto nell’ombra e nell’ombra è morto”), che alimenta l’immaginazione e la particolare sensibilità di Carmen Pellegrino, scrittrice da sempre attenta al tema dell’abbandono, concetto questo inteso in senso sia umano sia geografico.

La storia: Clotilde – che si farà chiamare prima Cloe, poi Anais – patisce nell’infanzia una difficile situazione familiare (“Ero sola, e lo era anche Emanuel. Non potevamo stare con gli altri, nostra madre non lo permetteva: portano malattie, diceva”) decretata dalla madre Beatrice, forse violenta, sicuramente molto gelosa del marito Manfredi.

Dopo la tragica morte del fratello Emanuel, l’elaborazione del dolore e del lutto familiare viene personalizzata da Cloe che accumula un rifiuto decisivo per la figura materna, con ricadute sulla sua stessa possibile maternità.

Perseguitata da ricordi fantasmatici (“I fantasmi iniziarono a farsi avanti delineando il nucleo della collisione”), assegnata a una casa-famiglia – la Collina (“Fu il Generale a portarmi sulla Collina. Mi prelevò alla stazione dove ero stata lasciata e mi portò nella… Casa dei timidi”) – Cloe intesse legami d’affetto con il giovane Jerus-alem (“Aveva la faccia contratta in un’elegia… il suo gocciolio divallava lungo le mie gambe e io intuivo che quella cosa somigliava all’amore”), sotto la protezione del Generale (“un visionario che crede ancora alle spedizioni dei bambini”) e di Madame, che assumono il ruolo di genitori adottivi.

Ma un incendio distrugge la Collina (“Si è saputo chi è stato?”) e la conseguente diaspora dei giovani ospiti porta Cloe a Vinegia-Venezia (“Dopo l’incendio lasciammo la Collina e ci disperdemmo. Ci accomunava la disappartenenza e io ho continuato a praticarla anche in seguito, in docile silenzio”), ove conosce e frequenta il professor T. (“Nel tempo trascorso a Venezia, passeggiai speso con il professor T.”), docente di Estetica delle ombre (“Caravaggio dipingeva l’ombra, il buio. Conosceva il luogo oscuro”).

Il mecenatismo di Madame permette a Cloe di completare gli studi e di vivere nella casa del ghetto ebraico di Venezia.

I dialoghi con il nuovo amico professore (“Ciò che resta in ombra si abitua a non essere guardato”) consentono alla tormentata giovane – che fallisce il matrimonio con Baldassarre – di maturare una nuova consapevolezza (“L’incontro con le ombre del professor T. lasciò realmente un segno in una parte di me, quella acquartierata alla foce di acque primordiali che, come nei miti polinesiani, erano acque immerse nelle tenebre”).

Il ritorno alla Collina (“Dicono che ci sia un posto nel mondo per ciascuno di noi e a quello tendiamo senza sosta, anche se non si sa dove sia…”) e l’incontro con il fantasma del professor T, il viaggio al villaggio natale ove vive la madre e una visita del padre aiutano Cloe a reinterpretare la propria vita anche in chiave evolutiva.

Con uno stile personale e ricco di citazioni culturali (“Se un dipinto avesse potuto rappresentare la mia vita in quei giorni, certamente sarebbe stata una pittura di VilhelmHammershoi: … una donna sospesa e di spalle che fissa l’oltre di una finestra…”) e anche bibliche (“Giobbe … E di quei vecchi figli sacrificati non sappiamo niente. Nessuno se ne interessa…”), adottando e interpretando concetti propri di altre discipline – come quello dell’anastilosi e dell’abscissione (“Il distacco avviene in corrispondenza di una parte anatomica, denominata giunto di abscissione, costituita da uno strato di cellule protettive che delimita la zona di separazione”) – Carmen Pellegrino affronta in modo originale i temi dell’infanzia negata (“Ė ancora ai bambini che guarda, siriani, messicani, i bambini soldato, gli abusati, gli annegati, quelli riversi su una sponda…”), dell’infelicità strutturale, della marginalità (“La società della felicità a ogni costo condanna quelli che non sono felici, e a questi non resta che camminare di lato; poi li maledice per il modo di camminare raso ai muri e per l’aria che inquinano con la loro tristezza; infine li combatte finché non si chiudono in casa, in un recinto che li tenga separati”) e dell’abbandono restituendo – grazie al potere creativo dell’arte – voce emozionata e dignità di protagonisti agli eroi anonimi che nella quotidianità scontano, nella solitudine, il male di vivere.

Bruno Elpis

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