Narrativa

LA FELICITA’ TERRENA

Mozzi Giulio

Descrizione: Siamo abituati a desiderare. A desiderare cose nuove che ancora non possediamo, rapporti sereni con le persone che abbiamo attorno, soluzioni efficaci per i problemi della vita di tutti i giorni. Siamo dunque convinti che la felicità, sulla terra, stia nel soddisfare questi desideri. Giulio Mozzi nei racconti del suo libro mostra invece una possibilità differente: che i nostri desideri crescano a tal punto da uscire fuori di noi e creare un mondo diverso da quello reale, che a quello reale si sovrappone e che quello reale nasconde. L’immaginazione non può certo prendere il potere e cambiare lo stato delle cose, ma costituire un nido entro cui ripararsi sì. La felicità che ne deriva è di questa vita e non riguarda solo i personaggi del libro, ma tutti noi lettori. Pubblicato originariamente nel 1996 da Einaudi, entrato nella cinquina di finalisti del Premio Strega di quell’anno, La felicità terrena è il libro più importante di Giulio Mozzi e torna disponibile in una nuova edizione con testi inediti e una nota finale d’autore.

Categoria: Narrativa

Editore: Laurana Editore

Collana: Rimmel

Anno: 2012

ISBN: 9788896999172

Trama

Le Vostre recensioni

In anni in cui case editrici, soprattutto se “di gruppo”, paiono attente ad aggiungere continue novità a catalogo, a dispetto d’una azione di rivalorizzazione del già pubblicato – a meno che non si stia parlando d’Autore appena passato a miglior vita!, ovviamente – Laurana ha deciso di ridare ossigeno a due titoli che ritengo importanti: “Il male naturale” (già Mondadori, 1998) e “La felicità terrena” (già Einaudi, 1996), entrambi a firma di Giulio Mozzi.

È chiaro che quest’opera di rivalorizzazione, già meritevole di per sé, non toccherebbe comunque vertici qualitativi se non stessimo parlando di due Opere di grande valore. Se la casa editrice milanese ha deciso, attraverso la ripubblicazione de “Il male naturale”, tra l’altro, di svincolare il testo dalla censura cui fu sottoposto, attraverso quella di “La felicità terrena” credo si sia deciso di ridar voce a un testo tanto intimamente novecentesco, quanto in grado di aprire la strada a una narrativa che ha molto da insegnare ai nuovi Duemila.

Mi soffermerò in particolare sul secondo libro.
A dirla tutta, “La felicità terrena” non è esattamente la stessa raccolta di racconti comparsa una quindicina d’anni fa: manca all’appello “Migrazione” al tempo scritto a quattro mani con Marco Franzoso, il che fa del libro – se possibile – un corpus ancora più intimo; e son stati aggiunti “Verde e oro” e il delicatissimo “Gilda T.” insieme a uno scritto di Carlo Dalcielo-Giulio Mozzi (a chiusura e quasi a commento del volume). Questo fa dell’Opera un’altra Opera? Ni, direi. Non necessariamente.

Il suo fulcro resta ancorato a una prosa chirurgica, in grado di scomporre sin l’ultimo brandello corporeo dei diversi personaggi-protagonisti e delle loro azioni. La prosa di Mozzi pare avere il dono del bisturi e la pazienza dell’appasionato di modellismo, chiamato a ricreare su scala il monumento – qualsiasi esso sia – fin nelle profondità delle crepe incise dal tempo:
«Il bambino le cresceva bene, Maria Annunziata aveva cominciato a parlargli e lui aveva cominciato a risponderle, facendo dei balbettamenti, poi delle parole scorciate o condensate, di due o tre parole ne faceva una sola, che diceva all’improvviso […]; poi aveva cominciato a fare delle frasi, a dire voglio questo e non voglio quello, e correva sempre in giro per le due stanze della casa toccando le cose e dicendo come si chiamavano, e quando non si ricordava il nome se l’inventava, o gli dava il nome di una cosa che gli somigliava, la poltrona ad esempio si chiamava zio perché lì si sedeva sempre il fratello di Maria Annunziata, quando veniva a trovarla due o tre volte la settimana, la domenica quasi sempre» (da “Il bambino morto”, pagg.24-25).

È una prosa solo in apparenza semplice, in grado di scolpire la testa del lettore, isolando singole azioni, singoli dettagli per riannodare continuamente l’ultimo di essi a quello che segue, è quasi un loop, un ritornello che porta avanti la narrazione per gradini, profondamente modellante un sapere novecentesco d’interstizi, qualcosa che mi ricorda le pagine meno argentine di “Si sta facendo sempre più tardi” dello scomparso Tabucchi (ma attenzione!, il citato libro dello scrittore pisano è posteriore a “La felicità terrena” che, come già ricordato, appare per la prima volta nel 1996!). Di quella linea novecentesca, “La felicità terrena” credo mantenga vivo il gusto per i sottesi, per quella ricerca che non è solo di felicità ma anche di contatto umano, di sottile battaglia tra il quotidiano e ciò che esso cela ai nostri occhi, ricordandoci di non cedere a tanta ipertrofia dell’Io. Ogni racconto di Mozzi va a fondo d’una singola microvicenda che s’espande sino a invadere l’intera vita della persona, evocandomi le migliori pagine di Lodoli. Tutto l’universo situazionale sembra trarre ispirazione dalla normalità, da un’assenza di eccessi che fa risaltare – dunque per contrasto – persino il volo d’ogni singola foglia che si stacca dall’albero. Alcuni racconti presentano anche lo stesso Giulio come protagonista, immerso in quel gioco di specchi, di finzione-non-finzione, in grado di farci sentire ancora più vicino la sua voce d’Autore. È un’Opera che ricorda “Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)” per il tono con cui il contatto tra personaggi d’Autore è costantemente reiterato e trasposto nello studio dei corpi, presente e vivido sin dall’immagine di copertina di Claudia Pescatori:
«In quel momento […] pensavo che forse quella ragazza era veramente felice, avendo completamente perduto il controllo di se stessa. La tua felicità terrena, le dicevo mentalmente, non perché sia una felicità meritevole ma per il prezzo al quale è stata pagata, sarà compensata dopo il mondo con la felicità dell’appartenenza assoluta a un altro: come una caduta che non può finire, un’immersione senza annegamento, un dio nel quale ci si perde» (da “Tilli”, pag.115).

Da scoprire è il racconto “Paperoga di notte”, vera prova che si stacca dall’ambientazione dominante delle restanti pagine: quello che m’ha evocato le atmosfere migliori, più originali – ma, mi rendo conto, parliamo di gusto personale. La si legga anche così, quest’Opera, dimenticando che nel 1996 aveva già ottenuto la sua dose di successo essendo selezionata per lo Strega, la si legga come se venisse pubblicata oggi per la prima volta: ha molto da insegnare.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Giulio

Mozzi

Libri dallo stesso autore

Intervista a Mozzi Giulio

Da lassù abbraccia piazza Trento e Trieste

Una brutta costruzione di cemento in equilibrio su un precipizio appare tra le curve della strada costiera. Sarà un bar? Una trattoria per camionisti? È comunque il primo locale pubblico dopo chilometri di curve percorse sotto il peso di un'afa opprimente. L'uomo e la donna viaggiano da ore sotto il sole implacabile, e sono di pessimo umore per qualcosa che è successo la sera prima. Quella breve vacanza avrebbe dovuto riavvicinarli, ma niente sta andando per il verso giusto. Hanno proprio bisogno di un caffè, così decidono di fermarsi. La breve pausa distensiva si prolunga però oltre ogni possibile previsione, caricandosi di una tensione crescente. L'oste, un personaggio sgradevole e untuoso, li stordisce di chiacchiere e continua a servirgli piatti che loro non hanno ordinato. All'arrivo del conto, esorbitante, l'irritazione dell'uomo raggiunge il culmine. È una catena di eventi che sarebbe possibile spezzare in qualsiasi momento, e che invece si dipana inesorabilmente fino all'attimo in cui tutto collassa, così che una giornata storta come ne possono capitare a chiunque si trasforma in un incubo senza ritorno. Tra Friedrich Dürrenmatt e Patricia Highsmith, un thriller psicologico ad alta tensione.

Una giornata nera

Costa Aldo

Si dice che si vive una volta sola, ma purtroppo non sempre è così

Paul A. Valenti

Boscobasso, succulento borgo in provincia di Cremona, è in subbuglio. Non solo il liutaio Arcari è stato trovato morto in circostanze imbarazzanti, ma pare che la sua perfetta mogliettina si sia messa a intrallazzare col becchino, mentre l'ex sindaco è "fuggito" dalla sua tomba: è troppo persino per il maresciallo Bellomo e per i suoi due obbedienti sottoposti. Nel breve volgere di due giorni, mezzo paese viene preso dalla febbre dell'intrigo, che non risparmia nessuno: dalla segretaria comunale Gigliola, zelante in tutto tranne che nel lavoro, al ruvido macellaio milanista Primo Ruggeri, per non parlare della bella barista Elena, contesa tra due uomini e ben decisa a conquistarne un terzo. L'indagine si complica, finché il maresciallo perderà, se non la testa, perlomeno il cappello... Una commedia degli equivoci sul filo del giallo che mette in scena con gusto la provincia italiana, i suoi caratteri, la sua allegria e i suoi misteri, in un intreccio che coinvolge e trascina come una sarabanda.

Il cappello del maresciallo

Ghizzoni Marco