Teatro

La Figlia di Jorio

D’Annunzio Gabriele

Descrizione: Notizia sul testo, Note di commento, Cronologia della vita di Gabriele d'Annunzio a cura di Annamaria Andreoli. Nell'ebook si ripropone il testo di La figlia di Iorio raccolto in Tragedie, sogni e misteri, a cura di Annamaria Andreoli, con la collaborazione di Giorgio Zanetti, «I Meridiani», Mondadori, Milano 2013. Gli apparati informativi riproducono quelli pubblicati nell'edizione dei «Meridiani»; la Cronologia riproduce quella pubblicata nel primo tomo delle Prose di ricerca (a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti, «I Meridiani», Mondadori, Milano 2005). Scritta nel 1903, rappresentata nel 1904 e dopo due anni musicata, La figlia di Iorio è senza dubbio il capolavoro teatrale di Gabriele d'Annunzio, l'opera drammatica che più si avvicina, per toni e motivi, alla poesia delle Laudi. La vicenda appassionata e tragica di Aligi, che ha «dormito settecent'anni», e di Mila di Codro, peccatrice nel senso più arcaico e favoloso del termine, non ha infatti di reale che alcuni momenti indispensabili: il resto, il valore definitivo, bisogna ricercarlo nel modo con cui la realtà, per pura forza di poesia, riesce a trasformarsi in mito. La chiave di lettura di questa tragedia delle «nostalgie abruzzesi» è dunque nel senso totale della rappresentazione, nei sentimenti corali e religiosi che animano questi personaggi che, perduti i loro contorni concreti, si dissolvono in figure di sogno, in una dimensione lirica e senza tempo.

Categoria: Teatro

Editore: Mondadori

Collana: Meridiani

Anno: 2014

ISBN: 9788852041761

Recensito da Angelo Favaro

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La Figlia di Jorio o la tragedia della poesia inesauribile

D’Annunzio giunge in vacanza fra Nettuno e Anzio, in una splendida villa, ospite: l’estate è ardente, la bellezza erotizzante, il desiderio continua a far vibrare la sua anima, il suo corpo. Ha quarant’anni. È in crisi la vicenda sentimentale con Eleonora Duse, ma fra poche settimane, nell’autunno del 1903, conoscerà Alessandra di Rudinì, che Gabriele chiamerà Nike. E fra cavalcate lungo la macchia mediterranea, la contemplazione d’un Tirreno cangiante e dagli azzurri intensi, mentre in lontananza il Circeo gli rimembra antichi miti, compone una tragedia ferina e pastorale. La villa è Villa Borghese, una residenza gentilizia, che troneggia su un colle, fra pini e una rigogliosa macchia boschiva.

Nella tragedia si svolge la vicenda del giovane pastore Aligi, che nel giorno di San Giovanni, con la famiglia, appronta i preparativi per le nozze con Vienda. Lazaro di Roio, il padre di Aligi, con la madre e le sorelle e le donne sono intenti ai riti pre-nuziali, intrisi di superstizioni e antichissimi cerimoniali, mentre tutti sono attenti a non compiere errori e a ripetere le tradizionali litanie, ecco giungere trafelata e sconvolta nella casa Mila di Codro, la figlia di Jorio, una fanciulla che tutti credono capace di compiere azioni magiche e praticare la stregoneria. Ella fugge da contadini ubriachi che vorrebbero usarle violenza. Aligi accoglie e difende la fanciulla che tutti gli altri vorrebbero mandare via subito e lasciare al proprio sventurato destino di violenza.
Nel secondo atto, incontriamo Aligi e Mila in montagna, ormai salvi in una grotta, oggi detta del Cavallone, sulla Majella, che li accoglie, e mentre l’una incoraggia il ragazzo e lo aiuta, l’altro decide di scolpire una grande statua che rappresenti un angelo divino. Ma è in questo momento che giunge il padre di Aligi, Lazaro, che vuole indurre il figlio a tornare a casa e dimostrare che Mila è una donna perduta: tenta di violentarla. Aligi uccide il padre e così viene condannato a morte: a questo punto Mila interviene addossandosi la colpa dell’omicidio, salva il giovane, ma viene condannata al rogo e muore sacrificandosi per amore. Così si conclude il terzo atto di un’opera dalla straordinaria carica poetica, ma anche antropologica, o innervata del folklore abruzzese.

Annamaria Andreoli ha lungamente indagato e studiato e scritto su questa tragedia: d’Annunzio compone La Figlia di Jorio volendo edificare un monumento al popolo, al popolo che diviene autore oltre che protagonista, nasce come un testo dove il poeta scava alla ricerca delle origini, esattamente come avevano agito i romantici italiani e tedeschi, ai primi dell’Ottocento.

Originario è anche il tempo dell’azione tragica: un’antica leggenda che si svolge in un Abruzzo celtico o bretone, oltre ogni definizione temporale, dove i personaggi si esprimono in una lingua poetica, quasi sacra. D’Annunzio, raccogliendo le suggestioni linguistiche e della poesia del suo tempo, ma anche quelle remotissime di Dante e Boccaccio, plasma una lingua unica, mai udita fino a quel momento, intrisa di accenti e nomi popolari, ma anche complessa e moderna, per far agire e parlare in scena Mila o Aligi, Lazaro o Candia della Leonessa, madre di Aligi. Infinite le fonti, e non solo letterarie, alle quali attinge per la sua tragedia pastorale.

L’onore delle scene giunge a solo un anno dalla scrittura: nel marzo del 1904, al Lirico di Milano, ecco la prima de La figlia di Jorio affidata alla compagnia drammatica Talli-Gramatica-Calabresi. Uno straordinario successo consacrò l’opera, al quale aveva contribuito l’amico di Gabriele, l’artista Francesco Paolo Michetti: fu lui a concepire la tela che ispirò la tragedia, fu lui a curare le scenografie e i costumi della prima. Molti anni dopo, esattamente trenta, nel 1934, sarà invece un altro grande artista a curare scenografie e costumi, Giorgio De Chirico, per la messa in scena a cura di Luigi Pirandello, al teatro Argentina, in occasione del Convegno Volta sul Teatro Drammatico. Così volle e ottenne Mussolini. La tragedia è ancora intrisa d’un eros selvaggio che si mesce alla fascinazione della stregoneria e al sacro cristiano, in una conturbante poesia inesauribile.

Ad Anzio una conversazione sulla Figlia di Jorio con la prof.ssa Annamaria Andreoli, nell’ambito delle manifestazioni di Occidente, venerdì 8 ottobre, presso il sito archeologico della Villa Imperiale di Neronè (ndr: vedi evento a questo link). Di straordinario impatto emotivo l’esecuzione di alcuni brani tratti dalla tragedia affidati alle voci di due attori di talento: Elisabetta Femiano e Danilo Proia, entrambi dalla luminosa carriera e che hanno lavorato in teatro con alcuni fra i più apprezzabili registi italiani, fra i quali è necessario rimembrare almeno il maestro Luca Ronconi. Aveva scritto in una lettera all’amico Michetti: «Tutto è nuovo in questa tragedia e semplice. Tutto è violento e tutto è pacato nello stesso tempo. L’uomo primitivo, nella natura immutabile, parla il linguaggio delle passioni elementari… E qualcosa di omerico si diffonde su certe scene di dolore. Per rappresentare una tale tragedia son necessari attori vergini, pieni di vita raccolta. Perché qui tutto è canto e mimica… Bisogna assolutamente rifiutare ogni falsità teatrale.»
Ecco una tragedia in cui tutto è canto, tutto è vita, anche il sacrificio.

Angelo Fàvaro

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