Narrativa

La Locanda dell’Ultima Solitudine

Barbaglia Alessandro

Descrizione: Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio. Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che lì e solo lì, in quella locanda arroccata sul mare costruita col legno di una nave mancata, la sua vita cambierà. L'importante è saper aspettare, ed essere certi che "se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo". Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Da anni scrive lettere al padre, che lui non legge perché tempo prima, senza che nessuno ne conosca la ragione, è scomparso, lasciandola sola con la madre a Bisogno, il loro paese. Ed è a Bisogno, dove i fiori si scordano e da generazioni le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano il compito di accordarli, che lei comincia a sentire il peso di quell'assenza e la voglia di un nuovo orizzonte. Con ironia leggera, tra giochi linguistici, pennellate surreali e grande tenerezza, Alessandro Barbaglia ci racconta una splendida storia d'amore.

Categoria: Narrativa

Editore: Mondadori

Collana: Omnibus

Anno: 2017

ISBN: 9788804673149

Recensito da Elpis Bruno

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Secondo Alessandro Barbaglia, La Locanda dell’Ultima Solitudine è un luogo davvero speciale.

“Ci sono tre motivi per cui vale la pena andare alla Locanda dell’Ultima Solitudine. Il primo è perché si mangia bene. Il secondo è perché ci si può andare solo in due. Il terzo è perché laggiù ci impari a vivere. E, quindi, anche a morire”.

Alla Locanda convergono le storie di Libero e Viola.

Lui vive nella Città Grande, lei a Bisogno.

Lui scova un biglietto in un baule, donatogli dalla vicina di pianerottolo in fase di trasloco. Così Libero prenota un pranzo alla locanda con dieci anni di anticipo. Nella convinzione che tra dieci anni succederà qualcosa di importante.

Lei (“Viola: lei era una giovane, selvaggia. Ma era comunque un fiore. Aveva radici. E quelle ti salvano, anche quando ti sembra che siano solo un inutile legame”) ha alle spalle una dinastia di donne con nomi di fiori, che abitano nella Casa del Petalo e sono dedite ad attività a dir poco strampalate (“Avrebbe affittato le stanze della casa, a tariffe orarie, alle persone che avevano un dolore dentro e avevano bisogno di urlarlo. Ma che non sapevano dove farlo”). Viola vive nel rimpianto per un padre che si è volatilizzato nel nulla, un padre al quale scrive centinaia di lettere (“Poi prese la lettera e la imbustò. Come tutte le 188 che l’avevano preceduta. E la imbucò nel camino acceso. Come tutte le 188 che l’avevano preceduta”).

Libero smarrisce il suo cane Vieniquì, Viola incappa in uno scandalo di paese (“Ci hanno trovato lì. Addormentati. Nudi. Io e don Piter”).

Lo sfondo della storia è sospeso tra fantasia e ingenuità metafisica; il tenore della narrazione indulge a un umorismo ai limiti della freddura (“Se tutto fosse andato sempre solo seguendo i piani, allora lei sarebbe stata un ascensore, mica una donna”) e si abbandona a una filosofia in odore di tautologia (“Il problema non è quasi mai qualcosa che c’è. Perché, se c’è, ti ci metti lì e, bene o male, qualcosa risolvi. Il problema è il non poter risolvere qualcosa che non c’è. Perché non c’è”).

Bruno Elpis

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Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto. Un contatto vero, umano, che è andato oltre i gesti e le parole che il mio angusto ruolo richiedevano. Poi c'erano i foglietti di carta che affollavano le tasche del mio camice e la penna sempre a portata di mano per rispondere alla mia vocazione alla poesia. Ho cercato di andare oltre, di oltrepassare l'arida meccanicità che il mio lavoro in sé richiedeva, ho alzato lo sguardo dai numeri del display per incontrare gli occhi di chi mi stava davanti. Ho cercato di vedere le persone così come sono, con le loro debolezze e le loro grandezze e di affidarmi al fatto che non sapevo altro di chi mi stava di fronte se non che era il mio prossimo, nel senso più ampio e lato del termine. Un essere umano con la sua storia invisibile, una persona cui dovevo rispetto, attenzione e gentilezza cosi che quei pochi istanti in cui eravamo in relazione si aprissero a un tempo altro. Ho cercato di 'scoprire tra la polvere quotidiana il granello di purezza che c'è', è ancora Simone Weil, anche se non sempre ho trovato la purezza, forse perché si esprime solo a sprazzi, in attimi che pure esistono e quando arrivano illuminano il tempo, ne levigano il senso.

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