Dal libro al film

La morte a Venezia

Mann Thomas

Descrizione: Una Venezia estiva ammorbata da una peste incombente ospita l'inquieto Gustav Aschenbach, famoso scrittore tedesco che ha costruito vita e opera sulla più ostinata fedeltà ai canoni classici dell'etica e dell'estetica. Un sottile impulso lo scuote nel momento in cui compare sulla spiaggia del Lido la spietata bellezza di Tadzio, un ragazzo polacco. Un unico gioco di sguardi, la vergogna della propria decrepitezza, la scelta di imbellettarsi per nasconderla, sono i passi che scandiscono la vicenda. In pieno Novecento, Thomas Mann ha colto e rappresentato la grande cultura borghese in via di dissoluzione, in un'opera emblematica che fonde la perfezione formale con la rappresentazione degli aspetti patologici di quella crisi.

Categoria: Dal libro al film

Editore: Marsilio

Collana: Gli elfi

Anno: 2009

ISBN: 9788831796613

Recensito da Elpis Bruno

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“La morte a Venezia”  incontra lo scrittore tedesco Gustav Aschenbach per mano di Thomas Mann in un assolo narrativo di amore, distruzione, arte e bellezza (“Riposare nella perfezione è il sogno di chi tende all’eccelso, e non è forse il nulla una forma di perfezione?”).

Su Venezia sembra incombere un’oscura pestilenza, sottaciuta dalle autorità cittadine. Il fascino della laguna (“Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi”) fa da contrappunto alla bellezza efebica di Tadzio, un ragazzo polacco che lo scrittore intravede sul Lido. Il giovane impersona i canoni fidiaci dell’armonia e della proporzione (“La sua bellezza era inesprimibile e, come altre volte, Aschenbach sentí con dolore che la parola può, sí, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla”). Lo scrittore ne è incantato (“Felicità dello scrittore è il pensiero che può divenire totalmente sentimento, il sentimento che può divenire pensiero”) e lo ricerca in ogni luogo, in ogni momento. Il rapporto è meramente platonico (“Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall’educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola”): fatto di sguardi allusivi, di pedinamenti furtivi, di inseguimenti. Achenbach si mantiene in disparte, si culla nel sentimento proibito (“Ormai Aschenbach conosceva ogni linea e ogni atteggiamento di quel corpo così squisito e così liberamente rivelato; salutava con gioia sempre nuova ogni bellezza già nota, e non si saziava di ammirare con delicato piacere dei sensi”) e si vergogna del proprio aspetto di fronte a tanta soavità.

Il decadentismo letterario opera a tutto tondo: nelle descrizioni delle atmosfere veneziane, nell’aria ammorbata, nell’agonia – prima sentimentale e poi anche fisica – di Aschenbach, nella concezione estetica di una forma apollinea che riveste il dionisiaco di un amore impossibile. Non sarà un caso che un regista come Luchino Visconti ha reso questa storia struggente in un film che è l’apoteosi del manierismo decadente.

Bruno Elpis

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