Poesia

La morte di Empedocle

Di Carlo Franco

Descrizione: "La voce di un poeta che nel seguire le intermittenze della coscienza ci indica una volta di più la necessità della poesia, unica via di salvezza..." (dalla prefazione di Andrea Matucci)

Categoria: Poesia

Editore: Edizioni DivinaFollia

Collana: Trasversalia

Anno: 2019

ISBN: 9788899935702

Recensito da Redazione i-LIBRI

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La morte di Empedocle – Pubblichiamo il saggio di Alessandra Mattei sulla silloge di Franco di Carlo

Franco Di Carlo è senza dubbio un poeta ingaggiato e confidente della poesia colta, ma – ancora di più – di quella filosofica e metafisica, che coltiva con studio amorevole e vivo, cercando di definire una lucida e laica via che conduca all’universale, all’eterno logico aristotelicamente inteso come bene primario di specie.
Più esattamente, l’eterno a cui aspira Di Carlo è pre aristotelico e post aristotelico: è cioè, nei riferimenti espliciti e nelle citazioni di cui è tramata da ultimo anche questa raccolta, un universale assoluto, di specie, che risiede nel linguaggio e che, in quanto tale, vede convergere filosofia del linguaggio, linguistica, poesia e riflessione filosofica pura.
Allo slancio ciclopico di questa riflessione totale intorno all’attitudine concettuale e comunicativa, si affianca l’apertura ad una apparente  a-temporalità di contesto che lega, secondo la lezione dell’amato Leopardi, la tradizione greca alla riflessione sulla contemporaneità, in una frattura che non estingue il senso originario, ma lo amplifica piuttosto dentro gli echi Nietzschiani e Heideggeriani.
Il mondo classico, che nutre in filigrana la raccolta, nelle sue sedimentazioni mitiche appare depositario di una capacità di disvelamento del mistero che la permea e attraversa, di avvicinamento dell’indicibile come ci ricorda l’esemplare componiomento Profezia[1]e di pieno dispiegamento del canto, che ammaestra e converte, al valore poetico di un Orfeo ora in fuga[2]. Questa coincidenza perfetta di esprimibilità e cosa, quest’unità di natura e uomo -come ha giustamente ricordato in apertura del suo scritto Andrea Matucci- è il centro dell’anelito poetico di Di Carlo, che si avvia per l’appunto, nella tradizione più nobile della poesia neoclassica o protoromantica di Hölderlin, con la perdita di tale equilibrio coincisa con la morte di Empedocle, filosofo greco del V secolo a.c.
Il valore carsico che Di Carlo attribuisce alla figura del poeta ed all’ufficio della poesia nell’impossibile riallacciamento di questi fili, lo pone in una posizione del tutto eccentrica del postmoderno: nel solco della più nobile tradizione moderna, che è stata prima frattura tra origine e contemporaneità, esso si mette in cammino verso l’origine, munito dello sguardo scettico di chi conosca il mistero del linguaggio, la convenzione comunicativa e lo scarto ermeneutico dell’azione femica[3].

Citazioni infinite, sovversive esplosioni
postmoderne spogliate di ogni orpello.
Quando l’incontrai oltre il monte della follia,
s’abolirono i confini tra essere e nulla e impersonale voce
nacque originaria e distaccata.

Il nuovo poeta, consapevole di aver perso l’aureola benjaminiana, non si limita ad una ricerca estetica del proprio ufficio, ma nella ricomposizione formale del metro, nell’austera ed asciutta essenza delle linguaggio, nelle immagini dai referenti semantici puramente concettuali -cioè linguistiche- esprime una ricerca rizomatica: il superamento della frammentazione del reale da cui pure discende la modernità non è vinto, ma superato dall’azione poetica che non qualifica il poeta come un’accidente ma come suo presupposto ontologico imprescindibile.
Non dunque il reale perfettamente intellegibile, ma l’azione titanica della poesia è il letto della riflessione di Di Carlo, che per questo interroga non solamente l’amato Leopardi, ma l’Ungaretti di Sentimento del tempo (mi permetto di dissentire dall’interpretazione di Matucci che vedeva interrogato il frammentismo di Allegria) proprio nell’urgere consapevole della fugacità e del limite dell’esperienza umana raffrontata all’energia ancipite del mito, nella sua incarnazione del tempo circolare.
Nel componimento Il ramo d’oro sembra emergere con chiarezza questo aspetto. Recita infatti[4]:

Antico rituale di Eros
tra foschi boschi di rami d’oro,
ma dove è finita la luce?
Sull’isola tramonta la luna.
Sola attende Diana tremante
l’alba lustrale a levante.
Nuda onda, visione necessaria
per sperare nella salvezza della liberazione.

Una sorta di estetica della luce [5] che, seppure ben espressa anche nella sua resa squisitamente visiva in La pietà della luce, diviene esplicito riferimento ermeneutico:

Attento al messaggio e al tema dell’opera m’accostai alla forma della parola
rintracciandone la cifra grammaticale.
M’ero mosso a ridosso di invenzioni
nuove letture analitiche, visioni interrogazioni, per esperire il mondo.

Ritratti funzionali che svelano
mettono in opera la verità che tende a nascondersi. Identità profonda creata in assenza.
Lo sguardo del pittore pensò la luce
che scruta e rivela le zone d’ombra
da sempre sottomesse o appena nate.

O ancora da Il ciclo del ritorno[6]:

Il fine apparve. Il ciclo del ritorno
Vide la luce e la diffuse intorno alle figure,
agli sguardi, ai tuoi sensi svelati.
Udì la voce invisibile lo spazio lontano, l’ultimo tempo.
Una renovatio mundi impensabile.
Vano recupero dell’impossibile.

richiamo alla buona prassi – dunque – della comprensione nell’ufficio della parola poetica con la quale, per Di Carlo, si può definire l’essenza dell’homo poeticus; dell’indagatore senziente, che non pratica poesia, ma è piuttosto fatto di poesia.
Ricerca dell’essenziale dunque come propensione all’approccio d’indagine che, scoperti recisi i fili che legano affermazione poetica e natura circostante, pongono il nuovo Orfeo sul cammino che unisca i due punti. Ne fanno cioè un viandante, sulla rotta della parola, che ora è strada, percorso, attraverso il quale agevolare il contatto, l’itinerario del disvelamento interrotto dalla frattura con l’origine e dall’improferibilità del messaggio, dall’inesauribilità del messaggero[7].

È lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce.
Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio
all’interno, verso un tacito discorso.
Un silenzio che parla con se stesso e dice l’essere
prossimo alla voce.

Fin qui, nella grandiosità di un’immagine che denunciando il fallimento della poesia nel tempo alienato del moderno ci restituisce lo scacco grandioso dell’artefice e del mezzo, parrebbe essere il grumo storico, la vera e ultima propensione di pensiero dell’autore, la sua affiliazione nobiliore.
Il balzo in avanti è dato dall’attitudine all’universale: non all’assoluto.
Accettata l’Esperia irraggiungibile della poesia del lucore, non la parola fissa alla siepe dei denti di classica fattezza, ma l’attitudine linguistica, cioè esplicitamente comunicativa su base volontariamente convenzionale esprime la ricerca del raggiungibile.
Ciò implica che è il comportamento poetico, primo e più profondo comportamento creativo, ad aver titolo di definire lo spazio commerciabile del concettualizzabile e dell’esprimibile dentro un’economia di significati condivisi[8].

[…] Costruisce la pietra fiabesca del regno
che resta in lontananza. Riempie il silenzio. Raggiunge il segno dell’Evento unico.
La contrada dei violini allusivi
svela il suono occulto nel cammino
verso il linguaggio che chiama e che parla.
Custode essenziale. Parola aperta
all’abbraccio proteso. La strada invade
il pensiero e prepara altre vie parallele.
Guidano all’arrivo senso e ragione del Logos.

Distruggono il dominio del metodo. Fiume nascosto che apre il percorso spirituale. Capacità
di pensare il vero significato. Tutto quindi è via viaggio verso lo sguardo teso al luogo
ove dimora la voce al bivio. L’autentica
esperienza del linguaggio ancipite essenza
nella sua pura e assoluta semplicità.

L’esplicito richiamo alla linguistica classica, l’interrogazione puntuale del rapporto tra significante e significato spiega la volontà di questo poeta così classicamente contemporaneo di ricompattare metri e ritmi dentro un’accezione tradizionale, di puro ed esplicito ossequio delle forme del passato.

Come Ungaretti, ancora, e come Leopardi, l’adesione alle forme della tradizione nell’attitudine incoercibile all’innovazione formale sono lo scarto di affiliazione consapevole ad una tradizione letteraria colta e dotta quanto aperta, apolide perché universale.
Metri classici, ritmi narrativi, cesure logiche sono forme di un abitare nel presente urbanamente consapevole della relazione col tempo dell’oggi e del domani che esprime la scelta di non prescinde mai dall’idea radicale della definizione della propria appartenenza[9].

Quando il profeta parla, il tempo s’apre,
non fa previsioni né pronostici o puri calcoli
di probabilità. Precede la domanda e la risposta. Un processo ontologico che
viene dal profondo non riguarda mai la dimensione temporale.
Un rispondere già dato preesiste a ogni domandare, guarda in avanti, chiama
il futuro, la sua sostanza, usa la parola, nomina e significa le cose,
descrive il mondo e la vita.
Racconto o narrazione in ogni forma.
Ormai Empedocle è morto e con lui
anche la voce degli dei e dell’essere,
fatale destino dell’Occidente,
il dire ermetico e il travestimento metafisico:
una grande illusione senza avvenire.

Il significante è dunque letteralmente via del significato, del cui andare il poeta viandante è figura. Come si può apprezzare chiaramente nel componimento La sofferenza del linguaggio[10]. L’attraversamento dell’insondabile è demandato a lui come compito sacerdotale contemporaneo, nel tempo dell’antisacro, del mercificato, della parola omologata alla pura informazione a discapito  della comunicazione.
Cosa donare al tempo esposto di questo depauperamento se non un’attitudine all’eco della condivisione? Come non considerare questa condivisione la forma estrema e poeticamente più radicale di adesione al dettato democratico del filosofo immolatosi nell’Etna per farsi pari al Dio?

Dice il poeta[11]:

Figure mimetiche della perdita,
ricapitolazioni labirintiche, aperte
a timbri onirici, evocazioni meditative retoriche, deformate prospettive
asimmetriche.

È una democrazia ingaggiata quella di Di Carlo, non falsamente e banalmente aperta come un campo libero, come un luogo di frequentazione accidentale. Richiede un impegno ermeneutico ed etico a cui tutti siamo chiamati nel tentativo di definire una vera condivisione radicale. Il sogno di un nuovo, definitivo e finalmente perfetto umanesimo laico.
È però un’attitudine, una sorta di chiamata alle armi -non stupisca questa affermazione del poeta che anela alla pace (La casa della Pace, p. 53)- all’indagine dell’essenziale, ad una fraternità orizzontale che coinvolge la natura benevola di coloro che cercano lo scarto ultimo tra pienezza dell’ente, sua acquisibilità e sua dicibilità. La ricerca collettiva e di specie della prima intellezione. Senza interruzioni o certe previsioni[12]

In questo mondo io vivo.
In armonia totale nel corso naturale, non cerco brutale appagamento
di istinti e desideri, ma piena adesione alla verità della condizione umana, alla
sua autenticità, all’infelicità / della sua fragilità.

Lo so che Dio è lontano, ormai assente dall’umile e piccola mente dell’uomo.
Un progetto insignificante è il suo intervento sulle cose umane. Anche la morte
è lontana
e assente. La sua provvisoria sorte
esiste quand’egli non c’è più.

Ancora, l’attitudine di specie a porsi in ascolto del primo vero la cui voce ci giunge oggi soffocata dal chiasso e dalla volgarità della mercificazione del reale e della storia[13].

Allora m’incamminai sulla via del parlare
e delle cose presentate. Un appello al dialogo
destinato a restare inespresso. Una parola staccata
e lontana, un seme nei solchi tracciati custodito
nel campo dischiuso, trama verbale scalfita.
Un saldo profilo ormai senza incrinature verso un dire netto mostrato
manifesto del mistero che ora si sottrae,
ora s’annuncia rivelato o negato.
Una favola bella e pura che insegue l’azzurra sorgente, parola detta si lascia
ascoltare.

 Alessandra Mattei 

[1]Profezia, p. 22

[2] La fuga di Orfeo, p. 62

[3] Nostalgia della notte, p. 15 vv. 12-15

[4]Il ramo d’oro, p. 37

[5] La pietà della luce, p. 17; vv1-8, 10-12

[6] Il ciclo del ritorno, p. 29, vv 1-8

[7] Monologo, p. 12 vv. 1-5

[8] La conoscenza, p. 35

[9] Il cerchio aperto, p. 14, vv. 1-15

[10] La sofferenza del linguaggio, p. 50

[11] Canto barocco, p. 20, vv. 7-10

[12] Parole leggere, p. 38

[13] Monologo, vv. 17-26

Alessandra Mattei – Nata nel 1977 è stata vincitrice di premi nazionali e internazionali, partecipando a vari prestigiosi Festival e reading poetici. Ha pubblicato le raccolte: L’Attraverso  (2004), Studi germinativi (2007) e Carmen saliare (2014). Collabora alle attività di ricerca presso la Facoltà  di Lettere della Sapienza di Roma ed è docente negli Istituti Superiori.

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