Giallo - thriller - noir

La Pieve della Buona Morte

Conventi Gaia

Descrizione: La tranquilla campagna ferrarese non è poi così tranquilla. Questa vicenda delittuosa ambientata alla Pieve della Buona Morte ha tutti gli ingredienti del giallo storico – tutto quello che vi aspettate di trovarci, almeno – ma con qualcosa di nuovo: si tratta infatti di un giallo comico. Dato alle stampe nel 2014 – era incluso in “Novelle col morto” – è ora nuovamente disponibile per chi vorrà affrontare la bufera di neve che tenta di nascondere al carabiniere, al prete e all'oste la soluzione del mistero delle dodici mummie.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore:

Collana:

Anno: 2022

ISBN: 979-8840524589

Recensito da Elpis Bruno

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La Pieve della Buona Morte (I delitti di Arginario Po Vol. 1) 

Già edito nell’ambito delle Novelle con il morto, questo racconto di Gaia Conventi è adesso disponibile su Amazon a questo link con il nuovo titolo: La Pieve della Buona Morte (I delitti di Arginario Po Vol. 1).

Riproponiamo qui, per stralcio, i nostri commenti all’opera.

***

Avete mai giocato a carte con il morto?
Generalmente è una pratica utilizzata da una compagnia che – ridotta alla canna del gas – non raggiunge neppure il numero minimo necessario per imbastire una briscola o una scopa. Le carte che spetterebbero al biscazziere mancante vengono concentrate in un punto del tavolo e scoperte di volta in volta quando nel gioco giunge il turno del “morto”. Ovviamente, l’alea la fa da padrona: i meccanismi razionali  (lo scopone potrà ancora chiamarsi scientifico?) vengono sovvertiti dalla casualità delle giocate del cosiddetto morto e questo semina scompiglio bieco e divertimento randomico (ovviamente per quanto possa essere divertente il gioco delle carte)…
Mi è piaciuto pertanto accompagnare la lettura della storia con questa immagine nella testa. Perché La Pieve della Buona Morte è macabramente ludico, sinistramente imprevedibile…

Il tavolo da gioco è Arginario Po, immaginario paese incuneato in un’ansa del Po. Lì sorge una costruzione gotica tipo “casa Usher” e ibrida (mezza chiesa con cripta, mezza osteria): “Nella bruma della campagna ferrarese, al limitare di Arginario Po, la strada Ghiaiona conduce alla diroccata Pieve della Buona Morte.”
Il gioco affonda la sua tradizione in una dinastia di antico lignaggio (“I Tolomei erano nativi di Assisi, ma per qualche strano  motivo l’appellativo di assisini è stato storpiato in assassini”).
Su tutto incombe la minaccia – come spesso accade in Italia – di un abuso edilizio (la costruzione di un ostello in luogo delle stalle), propiziato dall’amministrazione comunale  nepotisticamente impersonata dalla figlia del sindaco, la “giometra Manservigi” (“La Pieve sarebbe diventata la Gardaland degli spiritisti”).

Ma adesso è giunto il momento di presentare i biscazzieri.
Innanzitutto OreSTE l’OSTE (quasi una metonimia!), pavidamente rude, moderatamente miscredente, facilmente impressionato dalle cadaveriche presenze che giacciono sepolte nella cripta confinante con l’osteria. La strategia di gioco di Oreste è la seguente: “Quando le mummie si saranno levate di torno, finalmente ad Arginario Po tornerà la quiete e, con essa, gli avventori locali alla sua osteria.”
Oreste gioca in coppia con un prete, don Erasmo Napolini (“Don Sciolina”), inviato dalla curia a salvaguardia della cripta e delle salme dei confratelli (“Bisogna sbrigarsi a portare via i confratelli, prima che sindaco e assessori ne vogliano fare un circo”).
L’avversario (che gioca con il morto) è il maresciallo Greganti (per la verità è più alleato che avversario, ma la partita richiede una contrapposizione…).

Le carte sono loro: “Le mummie della Confraternita, custodite nella cripta”, “alcuni imparentati con grossi calibri, vanno dagli Este ai Gonzaga, dai Farnese ai Savoia”.

“E il morto?”, vi starete chiedendo voi…
Il morto è forse “Leonetto, quarto figlio illegittimo di Niccolò III e di Stella de’ Tolomei”, guerrafondaio che incanalò il suo istinto bellicoso in un’arte estrema (“Come ai signori ferraresi fosse saltato in mente di delegare a Leonetto il delicato compito d’istruire i boia, rimane un mistero”). Il suo spirito si aggira errabondo per la Pieve (“Che lì ci fosse il fantasma del boia era fuori dubbio, ma che fosse uscito dalla stalla con un’ascia in mano era proprio una frottola”).
Ma il morto – a dirla tutta – è anche la tredicesima mummia, più recente della altre (“Questa è messa meglio delle altre, sembra quasi nuova!”)… Come ha fatto a entrare nella cripta sigillata dalla Curia nel 1947 (“Sarà uno sbaglio vostro, ve ne sarà scappata una nel ‘47”), dopo che è stata utilizzata come rifugio anti-bombardamento ai tempi della guerra?

La mia presentazione ovviamente finisce qui. Di un giallo non si può svelare troppo. Però, prima di chiudere, devo aggiungere ancora un paio di considerazioni.

Primo: Gaia Conventi conosce l’arte dell’intrattenimento, perché – scrivendo – lei stessa si diverte. E si cimenta in un genere tutto suo: il giallo demistificato dall’umorismo, che nella fattispecie ha per oggetto un “delitto nella stanza chiusa”. E lo fa dipingendo l’atmosfera della cripta (“Camminando tra le due schiere di mummie, sei in una parete e sei nell’altra”), disseppellendo mummie (“Il nonno lo diceva che erano magre e brutte, come la nonna, aggiungeva quando aveva litigato con la consorte”), creando il duo oste-prete (“Quelle che per lui sono bambole malmesse, per don Napolini sono resti sacri…”) che richiama anche geograficamente la coppia Peppone-Don Camillo (“Le posso dare delle candele se la fede non è sufficiente a illuminare il suo cammino”), affrescando la pianura padana innevata (“A breve il Borghetto sarà tinto di bianco”).

Seconda considerazione: questa novella la dovete leggere! Perché “è roba grossa… qui finiamo tutti in televisione con Bruno Vespa”. E soprattutto per scoprire di chi è il fantasma, se “Leonetto è sepolto a Ferrara al Corpus Domini, accanto a Lucrezia Borgia” e se “la cripta è chiusa da decenni e l’unica chiave è in possesso della Curia”…

***

In questo racconto di morti ce ne sono addirittura dodici, anzi tredici (un po’ come nei pranzi che i più superstiziosi accuratamente scansano). E sono morti mummificati, proprio come nei gialli storici ove personaggi temerari e avventurosi provocano ire e maledizioni dei faraoni. Gaia, come ti è venuto in mente di piazzare gli emuli di Tutankhamon (“Le mummie della Confraternita, custodite nella cripta”, “alcuni imparentati con grossi calibri, vanno dagli Este ai Gonzaga, dai Farnese ai Savoia”) in una pieve sul fiume Po?
Gaia: “Io mi muovo bene solo a casa mia, conosco i miei polli e pure le mie mummie, anche se quelle le ho importate dalla Puglia. Da un viaggio fatto a Oria, che ricordo per la buona cucina, le amicizie locali e, appunto, le mummie. Perché non portarle a Ferrara?, mi sono detta. Occorreva soltanto trovare la giusta angolazione e una pieve serviva di certo, ne abbiamo una molto carina a due passi da Ferrara. Ma tu guarda il caso! E se hai cose così, mica puoi fare finta di niente… Eccomi allora a piazzare mummie in una pieve ferrarese, a dare una sistematina alla storia estense – non potevo farcele entrare a forza, poi le mummie si sciupano… – e a creare un giallo alla vecchia maniera: pochi personaggi, luogo isolato, tempo da lupi. Ecco tutti i cliché necessari, da rimaneggiare a dovere per trarne qualcosa di diverso. Di inaspettato, o così spero.”

Io lo so, perché l’hai già confessato, che con questa storia volevi irridere i cliché del thriller storico. Quali sono i tratti di questo genere che ti destabilizzano? Ritieni di aver colpito nel segno con “Quarti di vino” secondo l’adagio “in vino veritas” o piuttosto hai raccontato soltanto “mezze verità” in sintonia con il detto “in medio stat virtus”?
Gaia: “Trattando libri e libercoli per Giramenti, mi sono resa conto che tanta gente prende sottogamba il giallo storico. Ahia, che brutta idea! Il giallo storico – che io mai scriverò, non sono così brava – è difficile da rendere, ed è difficile non annoiare i lettori con certi polpettoni di fatti e date. Ho quindi tentato, alla mia maniera, di far presente a qualcuno – uno o più di uno – che non basta usare i soliti ingredienti per fare una buona zuppa. Io ci ho infilato l’ironia. Non dico che adesso la zuppa sia mangiabile, ma di certo è diversa dal solito.”

Perché hai preferito collocare la storia di Leonetto & c. in un paese immaginario (Arginario Po) piuttosto che in un luogo reale?
Gaia: “Perché Arginario Po è la somma di tanti paesi, di tante località ferraresi in cui ho abitato o in cui sono semplicemente stata accolta per qualche giorno o qualche ora. C’è persino un po’ della mia Goro, che seppure “in provincia di”, è così distante da Ferrara e dalla sua storia.”

Nel tuo “giallo storico” manifesti palesemente l’ammirazione per Lucrezia Borgia. Vogliamo spendere due parole per riaccreditare la figura di questa donna?
Gaia: “Ah, poveretta! Quante ne hanno dette sul suo conto, e pensare che era la migliore della sua casata. Non che “papa papà” Alessandro fosse una brava persona, ma nemmeno lui era poi così diverso dalla gentaglia dell’epoca. Erano altri tempi, altri costumi… e poi si fa presto a dire male di gente che non può difendersi. Ma non s’era stabilito che dei morti bisogna sempre dire bene? Ma non fanno così al telegiornale? Anche Lucrezia Borgia salutava sempre, eh?”

E adesso diamo a Cesare quello che è di Cesare e a Gaia quello che è suo. Possiamo ammettere che, dietro alla maschera del sarcasmo, Gaia Conventi cela un grande amore per le bellezze storiche e paesaggistiche della sua terra d’origine? Al punto da inserire nella storia anche la critica alla miopia di amministrazioni locali disposte a compiere abusi edilizi (la costruzione di un ostello in luogo delle stalle) in nome dell’interesse economico (“La Pieve sarebbe diventata la Gardaland degli spiritisti”)?
Gaia: “Ah, be’, se proprio vuoi buttarti sulle cose serie… Sì, lo ammetto, amo Ferrara. Ferrara per me è la bomboniera silente, nella sua bellezza immobile c’è un po’ di quelle buone cose di pessimo gusto che la nonna di Gozzano deve aver piazzato nelle vetrinette di casa. Bomboniere che, per apprezzarle, devi sapere chi si è sposato con chi, quando, com’era l’abito della sposa… Racconti, fole, storie piccole e grandi. Ferrara non è soltanto quella ritratta in cartolina, non è il suo incantevole centro storico, non è la salamina da sugo col purè. O meglio, è tutte queste cose e poi è Ferrara nei secoli, Ferrara che si preserva tale e quale, senza sapere perché e per chi. Ecco perché va difesa, dagli attacchi di una modernità ingorda, così come da se stessa: nella vetrinetta prima o poi i confetti si fanno immangiabili.”

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