Narrativa

La prima verità

Vinci Simona

Descrizione: Una giovane donna va in anni recenti alla ricerca del misterioso passato dei reclusi di un enorme lager in un'isola greca dove il regime dei colonnelli confinò insieme folli, poeti e oppositori politici. E sprofonda, come il coniglio di Alice, seguendo tracce semicancellate archivi polverosi e segni magici, in una catena imprevista di orrori e segreti dove la pazzia sempre più si mostra come eterno segno dell'opposizione e della ribellione e il passato rivive in storie miracolose, in una festa del linguaggio e della parola. Nella seconda parte del romanzo la detection su follia, normalità e violenza della giovane donna si allarga al mondo contemporaneo e finisce col diventare inevitabile, sconvolgente autobiografia dell'autrice, dove il nodo del rapporto con la madre e la scoperta del fantasma della propria follia (e di quella materna) si aprono in immagini di rara forza. Unica salvezza è la parola poetica, la passione di dire e raccontare che unisce i mondi nel gesto individuale di chi ha il coraggio di cercare ancora "la prima verità".

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Einaudi. Stile libero extra

Anno: 2016

ISBN: 9788806212681

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Può essere doloroso mettere a nudo “La prima verità”.
Come dimostra Simona Vinci, il tema è proprio complicato: perché la pazzia è una malattia difficile da affrontare, non soltanto dal punto di vista scientifico e clinico, ma anche e soprattutto in chiave personale o sotto il profilo familiare e sociale.

Nel recente passato si sono alternati diversi approcci terapeutici al male invisibile. Nel suo romanzo Simona Vinci illustra le due fasi principali: l’epoca dei manicomi, spesso lager mistificati sotto il nomen di ospedale; la fase successiva alla legge Basaglia. Ne consegue una storia che non disdegna di rappresentare gli aspetti scabrosi, gli atteggiamenti crudeli dei consimili più fortunati, i risvolti violenti che sfidano la sostenibilità del lettore.

Così è per Angela (“Suo fratello invece aveva una malattia genetica rarissima che si chiamava sindrome du cri du chat, la sindrome del grido del gatto”), così è per Lina, figlia di un poeta greco dissidente: due giovani donne che nel 1992 partono come volontarie per Leros (Parte prima – L’archivio delle anime: “Era partita per l’isola di Leros al seguito di un gruppo di operatori psichiatrici triestini che avrebbe lavorato alla deistituzionalizzazione dell’ospedale”), l’isola (“In quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi, era già accaduta”) nella quale il regime dei colonnelli – la dittatura che oppresse la Grecia dal 1967 al 1974 – cerca di confinare la vergogna sociale di una malattia che il più delle volte veniva affrontata con la tecnica della negazione, della repressione, del nascondimento. Lì le due donne conoscono inadeguatezze assistenziali (“Il personale dell’istituto era composto da due psichiatri e una considerevole quantità di «infermieri» per 1.153 pazienti. Quasi nessuno di quegli infermieri però era diplomato”), orrori, pratiche infami (“La pesca, la chiamiamo qui”) ed eccessi  di disumanità (“Sono quelli che noi chiamiamo gli ingovernabili. I peggiori elementi dell’istituto”) che non escludono neppure i bambini (“Erano centottanta i bambini con ogni genere di handicap fisico e mentale… Si domandò se tra quei bambini ci fossero anche i frutti di amori proibiti tra internati, oppure se qualcuno di loro fosse stato generato dagli stupri dei guardiani…”).

Così è anche per il poeta Stefanos, prigioniero nel 1968 in una struttura adiacente al manicomio ove la dittatura ellenica confinava e segregava chi si opponeva al regime e si macchiava del turpe reato d’opinione. Lì Stefanos intreccia la conoscenza con Teresa, una donna devastata dalla violenza, e con il bimbo “dal sasso in bocca”, Nikolaos alias Temistocles B. 841, che nel silenzio inabissa il suo disagio. Lì i tre infelici conosceranno le violenze inaudite che si consumano nella baracca (Parte seconda – Su nel posto segreto).

Angela decide di tornare a Leros nel 2009 (“Per più di quindici anni aveva custodito con sé il sasso con il disegno della maternità, i biglietti di Stefanos e tutte le poesie che aveva ritrovato dentro la bottiglia sepolta in cima alla montagna di Skoumbarda”): ha un debito con il passato, ha un debito con se stessa (“Pensò a Lina. Lina era tornata a Roma senza aver scoperto la vera storia di suo padre”. Parte terza – Sono ancora tutti lì), ha un debito con l’ex bimbo “dal sasso in bocca” (“Un segreto militare in mano a un bambino di otto anni quanta strada potrebbe mai fare dentro il manicomio di un’isola piantata in mezzo al mare?”).

Nell’ultima parte (Parte quarta – Non ti scordar di me) il romanzo assume i toni del saggio. La narratrice rievoca l’infanzia e l’adolescenza vissute a Budrio. Lì, dopo la legge Basaglia (“Nel 1978… fu quello l’anno nel quale venne promulgata la legge Basaglia, l’anno nel quale in Italia ai matti veniva consentito, per così dire legalmente, di ricominciare a circolare per le strade”) e con la nuova impostazione sanitaria non era infrequente incontrare gli ex pazienti dei due manicomi smantellati (“A Budrio… c’erano due istituti psichiatrici: Il San Gaetano… e Villa Donnini…”): ci si imbatteva nelle loro storie ed era l’occasione per riflettere sul disagio e sulla sua pervasività, per incontrare nell’altro (“Il suo vomito, Elena, lo faceva mangiare agli altri”) la propria follia (“Tra tutti gli uomini dei quali mi poteva capitare d’innamorarmi, naturalmente scelsi un pazzo”)…

Nonostante io abbia trovato questo romanzo troppo insistente, troppo crudo e troppo esplicito, devo riconoscere che la storia analizza una tragedia personale e collettiva con la quale non possiamo non misurarci (“A guardare ogni vita da vicino e con la dovuta attenzione, mi resi conto che si trovano le tracce, più o meno evidenti…. di depressioni, problemi dell’alimentazione, manie suicide, paranoie, nevrosi, disturbi della personalità e qualsiasi declinazione possa assumere la malattia mentale”). Anche oggi (“Tutti questi… per i quali un trattamento sanitario obbligatorio non è indicato… per loro c’è il salvagente della chimica”). Nella certezza che il sistema vigente ante legge Basaglia – cercare di isolare e internare il malessere in una struttura della quale possibilmente gettare la chiave – è sicuramente il modo peggiore per affrontare patologie e sofferenze così profonde da sfuggire a quella stessa mente che, in alcuni casi, decide di sprofondare nell’insondabile.

Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Simona

Vinci

Libri dallo stesso autore

Intervista a Vinci Simona

Yuko è in grado di vedere cose che gli altri non vedono, e di indovinare i desideri e i pensieri di chi le sta intorno grazie a una sensibilità fuori dal comune. Nell’autunno dei suoi quattordici anni, tutto sembra assumere sfumature misteriose, e il mondo si popola di bizzarre creature. Yuko sta imparando ad assegnare un colore a ogni stato d’animo e a ogni emozione; a insegnarglielo è Kyu, il suo maestro di disegno, che ha il doppio dei suoi anni. Quando dal fusto di una pianta fuoriescono degli strani omini verdi, loro sono gli unici a vederli. Nello stesso istante, Yuko assapora l’incanto sottile del primo amore. Sospesa tra realtà e immaginazione, un’adolescente va incontro alla vita accompagnata dagli affetti più cari, e scopre, giorno dopo giorno, i turbamenti del cuore, la tenerezza dei sentimenti e la difficoltà di diventare grande.

HIGH & DRY. PRIMO AMORE

Yoshimoto Banana

Questo libro ci porta nel laboratorio di Elena Ferrante, ci permette di dare uno sguardo nei cassetti da cui sono usciti i suoi primi tre romanzi e poi i quattro capitoli dell'"Amica geniale", offrendo un esempio di passione assoluta per la scrittura. La scrittrice risponde a non poche delle domande che le hanno fatto i suoi lettori. Dice, per esempio, perché chi scrive un libro farebbe bene a tenersi in disparte e lasciare che il testo faccia il suo corso. Dice i pensieri e le ansie di quando un romanzo diventa film. Dice com'è complicato trovare risposte in pillole alle domande di un'intervista. Dice delle gioie, delle fatiche, delle angosce di chi narra una storia e poi la scopre insufficiente. Dice dei suoi rapporti con la psicoanalisi, con le città in cui è vissuta, con l'infanzia come magazzino di mille suggestioni e fantasie, con la maternità, con il femminismo. Il risultato è l'autoritratto di una scrittrice al lavoro.

La frantumaglia

Ferrante Elena

Vent'anni dopo "Woobinda", Aldo Nove ritorna con "Anteprima mondiale". Vent'anni in cui tutto è cambiato senza tradire le profetiche premesse che infiammarono allora pubblico e critica. Nove racconta un mondo mutato per sempre, giunto oggi a un punto di saturazione, e gioca la carta più difficile: descrivere con ironia e compassione una deriva che non risparmia niente e nessuno, se non un residuale senso di umanesimo a cui possiamo ancorare le nostre speranze per il futuro. "Anteprima mondiale" fa ridere e al tempo stesso tocca le nostre inquietudini più profonde, riuscendo nel paradosso di trasformare, grazie alla letteratura, ciò che ci fa spavento in qualcosa di sorprendentemente comico.

Anteprima mondiale

Nove Aldo

Poker Faces

Luca Moricca