Narrativa

La ragazza con la gonna in fiamme

Bender Aimee

Descrizione: Il libro di esordio di Aimee Bender, autrice del bestseller L’inconfondibile tristezza della torta al limone, è una raccolta che usa la dimensione surreale e fantastica, a volte fiabesca, per raccontare in maniera originale l’amore, il tradimento, il desiderio sessuale, le dinamiche familiari, l’amicizia. Dietro un uomo che torna dalla guerra senza labbra, una donna che partorisce misteriosamente la propria madre, un folletto che si innamora di una sirena nei corridoi di un liceo americano – dietro l’ereditiera o la bibliotecaria che cercano di esorcizzare il dolore con il sesso, dietro il delinquente ossessionato dalla propria bruttezza – c’è in fondo ognuno di noi, con la sua solitudine, le sue paure e le sue infinite possibilità di redenzione. Figlia del postmoderno di Calvino e del minimalismo di Carver, la scrittura leggera ma mai banale della Bender è una forma di «realismo magico» dallo straordinario impatto emotivo.

Categoria: Narrativa

Editore: Minimum fax

Collana: Sotterranei

Anno: 2012

ISBN: 9788875214364

Trama

Le Vostre recensioni

Aimee Bender, classe 1969, autrice californiana nota al grande pubblico soprattutto per il romanzo “L’inconfondibile tristezza della torta al limone”, torna sugli scaffali delle librerie italiane. Si tratta questa volta della raccolta di racconti che ne segnò l’esordio americano nel 1998, “The Girl in the Flammable Skirt”, riproposta in Italia da minimum fax nella nuova traduzione di Martina Testa (la raccolta era infatti già stata edita da Einaudi nel 2002, col titolo quanto meno arbitrario di “Grida il mio nome” e la traduzione di Paola Novarese).

«Guarda, Annie, guarda: non c’è spazio per nient’altro, solo per sognare». Parole che incontriamo, quasi programmaticamente, nel racconto che apre la raccolta. Tra uomini che evolvono al contrario, reduci di guerra senza labbra, donne che partoriscono la propria vecchia madre, folletti, sirene, bambine con le mani di fuoco e di ghiaccio, ragazzi che fiutano oggetti smarriti, anelli che tingono il mare di rosso… molto spesso la sensazione del lettore sarà proprio quella di trovarsi in un sogno, in una dimensione altra, in un universo immaginifico, fantastico e talvolta fiabesco. Poi, però, vi sono anche short stories in cui non troviamo l’irrazionale e il meraviglioso propriamente detti. In alcuni casi l’effetto straniante viene prodotto dall’autrice forzando comportamenti umani apparentemente plausibili, spingendoli fino all’eccesso, fino a sfociare, ancora una volta, nel surreale. È il caso, ad esempio, della giovane ereditiera che fa provini agli uomini sulla metro ed eventualmente ne segue uno fin nel suo appartamento. O ancora, della bibliotecaria che in una mattinata di lavoro, ricevuta la notizia della morte del padre, si concede a sei uomini differenti. Ciò che sorprende, in generale, non è tanto l’avere a che fare, di volta in volta, con creaturine strane o atteggiamenti umani bizzarri ed eccentrici, quanto piuttosto il fatto che questo mondo irrazionale non ci venga affatto presentato come un universo onirico e parallelo. Anche quando la dimensione è fiabesca (con tanto di c’era una volta iniziale), non si tratta mai di un’innocente evasione ove rifugiarsi dalla dura realtà. Al contrario, il perturbante, l’irreale, il fantastico, il grottesco, entrano a pieno titolo nella routine quotidiana e diventano, così, lo strumento grazie al quale Aimee Bender riesce a far emergere, in modo originale, problemi, traumi, nevrosi, ipocrisie e facezie dell’uomo contemporaneo. Troviamo in queste pagine un’umanità (donne soprattutto) fatta di tante monadi incapaci di costruirsi una sana vita sociale: orfani che scontano il loro vuoto famigliare, personaggi che non riescono a elaborare il lutto (sia esso la perdita di una persona amata, di un famigliare o il cambiamento di qualcuno che ci sta accanto e non riusciamo più a riconoscere), storie di emarginazione del diverso. Il tema della solitudine – il male forse maggiore della nostra società – declinato insomma nelle sue varie forme. Un tema che non di rado, nei racconti in questione, trova un canale di manifestazione oggettiva nel corpo. Corpi soggetti a mutazioni (uomini che si trasformano in scimmioni, tartarughe, salamandre), corpi che si abbandonano a rapporti sessuali occasionali, corpi che subiscono mutilazioni (scompaiono pance o labbra) o che ospitano strane protesi (gobbe, mani di fuoco o di ghiaccio), corpi ustionati, corpi bellissimi dagli addominali scolpiti o corpi bruttissimi che non si possono specchiare. L’importanza delle apparenze, il senso di vuoto e la solitudine che ne derivano quando (per svariate ragioni) non ci si sente all’altezza. Tematiche impegnative che tuttavia la Bender riesce sapientemente a stemperare: da una parte proprio grazie all’introduzione di elementi surreali e fantastici, dall’altra parte in virtù dell’assenza di giudizi morali espliciti (semmai ogni lettore sarà costretto a riflettere “in proprio” sulle vicende che gli vengono raccontate). Ed è proprio in questo che l’autrice californiana sembra farsi erede della lezione di un Calvino (nome suggerito nella bandella di copertina) che, in un articolo comparso in francese su Le Monde (1970), scriveva infatti: «nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come meditazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo». Naturalmente il nome di Calvino andrà ricordato anche in merito alle già ricordate incursioni della Bender nel mondo della fiaba (dall’incipitario c’era una volta, alla presenza di gobbi, folletti, sirene, anelli magici, eccetera).

Se dei difetti devono essere trovati, allora si dirà che non tutti i racconti sembrano perfettamente riusciti. “La ciotola” (che pure presenta la peculiarità di una narrazione in seconda persona) pare inconcluso e soprattutto le short stories della terza parte – la raccolta è divisa in tre sezioni –, ovvero quelle che più concedono al fiabesco, sembrano forse più zoppicanti, ancora, nel finale. Va aggiunto che spesso, dopo una lettura piacevole e a tratti capace di suscitare ironia grazie a uno stile secco e alle trovate singolari dell’autrice, rimane in bocca un retrogusto amaro, malinconico (proprio per l’universo di solitudini che è in grado di cogliere il lettore attento). D’altra parte non tutti leggono (solo) per ridere. Infine vale la pena ricordare che si tratta comunque di un’opera d’esordio, della quale vanno sicuramente apprezzate le intuizioni, gli incipit accattivanti, la fantasia a tratti spiazzante e, nondimeno, una scrittura sobria, asciutta, mai leziosa o prolissa.

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