Saggi

La ragazza con la Leica

Janeczek Helena

Descrizione: 1° agosto 1937, una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa morta su un campo di battaglia che proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto. È stato lui a insegnarle l'uso della Leica e poi sono partiti assieme per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa. Ruth Cerf, l'amica di Lipsia, con cui ha vissuto nei tempi più duri a Parigi, dopo che entrambe erano fuggite dalla Germania. Willy Chardack, che s'accontenta del ruolo di cavalier servente da quando l'irresistibile ragazza gli aveva preferito Georg Kuritzkes, che ora combatte nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda Taro rimarrà una presenza più forte e viva dell'eroina antifascista celebrata dai discorsi funebri. Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà, erano scintille capaci di riaccendersi a distanza di decenni. Basta che Willy e Georg si risentano per tutt'altro motivo. La telefonata intercontinentale avvia un romanzo caleidoscopico, incardinato sulle fonti originali, di cui Gerda Taro è il cuore attivo.

Categoria: Saggi

Editore: Guanda

Collana: Narratori della Fenice

Anno: 2017

ISBN: 9788823518353

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

La ragazza con la Leica di Helena Janeczek è una biografia sui generis, non propriamente di facile e lineare lettura, discontinua nella cronologia, vorticosa nei particolari, delineata da tre punti di osservazione: quello di Willy Chardack, Buffalo, N.Y., 1960; quello di Ruth Cerf, Parigi, 1938; quello di Georg Kuritzkes, Roma, 1960.

E se i medici Willy e Georg (“Non è disprezzabile che dei loro scopi e sogni condivisi – la medicina, Gerda, l’antifascismo – il primo sia rimasto a entrambi”) sono stati sentimentalmente legati a Gerda e le loro descrizioni sono retrospettive (“Gerda era e restava leggera, in tutti i sensi, anche in quelli traslati meno lusinghieri. L’inganno della leggerezza nasceva dall’incanto che emanava, dal paradosso di una grazia inflessibile, dall’apparenza che fosse un dono, a volte un limite, e non l’esito di uno sforzo di volontà o di un costante lavoro interiore”), Ruth parla con la forza della contemporaneità: “Era spiazzante, Gerda. Non somigliava a nessuna delle ragazze che Ruth aveva conosciuto a Lipsia: né a quelle come lei, che quando si innamoravano smettevano di notare gli altri uomini, né alle ragazze il cui unico scopo era di far girare la testa all’universo maschile. Non c’era dubbio che Gerda fosse conscia di suscitare quell’effetto, ci sguazzava come un pesciolino ornamentale nell’acquario, ma in un modo insolito. Palese, senza malizia, quasi candido. Le piaceva essere attraente e corteggiata in linea di principio, le piacevano in particolare certi ragazzi: ma non ne faceva mistero, né tante storie”.

Quella tra Ruth e Gerda è una storia di amicizia (“Con un po’ di fantasia benevola o interessata, lei e Gerda assomigliavano a una Garbo e una Dietrich di provincia. Ma in fondo contava solo che si fossero trovate”), e Ruth fornisce la testimonianza viva della relazione amorosa e professionale tra Gerda e Capa:  un rapporto ripercorso nella scelta degli pseudonimi (“Noi abbiamo pensato a Robert Taylor, e per lei a Greta Garbo. Niente più Pohorylle. Voilà, da oggi sarà Gerda Taro”), tra disavventure esistenziali (“Era andata a farsi cavare il seme che le avrebbe gonfiato la pancia”) e politiche (“Gerda era stata rilasciata all’inizio di aprile, pochi giorni prima che cominciasse la pasqua ebraica”) dall’inizio della conoscenza (“Tra Gerda e André Friedmann si era stabilita subito un’intesa e i due le infliggevano comandi a voci sovrapposte: no, accavallate è troppo, accostale di nuovo, un po’ di sghembo, le gambe chilometriche della mia amica dobbiamo esibirle, però con discrezione ed eleganza… Sono io che li ho fatti incontrare”) sino alla tragica fine di Gerda (“In una città assediata da quasi un anno, come avevano trovato l’occorrente per ricomporre a regola d’arte un uccellino di persona trascinata sotto un carro armato?”). Una morte che ha il sapore del sacrificio-sostituzione tanto nella dinamica di coppia (“Gerda amava sentirsi la parte migliore di Robert Capa. Lo diceva a tutti che era più brava di lui a filmare”), quanto nelle alterne vicende del successo:
La pagina con il ritratto che consacra the Greatest War-Photographer in the World è una vetta mai raggiunta da un fotografo, ma se Capa perdesse l’equilibrio, potrebbe ricadere nel vuoto da cui si è appena sollevato… Quella fotografia l’ha scattata Gerda. Sul fronte di Segovia, vicino al passo di Navacerrada, quando lei lavorava con la Leica, lui con la Eyemo fornita da Time-Life per realizzare un servizio… così l’aveva ritratto Gerda Taro: concentrato, spavaldo, il profilo accorpato a quella cinepresa che spunta dall’arcata sopracciliare come un corno metallico con le ali di una falena.”

Sullo sfondo c’è un periodo storico che è l’anticamera della seconda guerra mondiale: “Ruth… racconta degli scatti di Capa e Gerda dal ’36 alle ultime battaglie. Di come, schedandoli, si sia accorta del volume complessivo, e del valore. «Quando guardi quegli scatti di seguito… vedi benissimo come l’aggressione nazifascista diventi sempre più barbarica… la porcheria della guerra totale… Madrid, Malaga, Almeria, Guernica, Bilbao, Valencia…»

Dinnanzi agli occhi, scorrono opere che rimangono nel tempo: “Ruth si china sul tavolo per aprire i taccuini di Taro e Capa – bambini piccoli feriti, profughi che dormono ammassati per le strade, miliziani a cavallo con cappelli di paglia da contadini di epoche remote…”

Un’opera davvero impegnativa: tanto per la concezione, quanto per la lettura e il giudizio di chi riesce a sostenerla…

Bruno Elpis

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