Romanzo storico

La scelta di Sigmund

Martigli Carlo A.

Descrizione: Roma 1903: la morte di una guardia svizzera e di una giovane cameriera scuote il Vaticano. Il papa Leone XIII decide che per risolvere il mistero è necessaria la consulenza di un giovane medico viennese esperto nell'indagare la mente: Sigmund Freud. Il suo compito sarà individuare l'individuo che sta dietro alla tragica morte dei giovani. Non per assicurarlo alla giustizia, però, perché uno scandalo metterebbe a repentaglio la missione della Chiesa. E in fondo, pensa il papa, il colpevole riceverà l'adeguata punizione nell'aldilà. Il risultato dell'indagine servirà a impedire che, alla morte ormai prossima di Leone, il soglio di Pietro venga occupato da un empio, da un assassino. E Freud potrà contare sull'assistenza della bellissima cameriera Maria e di un giovane seminarista dal cuore puro, un certo Giuseppe Angelo Roncalli...

Categoria: Romanzo storico

Editore: Mondadori

Collana: Omnibus italiani

Anno: 2016

ISBN: 9788804659013

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Ha un protagonista importante “La scelta di Sigmund”, il nuovo romanzo di Carlo A. Martigli temporalmente collocato nell’anno 1903 e geograficamente situato in Vaticano, negli ultimi giorni del papato del longevo Leone XIII. Sì, perché la vicenda imbastita intorno al conclave dell’eligendo pontefice e il veto opposto da Francesco Giuseppe d’Austria alla nomina di uno dei più accreditati porporati, viene interpretata dal padre della psicanalisi: quel Freud “ebreo e ateo” (“Lei crede in Dio, dottor Freud?”), che nell’immaginazione del nostro autore viene ingaggiato da Leone XIII per un’importante missione.

Quando Freud riceve l’invito a recarsi in Vaticano, tutto immagina (“L’ipotesi più plausibile era sembrata l’offerta di una cattedra”), fuorché il motivo reale della convocazione (“Voglio… che sottoponga al suo metodo di analisi… alcuni prelati, alti prelati”). Leone XIII – giunto agli ultimi giorni del suo lungo papato – nutre il fondato sospetto che uno dei tre prelati più in vista (“Sono tra i più papabili al prossimo conclave…. Mariano rampolla del Tindaro, segretario di Stato, Luigi Oreglia di Santo Stefano, decano dei cardinali e camerlengo… il giovane Joaquin De Molina y Ortega…”) sia implicato in quello che apparentemente si palesa come il suicidio di due giovani. E se lo scopo sembra nobile (“Per evitare che al mio posto venga eletto non dico un assassino… ma qualcuno che possa mai nascondere sotto la tiara un bel paio di corna”), il compenso in lire è allettante: così Freud accetta l’incarico…

Di fronte alla riluttanza di tre cardinali scarsamente collaborativi, Sigmund può contare su un alleato d’eccezione (“Sono ancora un novizio, può rivolgersi a me come Angelo e basta. Di cognome faccio Roncalli, e ho la fortuna di godere della fiducia del Santo Padre”), su uno strumento (il poligrafo) che ricorda l’odierna macchina della verità e sulla bella Maria, la cui figlia adolescente sembra vittima delle attenzioni insane del soggetto da smascherare.

La determinazione di un papa arzillo sino all’ultimo e consapevole (“Omicidi, stupri, orge, commerci innominabili del sacro e del profano, e perfino io, in questa stessa stanza ho commesso un grave peccato… pagare un uomo, Nikolaj Notovich, perché non pubblicasse un libro, Gli anni perduti di Gesù…”), che non disdegna il vino Mariani alla cocaina e non si astiene dall’origliare le sedute di psicanalisi, conduce Sigmund fino al momento cruciale di una scelta che passerà alla storia.

Il Freud che Carlo A. Martigli scolpisce in questo romanzo è naturalmente analitico nel valutarsi (“Fuggiva come il maschio della vedova nera, come se avesse timore di essere sopraffatto da lei”), nell’agire (“Nella sua posizione sarebbe stato facile preda della sindrome di Faust. Ah quel benedetto uomo di Goethe…”) e nel rapportarsi agli altri. Fumatore di sigari (“Reina Cubana, Liliputanos, Don Pedro, Santa Clara e i famosi Bolìvar…”) accanito e cosciente (“Che poi si trattasse di un succedaneo dell’attività sessuale lo sapeva da tempo”), amabilmente appassionato di Goethe e di cultura tedesca (“Oreglia avrebbe potuto degnamente rappresentare la figura di Mefistofele”), massone (“Il Venerabile della B’nai B’rith di Vienna, alcuni mesi prima, durante un’agape rituale, aveva messo in guardia i fratelli…”) e con una vita sessuale degna delle sue teorie, Sigmund ammira Sherlock Holmes e respira l’aria romana (“Roma sembrava però un altro mondo rispetto a Vienna, così come la sua gente, nel bene e nel male… Roma sembrava un arcobaleno…”) tra gli intrighi e i complotti (“Nel covo dove da quasi duemila anni non si faceva altro che complottare e congiurare”) che si rivelano motori dell’agire umano più potenti dell’inconscio…

Il romanzo, particolarmente indicato agli appassionati di thriller storico e/o psicologico,  abbozza il ruolo che la psicanalisi avrà nella criminologia contemporanea (“Il suo metodo avrebbe senz’altro aiutato a portare a galla eventuali tendenze criminali”).

Bruno Elpis

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TUTTISSANTI

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IL LEOPARDO

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"In quei giorni di combattimento gli aerei russi ci lanciarono sulle nostre linee dei volantini, invitandoci alla diserzione. In tali messaggi ci ricordavano le festività di Natale, le nostre mogli, i nostri figli e i familiari. Ci dicevano: ‘Perché siete venuti qui in Russia a combattere contro un popolo che non ha mai minacciato di invadere l’Italia?’ Quindi concludevano dicendo di tornare a casa o di darci prigionieri.” I racconti di guerra non sono tutti uguali. Ogni ricordo ha la caratteristica di essere l’esperienza di una vita, di una vita che ha potuto raccontare ciò che realmente è successo. Non quindi il racconto dei vincitori, non quello dei vinti ma le parole di un uomo che durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale si è trovato in terra straniera, lontano dai familiari, in un luogo del quale non si conosceva nulla con una sola convinzione: sarà breve. L’unica convinzione che Alfonso Di Michele aveva si è dimostrata errata. “Io, prigioniero in Russia”, edito nel 2008 dalla casa editrice L’Autore Firenze Libri e dopo numerose ristampe edito dalla casa editrice La Stampa Editore, ha venduto 50.000 copie ed è la seconda pubblicazione dell’autore Di Michele Vincenzo, scrittore e giornalista pubblicista. La prima pubblicazione è avvenuta nel 2006 “La famiglia di fatto” e l’ultima risale al 2010 “Guidare oggi”. Tre libri che sottolineano la poliedricità di contenuti e la salda attenzione verso la società. “Io, prigioniero in Russia” è il diario di un uomo che a distanza di 50 anni dagli episodi narrati ha sentito il bisogno di lasciare la sua personale testimonianza. Un’esperienza, quella della campagna in Russia, che ha solcato profondamente lo spirito ed il corpo e che doveva esser raccontata per sottolineare che protagonista della guerra è stato il popolo; per questo “Io, prigioniero in Russia” è sinonimo di “guerra vista con gli occhi dell’uomo comune”. Alfonso Di Michele (1922, Intermesoli fraz. Pietracamela – 1993, Roma) è stato uno dei 10.000 reduci che hanno avuto la fortuna di tornare in Italia, 10.000 su 200.000 soldati inviati per la campagna in Russia. Un diario che amorevolmente il figlio Enzo Di Michele ha curato e pubblicato per condividere questa preziosa documentazione storica su un argomento scottante sul quale si vuole tacere. “C’era la fame; una fame di quelle vere che ti istradava il cervello verso un unico pensiero. Mangiare, mangiare; sempre mangiare. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può comprendere quali variegate sensazioni si provano, quando lo stomaco incessantemente ti reclama il cibo. È veramente un’ossessione trascorrere la giornata nel pensare a qualcosa da mettere sotto i denti, e ancora più ossessionante è il pensiero mirato all’escogitare delle possibili soluzioni per procurarsi il cibo.” Tredici capitoli nei quali passo passo Alfonso Di Michele ci racconta della sua vita, di chi era, di quando è partito da Intermesoli piccolo paese alle pendici del Gran Sasso, delle sue speranze, delle sue convinzioni, del gelido freddo russo, della gentilezza delle donne russe, della battaglia, delle differenze con i soldati tedeschi, dei temuti lager dei quali si evita in genere di parlare, della marcia del ‘davai’, della prigionia, del cannibalismo, del tifo petecchiale, della fame ossessiva, degli amici morti per denutrizione, delle mancate informazioni, del ritorno a casa. “Il primo abbraccio fu quello ai miei fratelli e al mio compare allorché mi vennero a prendere per riportarmi a casa. In quel 7 dicembre del 1945, in una notte decisamente invernale con i fiocchi di neve che si aggrappavano delicatamente sui tetti delle case, peraltro già carichi di un consistente strato di manto nevoso, si consumava l’insperato ritorno al mio paese.” Per coloro che volessero saperne di più dell’autore lascio il link diretto che riporta direttamente al suo curatissimo sito nel quale potrete seguire le novità sulle sue pubblicazioni ed eventi: http://www.vincenzodimichele.it/ Vincenzo Di Michele è anche su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Vincenzo-di-Michele/148568031840673?ref=ts&sk=wall

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