Narrativa

La scuola cattolica

Albinati Edoardo

Descrizione: Il quartiere Trieste è un posto tranquillo, in apparenza anonimo, e nel 1975 il "San Leone Magno" è il suo fiore all'occhiello: un istituto religioso in cui crescono i figli della nuova borghesia romana. Un mondo innocuo che diventa d'improvviso inquietante, quando alcuni di quei ragazzi diventano protagonisti di uno degli omicidi più tristemente noti della storia italiana, in una villa del Circeo. Intorno a questo evento simbolo, il romanzo ruota e oscilla raccontando decine di fatti, di premesse e di conseguenze che ci svelano, pagina dopo pagina, in una caduta sempre più travolgente, come e quando è nata la nostra anima crudele, quella disposta a tutto pur di sopravvivere.

Categoria: Narrativa

Editore: Rizzoli

Collana: La Scala

Anno: 2016

ISBN: 9788817086837

Recensito da Daniela Frascati

Le Vostre recensioni

La Scuola Cattolica di Edoardo Albinati è un romanzo di 1300 pagine che attraversa cinquant’anni della storia di questo paese; una storia con la “s” minuscola allo stesso tempo corale e personale.  Un romanzo dalla lingua perfetta, ripulita da ogni artificio, esattamente aderente a qualsiasi piega della narrazione.
Racconta una Roma circoscritta dentro uno spazio privilegiato, tra il quartiere Trieste  e il quartiere Nomentano dove ha sede il San Leone Magno, la scuola che dà il titolo al libro,  nella quale i figli di quella borghesia romana per bene, sparita come la Roma borgatara e davoliana di Pasolini che ne è la faccia speculare, negli anni settanta,  imparavano a diventare classe dirigente.
L’Istituto si trovava e si trova tuttora sulla Nomentana all’altezza della basilica di Santa Costanza, quindi sul confine orientale del Quartiere  Trieste, che appunto è segnato dalla Nomentana, il lungo asse alberato denso di traffico e di romanticismo che sbocca a Porta Pia, da dove entrarono a Roma i bersaglieri.”
Il San Leone Magno, in quel momento, è un’isola che isola e salva dal mondo mentre un’epoca si sta sgretolando sotto la spinta di quel ‘68 frikkettone arrivato dagli States, e che in Europa e in Italia diventa subito contestazione politica e ideologica. Ma è anche l’incubatore di una generazione destinata a esercitare un’egemonia  intellettuale ed economica nella società.
Molta parte del romanzo è il racconto di questa educazione tutta al maschile, in una scuola dove l’unica presenza femminile era la signora che vendeva le pizzette e la Vergine Maria a cui l’Istituto era dedicato. Un’educazione nella quale  la donna, e  il suo corpo misterioso e desiderato, è fantasma senza identità, abitata dai deliri  di un’educazione pretesca e di una morale familiare sessuofobica e perbenista.

La scuola cattolica è un libro difficile da raccontare perché non è solo un romanzo; è una narrazione fatta di molte storie personali, legate e incastrate dai ricordi, i pensieri, i ragionamenti, le interlocuzioni con il lettore che Albinati non dimentica mai, in un filo diretto, un’interattività con chi legge, che trattiene e interpella, ma allo  stesso tempo è analisi sociale, speculazione filosofica, che si disperde per rivoli inaspettati fatti di citazioni dotte ma anche di storielle leggere e aneddoti familiari.  Un memoir che corre parallelo alla biografia di  una generazione, di una società borghese già esangue che si  sbriciola sotto la pressione di un altro tempo, di un’altra Roma che preme ai margini e ne inquina  l’esistenza benestante e facile.
Ma è anche un romanzo di formazione con i suoi conflitti familiari, la scoperta del sesso, il modo in cui si intessono e si saldano amicizie quando ancora l’adolescenza era un’età reale, un passaggio di vita, un discrimine tra la fanciullezza e il mondo degli adulti in cui ci si interrogava e si incontrava il proprio lato oscuro, l’ombra che ci accompagnerà per il resto della vita.
“In fondo l’adolescenza è uno dei rari momenti della vita anzi forse l’unico in cui si abbia il coraggio o si sente l’inesorabile necessità di avventurarsi nel labirinto di una ricerca interiore, che per il resto dell’esistenza quasi tutti rifuggono per paura di quello che vi hanno intravisto (…)”

È Edoardo l’io narrante, tutt’uno con la dimensione collettiva del San Leone Magno tanto che la prima persona singolare diventa spesso un noi che incorpora  tutti gli altri, i ragazzi educati tra le mura dell’Istituto,  tra i quali sembra acquistare singolarità solo Albus, l’allievo sfuggente e geniale, una sorta di alter ego dello stesso Albinati che nel nome, così assonante con quello dell’autore, sembra evocare la suggestione misteriosa con cui forzare l’ossessiva ricerca di oggettività negli accadimenti e nella sovrabbondanza di ricordi riversati in queste pagine.
È un raccontare che dagli anni ‘70 procede avanti e indietro dentro un tempo perduto ma non passato del tutto,  disseminato come una  Recherche post novecentesca di  Maddaleine sentimentali che di quegli anni restituiscono l’atmosfera e le attese.
L’acconciatura contava, l’abbigliamento era decisivo, eccome. Un paio di scarpe a punta o una borsa a tracolla hanno segnato il destino di parecchi ragazzi del quartiere, negli anni Settanta. La moda non c’entrava niente, non esisteva la moda, erano divise quelle e come tali venivano indossate. Tra le scene più amate di allora è quella iniziale del film Electra Glide, la vestizione del motociclista (…)”
Procedendo nella lettura scopriamo, quasi improvvisamente,  come tutto questo narrare meticoloso  e inglobante,  a volte persino eccessivo,  sia sottomesso a un’idea primaria: mettere a nudo il grumo che sottende e accomuna la condizione maschile sfigurandola fino a quella violenza che  ora chiamiamo femminicidio e che nella parte centrale de La Scuola Cattolica è il racconto del delitto del Circeo in cui vennero massacrate, violentate, fino alla morte Rosaria Lopez e, miracolosamente uscita viva almeno nel corpo, Donatella Colasanti.
I tre massacratori,  Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira (Angelo, Subdued e il Legionario, nel libro) erano stati compagni di classe dello stesso Albinati, allievi  di questa scuola elitaria e figli privilegiati della buona borghesia romana e di quel quartiere per bene.
Tutto il romanzo La Scuola Cattolica è la ricerca del grumo  di questa violenza, che non è solo la violenza fascista di Izzo e dei suoi camerati, ma è il sottofondo latente che Albinati  avverte appartenere minacciosamente  a lui stesso  e a tutta una generazione di uomini che arriva fino all’oggi.
Perché il problema della verità è se dirla o non dirla.”
Dov’era incistato il verme che ha covato e fatto esplodere questa violenza? Forse nella  stessa brutalità esercitata per gioco sul corpo di un giovane allievo del San Leone Magno fustigato fino alle lacrime senza alcuna pietà dai suoi stessi compagni di classe?
“Appartengo al genere di chi ha commesso il delitto, di chi fa violenza.” – dice Albinati in un’intervista di Bia Sarasini  per Letterate Magazine – “ Sono coinvolto fino al collo. Credo che il conflitto tra donne e uomini sia quello che riguarda tutti, più di quello tra le generazioni o quello di classe. Nessuno ne rimane fuori, o quasi. Se guardo freddamente il delitto del Circeo lo vedo come una rappresaglia, e come nella rappresaglia c’e’ un’intercambiabilità delle vittime. E anche degli stupratori.”
E allora La Scuola Cattolica, tutta la narrazione  di Albinati, intellettuale borghese e privilegiato a cui il femminismo e  il pensiero della differenza di genere ha insegnato a partire dalla propria esperienza e persona, diventa una costruzione di senso nella quale non cerca giustificazioni, ma fa pesare l’indifferenza con cui la società condanna o assolve senza mai avere orrore di sé.
Noi viviamo dunque in una società dello stupro. Ostilità rapacità e potenza trovano una manifestazione sessuale. Il sesso è il linguaggio, non la cosa. È il modo di volere, non l’oggetto voluto. Si declina attraverso il sesso qualsiasi pulsione: vendicativa, rivendicativa, esibizionistica, identitaria. I ragazzini stuprano le loro compagne di classe e le filmano col cellulare. Libertà intesa come facoltà di nuocere. Libertà = delitto. Una piena realizzazione di se stessi può avvenire solo se si è pronti a prevaricare gli altri, e capaci di farlo. L’io coincide in pieno con la potenza.

Un libro imponente e di forte valore etico La Scuola Cattolica, che rimanda alla dimensione dei grandi romanzi universali  e per il quale calzano a pennello le parole di Tomas Mann:
“Spesso la nostra letteratura contemporanea, nei suoi prodotti più alti e raffinati, mi pare come una presa di congedo, come un rapido rammemorare, un evocare ancora una volta e ricapitolare il mito occidentale prima che cada la notte, forse una lunga notte e un oblio profondo.” (T.Mann)
Sempre che la notte non sia già caduta o Albus, nella sua levità e capacità di dimenticare, non sia il chiarore di un’alba di riscatto, soprattutto per gli uomini.

Daniela Frascati

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Daniela Frascati è attualmente in libreria con il romanzo “La passeggera”, (qui potete leggere il nostro commento: http://www.i-libri.com/libri/la-passeggera/).

Con Daniela abbiamo dialogato a questo link: http://www.i-libri.com/scrittori/intervista-a-daniela-frascati-autrice-de-la-passeggera/

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Dall’incipit del libro: Una dedicatoria a un becchino? — E perchè no? Non è egli forse un uomo come un altro e — non ve l’abbiate a male — non può egli essere un galantuomo par vostro e mio? Anzi — e sarei pronto a giurarlo sul Vangelo —, ei valeva assai più di tanti e tanti che han titolo di baccelliere, e magari di dottore, i quali col nastrino all’occhiello dell’abito, sono saliti tant’alto da credere che gli onesti non li ravvisino più per quel ch’e’sono: barattieri solenni. Dico perciò che, se aveste conosciuto quel povero becchino, lo avreste, come me, amato e, aggiungo anche, onorato. Io, allora, ero quasi fanciullo; ma quando il brav’uomo morì, portavo già i peli del labbro superiore arricciati dispettosamente all’insù con quella boria de’ vent’anni, che sarebbe molto ridicola, se non fosse altrettanto innocente. Di quel tempo certi fumi si guardan con occhio benevolo, avvegnachè, più o meno, li abbiamo avuti tutti, quei fumi; e, invero, quella è proprio l’età delle leggerezze e delle scappatelle, le quali — ove non passino la misura o il segno — meritano sempre benevolo perdono. A quei giorni io credo che Tomaso Giona, soprannominato il Griso, andasse oltre i sessant’anni; e tuttavia quel numero di pasque se le portava bene.

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