Classici

L’amore coniugale

Moravia Alberto

Descrizione: L'amore coniugale è la storia di un uomo che cerca al tempo stesso di essere buon marito e buon scrittore, finendo col fallire entrambi gli obbiettivi: il fallimento erotico-sentimentale da un lato e il fallimento letterario dall'altro. Il contrasto tra vita affettiva e vita culturale è affrontato in tutta la sua crudezza, con la tipica capacità di Moravia di raccontare, senza reticenze, e di fare emergere un discorso civile e morale. Pubblicato per la prima volta nel 1949, è tra i romanzi più vivi e impegnati di Moravia.

Categoria: Classici

Editore: Bompiani

Collana: I grandi tascabili

Anno: 2000

ISBN: 9788845245398

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Silvio Badeschi è un’anima tormentata (“Sono insomma un uomo tutto avanguardia, senza grosso dell’esercito né retroguardia”). Aspira ad affermarsi come scrittore e ne L’amore coniugale di Alberto Moravia si qualifica come retore (“E infatti sono inclinato alla retorica, a scambiare cioè le parole per fatti”) ed esteta (“Io ero, prima che incontrassi Leda, quello che si chiama… un esteta”).

Di fronte alle ambasce dell’artista si spalancano due portali che costituiscono un possibile sbocco: l’amore e la creazione artistica. A Silvio sembra possibile imboccare il primo quando si unisce in matrimonio a Leda e su di lei elabora la teoria dell’amore coniugale (“Il senso di ciò che sia una passione coniugale: quella mescolanza di devozione violenta e di legittima lussuria, di possesso esclusivo e senza limiti e di godimento fiducioso del possesso stesso”), anche se la moglie assume strane espressioni del corpo (“Quella stana trasformazione del volto in maschera e del corpo in marionetta”) e un atteggiamento sentimentale non propriamente spontaneo (“Ma io accettavo questa buona volontà come una prova del suo amore verso di me e non mi curavo, per allora, di indagare che cosa nascondesse, e quale ne fosse il significato”).

Nell’antica villa toscana (“Tra tutta quella vecchia roba scricchiolante… quasi che i veri abitatori della villa fossero stati i mobili e noi degli intrusi”) ove si rifugia con la sposa per scrivere la propria prima opera, il protagonista sperimenta l’inconciliabilità della pratica erotica (“La castità di Baudelaire, per esempio, è famosa”) con quella della creazione artistica, suscitando la perplessità della consorte (“Ma D’Annunzio… ho sentito dire che aveva tante amanti… Come faceva lui?”): una concezione di evidente derivazione freudiana (la cosiddetta teoria della sublimazione), che verrà affrontata da Moravia anche in un’opera successiva, “Io e lui”. 

Durante (e anche grazie a) l’astinenza sessuale (“In quei venti giorni di lavoro, avevo per così dire sospeso l’espressione del mio amore”) la composizione del romanzo progredisce speditamente (“Io avevo nella testa una grossa e inesauribile matassa e con quell’atto di scrivere non facevo che tirare e svolgere il filo disponendolo su fogli nei disegni neri ed eleganti della scrittura; … e io sentivo che più svolgevo e più restava da svolgere”) mentre la vita procede tra gli agi (“Finché vivrò, mi ricorderò di questa scena… io disteso nella poltrona, con Antonio che mi rade… la finestra aperta, il salotto pieno di sole e mia moglie seduta lì presso, al sole”) e le passeggiate.
Ma il barbiere ingaggiato quotidianamente rappresenta un’insidia (“Se mia moglie invece di accusare Antonio di averle mancato di rispetto, mi avesse rivelato di averlo visto asciugare il rasoio sopra una pagina del mio racconto, io certamente … l’avrei licenziato”) e, a romanzo ultimato (“Finalmente, una di quelle mattine, scrissi l’ultima parola in fondo all’ultima riga dell’ultima pagina e chiusi lo scartafaccio del racconto”), proprio quando l’astinenza sembra giunta al suo termine (“Possederla lì, sulla paglia… Così, in un degno teatro avrei solennizzato al tempo stesso la fine del mio lavoro e il ritorno all’amore coniugale. Non dico che in questo desiderio non entrassero alcune reminiscenze letterarie, ma tant’è”), una sorprendente scoperta impone a Silvio di riconsiderare tanto l’opera scritta quanto l’amore coniugale.

Il tema della relazione di proporzionalità inversa (o diretta?) tra rapporto amoroso e creazione artistica viene svolto con grande abilità analitica e speculativa (“Non era possibile afferrare l’esistenza di se stessi o degli altri se non attraverso il dolore”), quasi all’interno di una clessidra che, nel momento culminante, viene capovolta. E, come s’inverte il flusso della sabbia, così si ribalta il senso della storia oggetto del romanzo nell’osmosi tra parole (“In un’aria satiresca e arcaica che rammentava al tempo stesso le sculture primitive greche, fissate dalla frontalità in un’espressione ambigua e ironica e il profilo semita di una capra”) ed eros, due dimensioni che – ma sarà poi così vero? – si assumono intercambiabili…

Bruno Elpis

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