Letteratura femminile

L’anno del pensiero magico

Didion Joan

Descrizione: Dicembre 2003. Qualche giorno prima di Natale, gli scrittori John Gregory Dunne e Joan Didion vedono una banale influenza della loro unica figlia Quintana degenerare prima in polmonite, poi in choc settico. Soltanto qualche giorno più tardi, rientrati da una visita alla figlia ancora grave in ospedale, John e Joan siedono a tavola: all'improvviso l'uomo cade a terra e, in pochi minuti, muore d'infarto. "La vita cambia in fretta", scriverà Joan Didion qualche giorno dopo. Per oltre un anno la vita di Joan Didion è stata schiacciata dalla portata di questi due eventi, e questo libro è il resoconto di quell'anno, del tentativo di venire a patti con il modo repentino in cui la sua vita è stata stravolta. Diventa faticoso allora il dialogo tra la realtà e le strategie che si mettono in atto per accettarla: se per sopportare la malattia della figlia studia testi di medicina, si rende insopportabile alle infermiere dell'ospedale e si rivolge ad amici in cerca di numeri di telefono e indirizzi di ottimi medici, allo stesso tempo si rende conto che la morte e la malattia sono eventi che al di là dal suo controllo la lasciano in preda dei suoi ricordi, e si sorprende a pensare come i bambini: "come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia dei fatti".

Categoria: Letteratura femminile

Editore: Il Saggiatore

Collana:

Anno: 2008

Traduttore: Vincenzo Mantovani

ISBN: 9788856500981

Recensito da Lucilla Parisi

Le Vostre recensioni

Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. […] Queste persone che hanno perso qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili. Io stessa per un certo lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea. […] La sera in cui John morì mancavano trentun giorni al nostro quarantesimo anniversario. […] Io volevo qualcosa di più che una notte di ricordo e di sospiri. Io volevo urlare. Io volevo che tornasse.

Joan Didion ci racconta il dolore della perdita attraverso un’analisi spietata e atrocemente realistica del dopo. Ripercorre passo dopo passo, istante dopo istante i fatti così come sono accaduti, quasi volesse trovare tra le righe del proprio resoconto le tracce di un mistero, i significati sconosciuti che si nascondono dietro alla morte.
E’ il 30 dicembre 2003, è l’ora della cena che Joan ha preparato per il suo John. Sono quarant’anni di vita insieme con tutto quello che comporta: scelte condivise, unione di progetti e interessi, viaggi e spostamenti, passeggiate al parco e il lungo raccontarsi nelle sere d’inverno.
Ė una serata appesantita dal ricovero della figlia Quintana nel reparto di terapia intensiva della Singer Division del Beth Israel Medical Center, un ospedale dell’East End Avenue, per una forma influenzale degenerata in una polmonite.

Joan e John decidono di cenare a casa ed è nel soggiorno del loro appartamento che, davanti agli occhi della moglie, John smette di parlare e cade a terra per non rialzarsi più. I momenti successivi scorrono come sequenze irreali di un film senza audio. Tutto si compie davanti agli occhi di Joan che – quasi meccanicamente – fa tutto quello che deve fare. I soccorsi arrivano e dopo i primi ma inutili tentativi di rianimarlo, John Gregory Dunne viene trasportato al New York Hospital, a sei isolati da casa.
Ora del decesso 22.18 del 30 dicembre 2003.

Ciò che ricordo dell’appartamento la sera in cui tornai a casa, sola, dal New York Hospital è il suo silenzio.
Ė da quel silenzio che Joan Didion deve riprendere il discorso interrotto. Ė da quel silenzio che ha inizio l’anno del pensiero magico di una donna che si ritrova a fare i conti con il proprio passato e quello del marito. Ė inevitabile ripercorrere le tappe di una vita insieme dopo un evento definitivo come la morte, ma la scrittrice lo fa con una lucidità e una consapevolezza spiazzanti. Le parole misurate e precise non nascondono il dolore, ma cercano di sviscerarlo, analizzarlo, ricondurlo ad una dimensione possibile ed accettabile.

Perché continuavo a chiedermi insistentemente cos’era normale e cosa non lo era, quando non c’era nulla di normale?

La Didion, per chi la conosce, ci ha abituati a una scrittura diretta, spietata e realistica. Nella morte però c’è una dimensione quasi surreale che sembra non avere nulla a che fare con la realtà, non quella del quotidiano. Si scontra con la normalità, con quella che è stata la vita del giorno prima, con i progetti e gli impegni del giorno dopo. Ciò che segue alla morte è un rituale necessario ma privo di senso.

Era infatti la normalità di tutte le cose che avevano preceduto il fatto a impedirmi di credere veramente che fosse accaduto, a impedirmi di assorbirlo, di incorporarlo, di superarlo.

Solo dopo questo viaggio nel passato, Joan si rende conto che è necessario ricominciare da un’altra parte e lasciare andare chi ama, con la consapevolezza che vi sono fatti della vita che vanno al di là della capacità di ognuno di controllarli. Una sorta di catarsi e di necessario rinnovamento, che segue alla morte, alla crisi di ogni certezza.
Un monologo straordinario che tradisce una forza tutta femminile nell’affrontare il dramma che segue all’irreparabile. La Didion sceglie di arrivarci attraverso un percorso lungo e doloroso dentro se stessa ed è lì che trova il coraggio per cominciare di nuovo a vivere nonostante la perdita.

Mi venne l’idea che pulire il mio studio poteva essere un passo verso il primo giorno del resto della mia vita. Cominciai a farlo. E continuai così per la maggior parte del giorno seguente […]. A momenti, durante quella giornata, mi sorpresi a pensare che forse ero entrata in una nuova stagione.

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