Narrativa

LE BESTIE (KINSHASA SERENADE)

Mazzoni Lorenzo

Descrizione: Mentre il paese sta per precipitare nella guerra civile, un medico inglese, la sua giovane e avvenente compagna, un losco individuo dei Servizi segreti sudafricani e un giornalista freelance disilluso e allucinato, portano avanti la loro esistenza rinchiusi a Gombe, il quartiere dei ricchi. Fra feste, echi di una guerra sempre più vicina, tradimenti, traffici di diamanti e di organi umani, le giornate di questi personaggi vanno avanti, intrecciandosi e scontrandosi, fino all'inquietante e drammatico finale...

Categoria: Narrativa

Editore: Momentum

Collana:

Anno: 2011

ISBN: 9788890534027

Recensito da Diego Manzetti

Le Vostre recensioni

Intorno l’esercito dei bambini urlanti, delle madri che porgevano capezzoli sudati a deboli lattanti. La terra rosso fuoco e i poliziotti in ciabatte. Le piramidi di manghi e banane verdi, grosse e pesanti. I commercianti seduti a terra, donne che camminavano a ranghi stretti. Un vociare perpetuo, misto al gracchiante suono dei motori scarburati dei camion in partenza. Intorno alla pista polverosa si stagliavano i chioschi costruiti con pezzi di legno e lamiera arrugginita; si vendevano Primus calda e stecche di sigarette. Sul lato opposto della corsia transitava una motrice di camion a cui era stato agganciato un carro bestiame. Dentro vi erano ammassate decine di persone: i passeggeri“.

Un romanzo crudo, quello di Lorenzo Mazzoni. Una denuncia che vorrebbe portare all’attenzione del pubblico la drammatica situazione della Repubblica Democratica del Congo. Una realtà che l’autore descrive come fuori da ogni controllo, dove fazioni opposte si scontrano lasciando dietro di se un’ininterrotta scia di sangue. Il susseguirsi di morti di persone innocenti, spettatori di un mondo nel quale vivono senza colpa una vita di disagi, orchestrati come burattini dai pochi detentori del potere. Molto polemico l’autore nei confronti della reale efficacia delle missioni internazionali: “tutti lo sanno, questa città è folle, questa nazione è folle, chi ci vive è folle. La verità è che qui governa solo l’anarchia. Ci sono seimila uomini della MONUC [ndr: la missione delle Nazioni Unite] in un territorio grande come mezza Europa: impossibile che riescano a fare qualcosa, anche se fossero i migliori guerrieri pacificatori della terra; sono inutili, stanno lì e guardano. Gli aiuti ai rifugiati ammontano si e no a un quinto di quanti ne servirebbero solamente per iniziare a fare il piccolo primo passo …” .

Questo è lo scenario nel quale l’autore ambienta la sua breve storia. I personaggi che ne fanno parte sono uomini consumati dalle atrocità vissute. Per la maggior parte europei, sono finiti in Congo per i più vari motivi, magari in fuga da un passato con il quale non intendono fare i conti; tutti sono accomunati da un presente che li vede spettatori sconsolati di una realtà da loro percepita come ormai inevitabile. Il caldo torrido, il sudore, l’uso continuo della onnipresente birra Primus e l’odore di morte, sono gli elementi che accomunano una narrazione dai connotati realistici. L’autore non è mai stato a Kinshasa, questo ce lo chiarisce nella Nota finale, ma riesce nondimeno a descrivere uno scenario credibile e di forte impatto.

L’autore ha risposto ad alcune domande che gli abbiamo posto:

Nel libro dici di non essere mai stato nei luoghi descritti  e che il tutto si basa su tue ricerche, è corretto?
Sì, è corretto. Non sono mai stato in Congo. Le vicende narrate nel libro sono il frutto di una ricerca fatta principalmente sulle pagine della rivista “Internazionale” degli anni che vanno dal 1998 al 2004. Ho raccolto molti articoli che descrivevano le conseguenze delle guerre che hanno e che continuano a insanguinare l’Africa. Documentazioni sul traffico illegale dei diamanti, reportage dal fronte. Inoltre, il bellissimo “In viaggio verso Il Capo” del giornalista Sergio Ramazzotti mi ha dato un’idea più precisa di Kinshasa.

Come hai deciso di parlare del Congo? C’è qualche motivazione particolare che ti ha spinto ad ambientare la storia in quella nazione?
Ho scritto il libro nel 2004 quando l’interesse dei media era rivolto esclusivamente alle guerre del terrore di stampo occidentale. Ero davvero molto arrabbiato verso la capacità dei canali di informazione di trasformare i conflitti in guerre di serie A e guerre di serie B. Sono sempre stato attratto dai fatti ignorati dai media e ho scritto “Le bestie”. In Congo sono morte quasi sei milioni di persone, ci sono un milione e mezzo di profughi. La malnutrizione non si placa. I bambini sono ridotti in schiavitù nelle miniere di minerali preziosi che una volta estratti vengono spediti in Europa e America per finire al collo o al dito di qualche facoltoso. Gli stupri di massa sono all’ordine del giorno. Insomma, un vero e proprio genocidio è in atto da anni e anni senza che nessuno dica niente. La stessa missione ONU mandata per sedare gli animi ha svolto e svolge un’azione a dir poco imbarazzante. C’era di che essere arrabbiati e la voglia di provare a spiegare cosa stava succedendo. Credo molto alla forza sovversiva della letteratura popolare. Con un linguaggio semplice puoi arrivare a tutti e credo sia compito dello scrittore usare questo linguaggio per dire e trasmettere immagini, storie e fatti che difficilmente passano al telegiornale.

In qualche modo ti sei ispirato alle tue esperienze di viaggio? Magari potresti parlarne ai nostri lettori.
Le mie esperienze di viaggio, se pur a volte sono state a dir poco avventurose, non hanno niente a che vedere con l’orrore del Congo. E’ vero, nei miei romanzi passati ho utilizzato come scenari luoghi dove ho abitato o che ho visitato (Amsterdam, Parigi, Bucarest, Istanbul per fare qualche esempio), ma in questo libro l’esperienza viaggio non mi è servita. Quello che ho letto o che ho visto nei filmati durante la mia ricerca è molto lontano da tutto ciò che ho visto con i miei occhi. Certo, viaggiando ho avuto a che fare con la morte e anche con difficili situazioni di ordine pubblico, ma si è sempre trattato di fattori inusuali. La mia Kinshasa è l’orrore ventiquattro ore al giorno. Un’esperienza totalizzante estranea alle mie esperienze di viaggio.

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