Saggi

LE ILLUSIONI DELLA SCIENZA

Sheldrake Rupert

Descrizione: La Scienza si è illusa di aver già compreso la natura della realtà: le questioni fondamentali hanno già trovato risposta, lasciando solo i dettagli da definire. Rupert Sheldrake, uno degli scienziati più innovativi ed esponente di quello che viene definito un approccio «organicista», pensa invece che le scienze stiano attraversando una impasse determinata proprio da ipotesi date regolarmente per sottintese, mai messe in dubbio, accettate come un articolo di fede. Egli sostiene che la «visione scientifica», ancorandosi ai suoi assunti trasformati in dogmi, sia diventata un sistema di credenze: tutta la realtà è o materiale o fisica, il mondo è una macchina, e la materia è priva di coscienza, il libero arbitrio è illusorio, le leggi di natura sono costanti e la natura è senza finalità, la coscienza non è altro che l'attività fisica del cervello e Dio vive solo come un'idea nella mente umana, la medicina meccanicistica è l'unica che funziona veramente, e così via. Sheldrake individua dieci «dogmi» del materialismo, trasforma ciascuno di essi in una domanda e a ciascuno dedica uno dei capitoli del libro, in cui sottopone a esame la sua credibilità, i problemi e le anomalie che possono metterlo in crisi, le ricadute nella pratica della vita e della ricerca dell'atteggiamento fideistico che lo supporta. Aprendo nuovi possibili percorsi di indagine, svincolandosi da tali dogmi, la scienza sarebbe migliore: più libera, più interessante, più divertente.

Categoria: Saggi

Editore: Apogeo

Collana: Urra

Anno: 2013

ISBN: 9788850331383

Trama

Le Vostre recensioni

Il saggio di Rupert Sheldrake si propone di dimostrare come la scienza, con il suo metodo rigoroso e obiettivo, sia limitata da dogmi che le impediscono una visione libera e totale della realtà.

La maggior parte degli scienziati, secondo Sheldrake, tende a condurre esperimenti e ricerche che provino, con pochi margini di dubbio, la correttezza delle proprie teorie, ma dimentica di applicare lo stesso procedimento agli assunti, o dogmi, su cui si basa la scienza moderna, che invece vengono dati per scontati.
Nessuno, sostiene Sheldrake, si è mai preoccupato di verificare la validità dell’approccio materialistico, che affonda le sue radici nella scienza meccanicista del diciassettesimo secolo con Keplero, Galilei, Descartes, Bacon e Newton.
L’assunto della filosofia materialistica è che tutto sia essenzialmente materiale, anche la mente.

Shaldrake individua dieci concetti che costituiscono la “filosofia o l’ideologia del materialismo” e li analizza uno ad uno come se fossero domande. Quindi il principio: “Tutto è essenzialmente meccanico” diventa: “La natura è meccanica?” e i successivi si trasformano, ad esempio, in: “La quantità totale di materia ed energia è sempre la stessa?“, “Le leggi di natura sono costanti?“, “La materia è priva di coscienza?“.
Le risposte che Sheldrake propone hanno fatto storcere il naso a molti esponenti della comunità scientifica.

Nel capitolo in cui si chiede: “Tutta l’eredità biologica è materiale?, Sheldrake entra in aperto contrasto con il biologo evoluzionista Richard Dawkins, autore de “Il gene egoista” e della teoria dei memi (infomazioni che si propagano per imitazione tra gli individui e che ne costituiscono l’eredità culturale, così come i geni costituiscono l’eredità biologica degli esseri viventi), opponendogli la propria teoria dei campi morfici e del loro trasferimento da cervello a cervello per risonanza morfica, un meccanismo di condivisione di informazioni grazie al quale ogni cervello può attingere ad una memoria collettiva che, grazie alle esperienze di tutti gli individui, permette lo sviluppo della specie cui appartengono.

Una volta ho cercato di discutere questo punto con Richard Dawkins. Gli ho detto che memi e campi morfici sembrano svelgere un ruolo simile nell’eredità culturale, ma mi ha risposto: ‘Non hanno assolutamente nulla in comune. I memi sono reali perché sono materiali. Esistono all’interno di cervelli materiali. I campi morfici non sono materiali e perciò non esistono.”

Questo scambio sembra essere emblematico dei rapporti tra Shaldrake e alcuni dei suoi colleghi.
Nato in Inghilterra nel 1942, Rupert Sheldrake si è laureato in biochimica a Cambridge, ha studiato filosofia della scienza ad Harvard ed è successivamente tornato a Cambridge per effettuare le sue ricerche di dottorato, diventando poi direttore degli studi di biologia cellulare e biochimica al Clare College. Membro della Royal Society ha continuato le ricerche, iniziate anni prima, sulla crescita e la morte delle cellule delle piante, spostandosi anche in Malesia e in India. Un curriculum di tutto rispetto per uno studioso che, a un certo punto della sua carriera, ha messo in discussione il modello scientifico ufficiale, pubblicando “A New Science of Life” (1981), in cui per la prima volta ha avanzato l’ipotesi di campi morfogenetici “che determinano la forma, che controllano lo sviluppo degli embrioni animali e la crescita delle piante“.

Chi non sia uno scienziato o non abbia almeno approfondito lo studio della fisica, della chimica e della biologia presso la propria scuola superiore potrebbe avere a dolersi di queste lacune, trovando (come chi scrive questa recensione) piuttosto complicato districarsi in questa disputa: il biologo britannico è osteggiato dai suoi pari perché infrange dei tabù o, come alcuni scienziati interpellati sostengono, perché le sue teorie non poggiano su solide basi scientifiche?
In ogni caso gli organizzatori della TED Conference e dei TED Talks (conferenze e lezioni tenute da personalità provenienti dai più diversi campi del sapere e dell’intrattenimento, i cui video sono resi gratuitamente disponibili sul sito della fondazione TED e su youtube), hanno scelto di cancellare l’intervento di Sheldrake a causa di presunti errori, sia fattuali sia nelle premesse (il presupposto secondo cui la scienza opera seguendo un criterio materialista e meccanicista). Una scelta simile, benché non dichiarata, è stata compiuta anche dal New York Times, che non reca traccia del libro (uscito negli Stati Uniti con il titolo, dall’impatto polemico attutito, di “Science Set Free“).

Questo libro ha, se non altro, il merito di accompagnare il lettore in un’ampia e affascinante panoramica che attraversa la storia della filosofia e delle scienze e del loro rapporto con la religione, fino ad arrivare ai nostri giorni e alle ultime scoperte scientifiche.
Il capitolo sulla medicina suggerisce qualche spunto di riflessione sull’auspicabile integrazione tra la medicina tradizionale e le cure alternative, la promozione di stili di vita più salutari e la medicina palliativa nella fase di fine vita, poco presenti nell’impostazione tradizionale del rapporto medico-paziente. Inoltre, qualche lettore appassionato di fenomeni apparentemente inspiegabili potrebbe trovare interessanti alcuni passaggi sugli asceti indiani, capaci di sopravvivere per anni senza cibo, o sui cani, che percepiscono che il padrone sta tornando a casa senza che vi siano indizi specifici o, ancora, sul nostro impulso a voltarci se qualcuno dietro di noi ci fissa.

Una menzione va necessariamente al traduttore Virginio B. Sala per l’efficace resa in italiano di un testo complesso per linguaggio e contenuti.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Rupert

Sheldrake

Libri dallo stesso autore

Intervista a Sheldrake Rupert


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Gaia, 38 anni, porta la taglia 38, vive nel centro di Milano e in equilibrio perfetto sul suo tacco dodici si muove disinvolta tra sfilate e locali alla moda: del resto ha un marito che le garantisce una grande agiatezza, un amante il cui profilo su Facebook dice sempre "innamorato", una figlia che va alla scuola steineriana, due amiche di nome Ilaria e Solaria, un iPhone, un iPod, un iPad e una psicanalista che a ogni seduta pronuncia queste parole: "Sono trecento euro". Madre in carriera, può vantare l'invenzione dell'apericena, rito che ha ormai contagiato l'intera penisola, e la soddisfazione di non avere fatto mancare nulla alla figlia Elettra senza per questo trascurare il lavoro. Nessuna sbavatura, insomma. Eppure il passato bussa, implacabile, nel sonno. Un incubo ricorrente, che sembra voler riportare a galla qualcosa... Prima o poi Gaia dovrà decidersi a parlare di suo padre. E dei suoi tre anni di black-out. Anche perché a un tratto nel suo presente si è aperta una piccola crepa, destinata ad allargarsi come la tela di un ragno e a mandare in pezzi le sue sicurezze: il licenziamento dall'agenzia di comunicazione dove lavora, un'impasse sentimentale inattesa, la carta di credito bloccata, Elettra che lancia segnali di un disagio sempre più ineludibile... Con irresistibile vena satirica, unita qui però a uno sguardo profondamente partecipe, Giuseppe Culicchia dà vita a un personaggio femminile tragico e grottesco, risucchiato in una spirale di menzogne e forzature che mostrano il volto più fasullo della borghesia d'inizio millennio, celebrandone i riti e insieme il declino; e al tempo stesso scrive un libro civile, capace di svelare il bene nascosto sotto la patina del nostro vivere quotidiano come le radici di un albero frondoso che spezzino la crosta dell'asfalto per dare ossigeno alla città. Attraverso una vertiginosa capacità di scavare nei cliché linguistici e umani, Culicchia procede insinuando variazioni minime nell'infinito gioco di specchi nel quale nostro malgrado ci muoviamo. E - in bilico tra il dolore e il sorriso - libera sulla pagina quelle piccole rivelazioni che sono il nucleo di un cambiamento possibile. Perché, toccato il fondo della crisi, si può ricominciare a vivere, spogli di tutto ma ricchi come mai prima.

VENERE IN METRO’

Culicchia Giuseppe

Un misantropo appassionato di Stendhal, nascosto in un villaggio della Savoia, viene misteriosamente rapito e abbandonato in una foresta. Una bella signora bionda, esperta guidatrice, perde il controllo dell’auto e finisce fuori strada. Intanto in Bretagna un uomo che ogni giorno faceva la sua passeggiata in riva al mare incontra due sconosciuti che lo terrorizzano. Ma il lettore capisce presto che questo non è un classico romanzo poliziesco. Gli aggressori non sono né agenti segreti né trafficanti. Non aggrediscono dei duri ma delle persone miti. Ce l’hanno in particolare con un libraio ribelle, con una malinconica ereditiera e con la libreria che i due hanno creato senza mai pensare che potesse suscitare tanto odio. Chi, tra gli appassionati della letteratura, non ha mai sognato di aprire una libreria ideale dove si vendessero solo i libri più amati? Lanciandosi nell’avventura, Francesca e Ivan, i due librai, sapevano che non sarebbe stato facile. Come scegliere i libri? Come far quadrare i conti? Ma ciò che non avevano previsto era il successo. Un successo che però scatena una sorprendente sfilza di invidie e aggressioni.

LA LIBRERIA DEL BUON ROMANZO

Cossé Laurence

Un inno alla leggerezza. E non a quella che fa rima con frivolezza, ma un invito a sgravarsi, a liberarsi dei troppi pesi che ci mettiamo addosso. Perché di insostenibile c'è soltanto l'affanno per voler essere diversi da ciò che si è. Poesie che hanno la forza di un'esortazione e sono agili come canzoni pop. Parlano dell'accettarsi, nel bene e (soprattutto) nel male. Dell'avere dubbi e sbagliare, nella vita come in amore. Questo libro è un elogio dell'imperfezione, dell'errore, dello sbaglio, parole per esseri imperfetti perché vivi. E dell'equivoco, dell'errore, dell'approssimazione, ci si veste con fierezza. Alessandra Racca si dimagrisce il passo per essere leggera al mondo e poggiarci sopra, camminando, l'essenziale: la luminosa trasparenza dell'imperfezione.

Consigli di volo per bipedi pesanti

Racca Alessandra

"Tanto per cominciare, Zooey era un giovanotto piccolo, dal corpo estremamente esile. Da dietro (soprattutto dove gli si vedevano le vertebre) sarebbe quasi potuto passare per uno di quegli sparuti bambini di citta che ogni estate vengono spediti alle colonie a ingrassarsi e prendere il sole. Visto in primo piano, di faccia o di profilo, era straordinariamente, spettacolosamente bello. La sorella maggiore mi ha pregato di dire che assomigliava all'"esploratore mohicano ebreo-irlandese dagli occhi azzurri che mori tra le vostre braccia al tavolo della roulette di Montecarlo".A salvare in extremis quel volto dall'eccessiva bellezza, se non addirittura dallo splendore, era un orecchio che sporgeva leggermente piu dell'altro. Per conto mio, comunque, non condivido affatto ne l'uno ne l'altro di questi punti di vista. Ammetto che il volto di Zooey fosse un volto bellissimo, quasi perfetto. Come tale, naturalmente, era passibile di quella stessa varieta di giudizi scorrevoli, imperterriti e spesso capziosi cui e soggetta ogni autentica opera d'arte. Penso resti solo da aggiungere che una qualunque delle cento minacce giornaliere - un incidente d'auto, un raffreddore di testa, una bugia prima di colazione - avrebbe potuto deturpare o imbruttire la sua generosa bellezza nel giro di un giorno o di un minuto. Ma quello ch'era deteriorabile, quello che qualcuno ha categoricamente definito una gioia di tipo imperituro, era un autentico esprit impresso su tutto il viso, specie negli occhi, dove attirava l'attenzione come una maschera di Arlecchino, e a volte disorientava".

FRANNY E ZOOEY

Salinger Jerome D.