Narrativa

Le montagne della follia

Lovecraft Howard Phillips

Descrizione: Ambientato in Antartide, racconta quanto accaduto a una spedizione scientifica alle prese con reperti antichi milioni di anni. In una terra di ghiaccio e di morte senza tempo, il gruppo s'imbatte in campioni zoologici che, apparentemente, non provengono da questo pianeta. Le difese della razionalità illuminista cadono, una a una, di fronte all'impossibilità di spiegare con la logica il quadro che inesorabilmente si prefigura. Una serie di colpi di scena da incubo spingono i protagonisti sull'orlo della pazzia e l'avventura finisce in tragedia, catapultando il lettore in un mondo visionario dominato dal terrore e dall'angoscia. La nuova traduzione resta il più possibile fedele al testo originale, senza semplificazioni né asciugature, conservando il ritmo glaciale e ipnotico della prosa lovecraftiana.

Categoria: Narrativa

Editore: Il Saggiatore

Collana: Le silerchie

Anno: 2015

ISBN: 9788842821021

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Secondo H.P. Lovecraft, Le montagne della follia si troverebbero in Antartide, come testimoniato dal racconto-diario di Dyer, esploratore-narratore a capo dell’immaginaria spedizione scientifica (“Come geologo a capo della Miskatonic University, il mio obiettivo era solo recuperare campioni di roccia e suolo dagli strati più profondi del continente antartico, in ciò aiutato dall’impressionante trivella messa a punto dal professor Frank H. Pabodie, del nostro dipartimento di Ingegneria”) partita nel 1930 (“Salpammo dal porto di Boston il 2 settembre 1930”).

Già durante il viaggio, alcuni miraggi premonitori (“Un miraggio sorprendentemente vivido… in cui gli iceberg in lontananza si trasfiguravano nelle merlature di inimmaginabili castelli cosmici”) rivelano per rifrazione una realtà spaventosa che affiorerà nel corso dell’esplorazione.

Una volta giunta a destinazione, l’unità scientifica si divide, sfiorando “il punto critico dell’ammutinamento”: alcuni componenti del gruppo si dirigono verso ovest (“Nel Canale di McMurdo… sottovento rispetto all’Erebus fumante. La vetta scoriacea… torreggiava contro il cielo orientale come in una stampa giapponese del sacro Monte Fuji e alle sue spalle si alzava il monte Terror, bianco e spettrale…”). I primi messaggi che giungono al campo base dal gruppo capitanato da Lake sono entusiastici (“Sezioni regolari di cubi abbarbicate a vette più alte. Panorama prodigioso in luce rosso-dorata del sole basso. Come terra di mistero in sogno o portale verso mondo proibito di meraviglie mai scoperte prima”), parlano di una città fantasma (“Vecchie fortezze asiatiche aggrappate a ripide montagne in quadri di Roerich”) e di scoperte sorprendenti (“Lake si rivolse di nuovo alla mitologia, chiamando le sue scoperte, quasi per celia, «gli Antichi»”), sembrano dar ragione a Lake (“Dyer farebbe meglio a mangiarsi le mani per aver cercato di fermare il mio viaggio a ovest”), ma poi cala un silenzio agghiacciante (“Ogni tentativo di contattare il campo non otteneva altra risposta che il silenzio”) che sicuramente nasconde una disgrazia.

Diventa necessario verificare cosa sia realmente successo: con angoscia i soccorritori constatano che è intervenuta una strage di uomini e cani. Soltanto un membro della spedizione e un cane mancano all’appello. Possibile che lo scomparso sia responsabile dell’eccidio (“La pazzia – concentrata in Gedney in quanto unico possibile perpetratore ancora in vita”) e delle orrende mutilazioni che i corpi hanno subito?

Dyer e l’assistente Danforth sorvolano le montagne della follia e ammirano dall’alto lo spettacolo delle vestigia di un’antica civiltà (“Quel reame infestato e maledetto, dove la vita e la morte e lo spazio e il tempo hanno stretto oscure e blasfeme alleanze fin dalle epoche ignote in cui la materia principiò a contorcersi e sguazzare sulla crosta del pianeta appena appena freddatasi”). La curiosità (“Ma era il groviglio di cubi regolari, bastioni e aperture cavernose sui pendii, ad affascinarci e inquietarci più di ogni altra cosa”) e lo spirito d’avventura prevalgono sul terrore. I due malcapitati decidono di percorrere il labirinto archeologico (“Un’astrusità labirintica, fatta di irregolarità e curiose differenze fra i diversi piani…”) affidandosi alla tecnica di Pollicino per non smarrirsi (“Il nostro sistema della caccia alla lepre per segnare il percorso”), rabbrividiscono di fronte alle ciclopiche architetture (“L’insieme ricordava le rovine di Machu Picchu sulle Ande…”), interpretano le opere d’arte che testimoniano una civiltà antichissima (“Una forma di esaltazione culturale o religiosa … aveva patentemente incarnato l’essenza di quella conformazione a stella, non diversamente da come i motivi decorativi della Creta minoica esaltavano il toro, quelli egiziani lo scarabeo, quelli romani il lupo e l’aquila, e quelli delle più diverse tribù di selvaggi i loro totem animali d’elezione”), discendono nel ventre della terra (“Non avevamo rinunciato all’ambizione di vedere l’abisso…”) disposti a tutto pur di prendere visione degli orrori che lì si sono consumati.

Così penetrano i segreti dei primordi geologici e delle generazioni di antenati alieni, s’imbattono in creature mostruose (“Le mostruosità biologiche”), in altri delitti (“Erano i corpi del giovane Gedney e del cane mancante”) e in animali mutanti (“Una specie enorme e ignota, più massiccia dei più grandi esemplari conosciuti di pinguini reali, e mostruosa nel suo essere insieme albina e virtualmente priva d’occhi”), lambiscono la verità e fuggono inseguiti da un essere spaventoso che già Poe aveva descritto nel Gordon Pymm…

Il romanzo è avvincente perché è un tassello nella mitologia (“I Grandi Antichi  scesi dalle stelle quando il mondo era giovane”) e nella teogonia lovecraftiana (“Le sculture narravano dell’arrivo dalle vastità cosmiche di quelle cose dalla testa a stella sulla neonata terra, ancora senza vita”), perché è una prova delle abilità descrittive del solitario di Providence (“Montagne lontane fluttuavano nel cielo come cittadelle incantate, e spesso il mondo bianco si dissolveva nella sua interezza in una terra d’oro, d’argento e di scarlatto, una terra di sogni dunsaniani e di avventurosa trepidazione, illuminata dalla magia di un basso sole di mezzanotte”), perché testimonia il fascino esercitato sullo scrittore dall’ansia della conoscenza (“Gli arabeschi mostravano un utilizzo profuso di principi matematici, ed erano composti da curve oscuramente simmetriche e angoli, tutti basati sul numero cinque”), dalle evocazioni storiche (“La mostruosa torre cilindrica… corrispettivo… delle mostruose torri o ziggurat dell’antica Babilonia”) e dalla fantasia (“Sembravano capaci di attraversare l’etere interstellare grazie alle loro possenti ali membranose”).

Lo stile è incalzante, eccessivo, soffocante. In una parola, è lo stile che attrae i numerosi estimatori di Lovecraft…

Bruno Elpis

Il sito dedicato a H. P. Lovecraft

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Phillips

Howard

Lovecraft

Libri dallo stesso autore

Intervista a Lovecraft Howard Phillips


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Dalla splendida collina di Capodimonte nota come «la Posillipo povera», Rosa osserva Napoli e ripensa alla madre morta. C’è qualcosa che la unisce a quella donna, qualcosa che va oltre il legame di sangue e che risiede in «un guasto» che ha marchiato le vite di entrambe. Alla ricerca di quel guasto, Rosa rivive la storia di sua madre, Vincenzina, dall’incontro con il suo futuro padre, Rafele, alla nascita di un amore nato in mezzo alla povertà e alla lordura del borgo dei Vergini, dove la guerra sembra non finire mai. Come in un film proiettato solo nella sua mente, Rosa passa in rassegna la morte di suo padre Refele, la decisione di Vincenzina di iniziare a praticare il prestito a usura e la richiesta a Rosa di accompagnarla nei suoi giri per le vie del quartiere, per aiutarla a conteggiare gli interessi. Ma il flusso di memoria di Rosa è una giostra che non può fermarsi. E allora davanti agli occhi le appaiono per magia anche altre persone. «Anime finte» che, come gli attori di una compagnia teatrale, salgono sul palco e recitano la loro parte: Annarella, l’amica d’infanzia, la sua tentatrice; Angiulillo, un ragazzo assoldato dai NAR e dalla camorra per compiere la strage di Bologna; Emilia, una tenera e primitiva down; il maestro Nunziata, sognatore incandescente; il trans Maria. Una galleria di gente esclusa dalla storia a cui Rosa sente di dover restituire quella dignità che è stata rubata loro dalla società. Perché la povertà non finisce mai, pensa Rosa, è la gente che decide di dimenticarla. Con la prosa poetica e originale che le è valsa la candidatura al Premio Strega 2015, Wanda Marasco riesce nell’impresa di scrivere un secondo romanzo all’altezza delle aspettative: barocco ma accessibile, coraggioso ma spietato.

La compagnia delle anime finte

Marasco Wanda

I ritratti di Virginia Woolf – parte seconda

«Mi chiamo Vince Corso. Ho quarantacinque anni, sono orfano e per campare prescrivo libri alla gente». Insegnante precario e lettore come pochi, si è inventato un nuovo lavoro, quello di biblioterapeuta; ha casa e ufficio in via Merulana, un monolocale con soppalco e angolo cottura più da studente fuorisede che da medico delle anime, dove accoglie le sue pazienti - sì, sono donne in prevalenza. Vince le ascolta e poi trova per loro il libro adatto, le pagine che possono lenire, la letteratura insomma come medicina dell’anima e, perché no?, anche del corpo. A rivolgersi al suo pronto soccorso letterario un giorno arriva Giovanna; il fratellastro Fabrizio, sinologo, collezionista di libri, esperto di lingue e di molto altro, ha smarrito il senno e ricoverato in una casa di riposo per malati di Alzheimer ripete ossessivamente poche e smozzicate frasi, sempre le stesse. La donna è convinta di un possibile miglioramento del fratello se solo potesse ritrovare il libro da cui quelle parole sono tratte: sembra proprio il terreno in cui Vince Corso si trova più a suo agio. Così accetta la sfida e visita la biblioteca del professore, ma si trova ben presto a indossare i panni dell’investigatore, a svelare l’enigma che si cela dietro quel labirinto di volumi, una autentica biblioteca di Babele. Un libro sulla memoria, sull’importanza del ricordo, sulla lettura come terapia.

Ogni coincidenza ha un’anima

Stassi Fabio

Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio – la casa di Lessico famigliare – all’appartamento dell’esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l’opera fin dai primi esercizi infantili. Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com’è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia – così la chiamavano tutti, semplicemente per nome – si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri. Perché la Ginzburg non è solo l’autrice di un libro-mito o la voce – corsara quanto quella di Pasolini – di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche. Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una “costellazione” e la sua vicenda s’intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra). Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile. E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l’eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l’affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall’ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Petrignani Sandra