Guide

LE REGOLE DEL MIO STILE

Elkann Lapo

Descrizione: Lapo Elkann firma un libro in prima persona, ma senza arroganza o presunzione di insegnare qualcosa: semplicemente per raccontare ciò che gli sta più a cuore, lo stile, come estensione dell’amore per la vita. “L’eleganza rispecchia quello che hai fatto, pensato, visto in ogni momento della tua vita, e diventa il tuo modo di essere, in cui metti in gioco personalità, audacia e libertà” Il libro è quasi un ritratto, con foto inedite create su “misura”, e la vivacità delle pagine e dei capitoli diventano spunti, consigli e riflessioni in bilico tra creatività e cambiamento, le coordinate di una particolare forma di equilibrio firmata LAPO.

Categoria: Guide

Editore: Add Editore

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788896873878

Trama

Le Vostre recensioni

Ci occupiamo oggi di un’opera sui generis: per l’autore, per come è stata concepita.

L’autore è Lapo Elkann, erede di una delle dinastie più celebri (la più celebre?) in Italia e nel mondo.

La pubblicazione si presenta come un ensemble di aforismi, riflessioni, immagini, foto e slogan (tipo il francescano “Sogno una casa vuota” e l’ambiguo “Si prega di toccare”). Si configura pertanto più come capitolo del costume che come opera letteraria.

Prima di addentrarci in un’analisi (spesso ironica, ma Lapo ha spesso dimostrato di essere dotato di grande senso dello humour e ci perdonerà anche qualche intemperanza) del pamphlet, vorrei dissipare il campo da un dubbio cartesiano che mi ha assalito prima ancora di sfogliare il libro: “Lapo è o non è un dandy?”

Per dirimere la spinosa questione, mi avvalgo – come spesso faccio – della definizione di Treccani on line:

“Dandy: 1. Termine col quale, fin dal principio del secolo XIX, venivano indicati, a Londra, gli uomini eleganti il cui modello era G. B. Brummell (1778-1840), considerato arbitro dell’eleganza londinese, famoso per la raffinata sobrietà del vestire e la freddezza sprezzante dell’atteggiamento; la parola si è diffusa nell’uso comune con il significato di uomo elegante, alla moda, che attribuisce grande importanza al proprio aspetto, dando valore soprattutto allo stile, al buon gusto, alle belle maniere, e ostentando fastidio per i modi e i costumi borghesi, ma è stata anche usata con riferimento a un tipo di intellettuale e ai suoi atteggiamenti (v. dandismo).”

Il quesito non è peregrino: Lapo è stato definito “Uomo più elegante del mondo” da Vogue America ed è sul podio “Hall of fame dei best men dressed” secondo Vanity Fair US.

Ma, evitando che io mi dibatta in dubbi inutili, lo stesso Lapo fornisce la più rassicurante delle risposte: “Dicono che sono un dandy: falso, la mia non è una posa, quello che faccio non lo faccio per stupire”. 

Finalità dell’opera 

Non è certo quella di dissipare oziosi interrogativi, come quello che io mi sono posto. La finalità è seria e consiste nel presentare la sua business idea di fondatore (con Andrea Tessitore e Giovanni Accongiagioco) del brand “Italia Independent” e (con Alberto Fusignani) dell’agenzia creativa “Independent Ideas”. In parole povere e sicuramente semplificando: Lapo si occupa (anche) di moda.

E per fare questo si ammanta di umiltà (“Al budget sempre più piccolo si deve rispondere con idee sempre più grandi”), mantenendo sì un occhio puntato al lusso, ma quasi in preda alla ‘sindrome di Pollicino’: “Il lusso non è più fare in grande, è diventato invece guardare il piccolo, il particolare”. 

L’identikit di Lapo 

Ovviamente parliamo di identikit esteriore. Ma anche dei risvolti psicologici nella misura in cui (a proposito, qualcuno usa ancora quest’espressione post sessantottina ormai bandita dal vocabolario?), con lo stesso Lapo, confidiamo che “l’immagine è importante, ma se dietro non c’è la sostanza è inutile”. In ciò confortati da una constatazione dell’autore, secondo il quale “viviamo in anni in cui fortunatamente molto di quello che era fasullo si sta sgretolando, in cui apparire non basta …”, ma ancora afflitti dal dubbio che Lapo veda il mondo attraverso le lenti dei suoi occhiali (per questo aspetto vi rimando a quanto scriverò più avanti). 

Per motivi di brevità mi soffermerò soltanto sul capitolo intitolato “Guardaroba”, rinviandovi alla lettura degli altri paragrafi (nell’ordine: luoghi, la sfida, ispirazioni, il mio dizionario, io lo conosco bene, dove) per ulteriori accattivanti particolari socio-cultural-geografici. 

E, spiando nel guardaroba del rampollo di casa Agnelli-Elkann, apprendiamo una serie di interessanti informazioni che qui riassumo in ordine del tutto casuale, non certo per importanza!

-        Il gessato ispira Lapo: “sto addirittura studiando un’auto con la carrozzeria gessata”!!!

-        Quanto ai colori: “Mai il nero: non posseggo abiti neri, quelli sono un po’ da body-guard …” mentre il bianco “lo porto … con i bottoni d’oro da marinaio …”. E qui però m’inalbero. Ricordo un fatto della mia gioventù: vittima del cattivo gusto che spesso cattura gli adolescenti, ho comprato un paio di pantaloni bianchi (certo, avevano una proletaria lampo e non bottoni d’oro!), ma li ho indossati una sola volta dopo aver suscitato lo scherno di chi li ha definiti “da gelataio”. Ad ogni buon conto, Lapo perviene a una sintesi salomonica commentando “il bianco e nero. Questo accostamento mi piace ed è importante anche da un punto di vista affettivo: è la mia amata Juventus …”

-        “Ho ereditato moltissimi abiti di tweed da mio nonno Gianni.”

-        “Pantaloni. Li porto con e senza risvolto.” E chi di noi li porta in altro modo? Temo che anche qui, come nella filosofia più tradizionale, tertium non datur.

-        “Le t-shirt. Ne ho a palate, di tutti i tipi e colori.” Per ripristinare un po’ di sobrietà, si legga il punto successivo.

-        “Il pigiama e la vestaglia. Il pigiama non lo uso mai, dormo nudo anche d’inverno.” Della serie “sotto la vestaglia niente”?

-        “Gli occhiali (ndr: che hanno reso ancor più celebre – ce ne fosse stato bisogno – il nostro Lapo) … “pur se ci vedo benissimo, ogni tanto li porto anche con le lenti trasparenti”. Miopi di tutto il mondo: non insorgete!

Ci sono davvero tanti spunti e, mi vien da dire, il libro potrebbe far proliferare un intero indotto, come già hanno fatto “le cinquanta sfumature” di vari colori.

Tuttavia non dimentico che noi di i-libri siamo innanzitutto “una testata giornalistica che si occupa di letteratura” e quindi faccio un cenno anche alla dimensione linguistica del simpatico autore: “Parlo cinque lingue … l’italiano … anche se mi hanno dato quattro Tapiri a causa dei miei congiuntivi creativi, con il tempo lo sto migliorando”. 

Bene, in questo commento abbiamo scherzato molto, bonariamente. E mi piace chiudere scegliendo due – anzi tre, con gli auguri finali – annotazioni serie.

“Nel 2008, nella sede delle Nazioni unite a New York, ho ricevuto la carica di ambasciatore di buona volontà dell’ospedale di Tel Aviv …” realizzando progetti quali “la costruzione di un campo dove i bambini possano giocare a calcio a fini terapeutici”.

Tra le persone importanti per “ispirazioni” Lapo cita Suor Giuliana Galli: “Ha fatto tantissimo per il Cottolengo di Torino … dedicare la propria vita agli altri. Mi ha fatto capire quanto sia importante dare con bontà e generosità. E non aspettarsi qualcosa in cambio”. 

Auguri Lapo, per il brand e per l’agenzia che hai creato. Soprattutto perché dal successo di queste tue iniziative potrebbero derivare nuovi posti di lavoro. Lo sperano molti italiani, di tutto cuore lo spera … 

… Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Lapo

Elkann

Libri dallo stesso autore

Intervista a Elkann Lapo

30 indimenticabili lettere sui gatti. T.S. Eliot che batte a macchina un invito per tutti i gatti di Jellicle a partecipare al compleanno del suo figlioccio di quattro anni. Ernest Hemingway che cataloga i suoi amici felini all'ex moglie. La madre di Jack Kerouac che piange il lutto del gatto di famiglia. Jack Lemmon che suggerisce con malizia a Walter Matthau di andare insieme ad aprire un rifugio per gatti in Messico. Questa raccolta offre uno sguardo affettuoso e gentile al luogo che occupano i gatti nei nostri cuori e nelle nostre vite. Queste trenta lettere catturano il profondo piacere di avere o di osservare un gatto, e rivelano la natura felina come la nostra.

Gatti. L’arte delle lettere

Usher Shaun

L’AMORE E’ UN DIFETTO MERAVIGLIOSO

Simsion Graeme

Il nostro tempo sembra aver dissolto ogni confine, compresi quelli stabiliti dai tabú. Non esiste piú un limite che non sia possibile valicare. La trasgressione è divenuta un obbligo che non implica alcun sentimento di violazione. La disinibizione diffusa ha preso il posto della reverenza passiva e sacrificale di fronte alle nostre vecchie credenze. Ma i tabú devono semplicemente essere smantellati dalla nuova ragione libertina che caratterizza il nostro tempo oppure conviene provare a ripensarli criticamente senza nutrire alcuna nostalgia per il passato? Ci sono parole chiave come preghiera, lavoro, desiderio, colpa, eutanasia, famiglia, che sono state in modi diversi associate ai tabú e che esigono oggi di essere riattraversate criticamente. Vi sono anche figure mitologiche, storiche o letterarie che sono divenute crocevia essenziali della nostra storia individuale e collettiva e che ci spingono a incontrare in modo nuovo lo spigolo duro del tabú: Ulisse, Antigone, Edipo, Medea, Amleto, Isacco, Don Giovanni, Caino. Dal riferimento a grandi autori dell'Occidente - da Platone a Hegel, da Dostoevskij a Sartre, da Freud a Lacan, da Marx a Calvino, da Molière a Beckett - cosí come nelle miserie della nostra vita quotidiana, Recalcati rintraccia la sparizione del tabú e l'apparizione delle sue nuove maschere.

I tabù del mondo

Recalcati Massimo

Un genio della letteratura che però ha smesso di scrivere. Un lettore molto arrabbiato che ha deciso di punirlo. Un manoscritto rubato e una vendetta da gustare fredda. Poche tracce per il detective Hodges, l’eroe di Mr Mercedes. Abbastanza per scatenare una nuova caccia all’uomo.

Chi perde paga

King Stephen