Saggi

Le riforme a costo zero

Boeri Tito

Descrizione: Il ragionamento del "non ci sono i soldi per fare le riforme " apparentemente aristotelico e corretto - è invece profondamente sbagliato. Per due motivi, che sono alla base della decisione di scrivere questo libro. Il primo motivo è interno al ragionamento stesso. In Italia il vento della crescita non tornerà mai a spirare in poppa senza un vero e proprio programma di riforme. Il paese è praticamente fermo da quindici anni: tre quinquenni durante i quali l'economia mondiale è cresciuta come mai in passato. Nonostante la violenza della crisi globale, il 2009 è stato per il mondo solo una breve parentesi. Da noi invece sembra un incubo lungo vent'anni. Il vento della crescita soffia in varie parti del mondo, ma non tornerà mai a soffiare in Italia se non cambiamo atteggiamento. Il secondo errore nel ragionamento del "non ci sono i soldi" è invece un falso problema. Esistono moltissime e importantissime riforme che si possono fare "senza aumentare di un solo euro il debito pubblico". Sono le cosiddette Riforme a Costo Zero, il tema alla base di questo libro. In quasi tutti i campi cruciali dell'economia, è possibile cambiare le cose senza chiedere il conto a Pantalone: perché è vero che di soldi ce ne sono davvero pochi. Ma è anche vero che si possono fare importantissime riforme senza incidere sul bilancio pubblico. Richiedono solo di investire capitale politico nel cercare il consenso necessario. Una classe politica all'altezza può farcela. Gli ostacoli possono essere rimossi...

Categoria: Saggi

Editore: Chiare Lettere

Collana: Reverse

Anno: 2011

ISBN: 9788861902305

Recensito da Giacomo Robutti

Le Vostre recensioni

 

In tempi di crisi del debito sovrano, a meno che non si voglia emettere moneta in quantità, sopportando il relativo rischio inflazionistico e di azzardo morale, non è possibile investire ingenti capitali al servizio di riforme finalizzate a favorire la crescita.

Fortunatamente – sostengono gli autori – vi sono riforme efficaci di natura esclusivamente normativa: il saggio ne propone ben dieci in circa 150 pagine. Con questa impostazione gli autori riescono a toccare gli argomenti più vari, rendendo il saggio interessante per le sensibilità più varie, ma devono sacrificare qualcosa all’approfondimento dei temi trattati. Questo è il principale limite del saggio: non tutti i giudizi, le proposte o le previsioni sono argomentate a sufficienza. Questi gli interventi auspicati dagli autori:

1. Investire nell’immigrazione. La politica immigratoria italiana deve essere volta a selezionare gli ingressi: favorendo variamente l’ingresso dei lavoratori a maggior capitale umano, secondo la lezione degli Stati Uniti d’America. Dal momento che, poi, i datori di lavoro non stipulano contratti di lavoro senza prima aver conosciuto il lavoratore, si propone di prevedere un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro: se chi lo consegue non trova lavoro entro la sua scadenza, dovrà tornare in patria, incentivato dall’aver depositato una cauzione e dal fatto di essere stato identificato in entrata, e dall’essere più facile da espellere.

2. Apprendistato universitario. Gli autori lamentano l’inefficienza delle scuole professionali e di avviamento al lavoro in Italia, nonché di molti corsi di laurea che offrono minimi sbocchi lavorativi. Bisogna allora imitare la Germania, che ha invece optato con successo per corsi universitari di taglio pratico-professionale, che prevedano periodi di inserimento in azienda.

3. Decentramento della contrattazione collettiva. I contratti di lavoro dovrebbero rispecchiare le condizioni produttive delle varie imprese. Quelli attuali, caratterizzati da un elevato grado di standardizzazione nazionale, sono inefficienti. È necessario dunque esaltare le potenzialità della contrattazione decentrata, salvaguardando tuttavia alcuni standard di tutela inderogabile imposta centralmente (ad esempio, la disciplina del licenziamento).

4. Riforma delle pubblica amministrazione. Gli autori riconoscono al ministro Brunetta di aver attuato, al tempo del governo Berlusconi, un serio sforzo di riforma della pubblica amministrazione. Tuttavia gli contestano l’efficacia dei principi ispiratori della riforma. La valutazione dei funzionari e degli impiegati, nella riforma Brunetta, è affidata a soggetti indipendenti che, oltre ad essere ulteriori pubbliche amministrazioni, deresponsabilizzano il ruolo dei politici e dei dirigenti pubblici che, al contrario, dovrebbero essere resi responsabili della distribuzione dei premi di produttività, perché sono i soggetti che, dall’interno, sanno meglio di chiunque qual è l’apporto di ciascuno al risultato dell’amministrazione. Contestualmente essi assumerebbero la responsabilità diretta dei malfunzionamenti.

5. Riforma delle professioni. Gli ordini professionali si sono da tempo trasformati in sindacati impegnati nella tutela economica degli iscritti, fissando, ad esempio, tariffe minime, opponendosi alla pubblicità comparativa, all’entrata di soci di capitale negli studi associati, ecc… Gli ordini dovrebbero invece garantire il rispetto dei condici deontologici e  la preparazione degli iscritti attraverso una selezione rigorosa ed efficace, che è invece spesso arbitraria.

6. Incentivo al lavoro femminile. Il maggiore bisogno delle famiglie in cui un coniuge non ha un impiego è affrontato dalla legislazione tributaria con delle detrazioni. Queste hanno però l’effetto distorsivo di disincentivare la ricerca del lavoro da parte dei cosiddetti coniugi a carico, in gran maggioranza donne. È certamente originale allora la proposta di abolire questa detrazione e sostituirla con incentivi al lavoro femminile.

7. Riforma delle pensioni. In questi tempi di cambiamenti repentini, i libri (o almeno alcuni loro capitoli) invecchiano in fretta. Qui gli autori invocano il passaggio al sistema pensionistico contributivo, prima riforma varata dal governo Monti.

8. Rifoma del sistema del credito. Si propone, per accrescere l’offerta di credito alle imprese, di impedire alle istituzioni finanziarie di possedere partecipazioni incrociate, di possedere partecipazioni rilevanti in società industriali e in organismi di investimento collettivo del risparmio, tutte operazioni forniere di conflitti di interesse. Si propone poi di rendere più lasca la legislazione anti-usura, affinché le banche possano più liberamente erogare crediti rischiosi che oggi, vengono lasciati alla criminalità organizzata. È poi necessario che le fondazioni bancarie riducano la loro partecipazione nelle banche per nuovi investimenti, differenziando il portafoglio.

9. Riforma della politica. Il saggio si accoda al comune sentire per cui è necessario ridurre il numero dei politici di professione. Ciò consentirebbe di risparmiare e di accrescere la qualità tecnica degli eletti. In Italia si è poi ammesso uno spazio eccessivo allo spoil system, il principio per cui la maggioranza eletta ha il potere di revocare i dirigenti apicali degli enti e sostituirli con dirigenti di propria fiducia. Una eccessiva precarizzazione degli uffici apicali, infatti, disincentiva lo sforzo di apprendimento degli stessi funzionari.

10. Voto ai sedicenni. Infine, dal momento che i giovani sono in particolare vittime delle istituzioni inefficienti che il saggio intende riformare, si propone che il voto sia esteso ai sedicenni, perché il blocco sociale a favore del cambiamento risulti irrobustito.

 

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