Poesia

Le stanze inquiete

Argentino Lucianna

Descrizione: Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto. Un contatto vero, umano, che è andato oltre i gesti e le parole che il mio angusto ruolo richiedevano. Poi c'erano i foglietti di carta che affollavano le tasche del mio camice e la penna sempre a portata di mano per rispondere alla mia vocazione alla poesia. Ho cercato di andare oltre, di oltrepassare l'arida meccanicità che il mio lavoro in sé richiedeva, ho alzato lo sguardo dai numeri del display per incontrare gli occhi di chi mi stava davanti. Ho cercato di vedere le persone così come sono, con le loro debolezze e le loro grandezze e di affidarmi al fatto che non sapevo altro di chi mi stava di fronte se non che era il mio prossimo, nel senso più ampio e lato del termine. Un essere umano con la sua storia invisibile, una persona cui dovevo rispetto, attenzione e gentilezza cosi che quei pochi istanti in cui eravamo in relazione si aprissero a un tempo altro. Ho cercato di 'scoprire tra la polvere quotidiana il granello di purezza che c'è', è ancora Simone Weil, anche se non sempre ho trovato la purezza, forse perché si esprime solo a sprazzi, in attimi che pure esistono e quando arrivano illuminano il tempo, ne levigano il senso.

Categoria: Poesia

Editore: La vita felice

Collana:

Anno: 2016

ISBN: 9788877997777

Trama

Le Vostre recensioni

Le stanze inquiete di Lucianna Argentino è il lavoro delicato di una donna profondamente interessata, e forse commossa, dal prossimo.

La sensibilità dell’autrice la affratella agli altri nelle gioie e nelle miserie.

L’osservazione simpatetica dell’autrice avviene da una prospettiva inusuale e apparentemente svantaggiata per chi voglia vivere contatti profondi con le altre persone: la cassa di un supermercato.

E’ l’autrice stessa a rivelarcelo nella prefazione, nella quale rivela di essere stata cassiera per ben undici anni.

In quegli anni Lucianna Argentino non si è adattata a limitare i propri rapporti con i clienti a pochi gesti meccanici: ha invece riconosciuto in quei contatti l’opportunità di cogliere scaglie o brandelli dell’umanità che le si presentava di fronte per pochi secondi: nelle stanze inquiete della vita delle persone, l’autrice guarda fugacemente da una porta socchiusa.

L’autrice rivela allora anche un’altra dote, non ben definibile: un misto di umiltà, responsabilità e ottimismo che le impone di trovare l’opportunità, dove gli altri avrebbero avuto da recriminare.

Di fronte alla cassa di Lucianna o di fronte al supermercato passano molte persone e lei si fa ispirare spesso dalle più umili, dalle persone ai margini della società, come quella senza tetto che, parole sue, ha sette donne in testa che non la lasciano in pace e i dottori non le possano trovare.

A toccarla sono anche le persone che hanno perso i propri figli o li vedono soffrire. E’ il caso della signora che, racconta, aveva fatto un figlio normale, come gli altri, e tuttavia qualcosa, successivamente, lo aveva guastato, rendendolo solitario.

La sensibilità dell’autrice di Le stanze inquiete arriva a guardare con compassione i comportamenti devianti delle persone in difficoltà, come taluni di coloro che cercano di sottrarre merce al supermercato, a volte non di prima necessità.

La poesia di Le stanze inquiete è accessibile a volte si avvicina alla prosa ritmica. Le stanze inquiete è pertanto un libro a cui tutti si possono avvicinare senza subire l’impatto, per molti scoraggiante, di molta poesia più criptica.

Qui qualche informazione in più sull’autrice.

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luciannaargentino

Grazie davvero di cuore. Mi permetto di copiare in questo commento alcuni testi.   Mi buttava via le bambole mi racconta Pamela di suo padre con uno smottamento che le fa più neri gli occhi. Ma ora che non può più farlo ne ho la stanza piena! Amara la rivalsa in quel rullio di nave scossa dalle onde, ma tese e gonfie le vele, le guance paffute e lei, bambina, piange senza capire e si sente buttata via con le sue bambole.   ****   Rosina era una delle tante confusa e sfocata tra le tante, diversa appena per quell’accento calabrese custodito in bocca come una zolla della sua terra, ma improvvisamente unica e nitida, quando indicandomi due ragazzi neri in fila alla cassa accanto, signorì, mi ha sorpreso, lei magra e piccolina, hai visto quanto sono alti! Chissà quanta strada hanno fatto poveri figli!   ****   Pina un metro e cinquanta di acciacchi mi dà monete dal calore buono e un po’ rassegnato come il suo sguardo velato di pianto nel raccontarmi che il marito, malato da tempo, l’ha svegliata in piena notte e le ha detto Pina, Alberto se ne va… E se ne è andato, come ce ne andiamo tutti, già distanti gli uni dagli altri per certi invalicabili silenzi.   **** E’ arrivata poco dopo l’apertura la donna che lesta e con noncuranza ha preso della merce dall’espositore davanti alla mia cassa e l’ ha infilata in una grossa busta. E quando l’ho bloccata riuscendo a strapparle di mano la busta è scappata e mi ha gridato Stronzetta t’aspetto fuori stasera! Non temo la sua minaccia quanto il dubbio mio d’essere stata complice di un destino avverso.   ******* Franca mi confida che il figlio ha dei problemi. E’ timido, chiarisce e candidamente aggiunge ma mica c’è nato sai, c’è diventato, a voler dire che lei l’ha fatto sano e poi chissà cosa l’ha guastato. Ma forse è il nascere a guastarci, quel giungere – da dove? – quell’essere in fieri, che fa di noi dei diventati. ***** Va via carica di buste piene la ragazza, bella, mora, formosa (lavora in un’agenzia matrimoniale mi ha detto). Potevi portarti un carrello per la spesa, avresti faticato meno, le suggerisco e lei sgranando i begli occhi scuri, no, mi risponde, non è sexy! Rimango muta e penso che nessun uomo per la strada avrebbe notato il carrello, mentre lei si allontana ancheggiando sui tacchi alti.   *****   Che Dio ti benedica, mi saluta Silvio. Silvio che traccia croci col dito sui cofani impolverati delle automobili o le disegna sulle banconote con cui paga litri e litri di birra. Silvio ha Dio e la birra e mi regala fotocopie con immagini sacre, strani segni e simboli biblici. Silvio mi dice che è stanco, che non ce la fa più, che lotta con Satana ma alla fine il bene vincerà, mi rassicura. E voglio credergli, voglio credere che nella sua mente ottenebrata dall’alcol e dal troppo fumare, quell’affermazione sia quella verità che non è rivelata ai saggi e ai potenti, ma ai piccoli e ai disgraziati come lui

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