Giallo - thriller - noir

L’ILLUSIONISTA

Montolli Edoardo

Descrizione: È una primavera torrida a Milano, e succedono cose strane. Una suora viene trovata sgozzata in convento, truccata e vestita in abito da sera. Il commissario Boe finisce per bussare alla porta di Johnny Santini, professore di lettere in un liceo. Un professore particolare: si stordisce con l’hashish, allaccia relazioni con le allieve dell’ultimo anno, ed è segretamente a capo del Free Beagle, fantomatica organizzazione animalista che assalta i laboratori della vivisezione. Ma Santini non ne sa nulla. Anzi. Anche a lui stanno accadendo cose strane: qualcuno lo ha ricattato per recuperare una valigetta in un laboratorio e, invece, ci ha trovato un cadavere. E, mentre gli omicidi si susseguono e portano tutti a lui, scopre l’esistenza di una vecchia leggenda della malavita. Una leggenda dimenticata da decenni e che striscia e si sussurra ancora solo nei corridoi dei manicomi criminali, in cui orde di derelitti continuano invano a gridarsi innocenti. È lì la chiave dell’enigma. Johnny Santini corre incontro a una verità atroce e soffocante, a cui tutti, prima di lui, hanno resistito solo impazzendo. O suicidandosi.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Aliberti

Collana:

Anno: 2010

ISBN: 9788874246694

Recensito da vanloon12

Le Vostre recensioni

 

Aliberti è una delle case editrici medio-piccole che sta crescendo meglio dal punto di vista della qualità e completezza delle proposte. Il bel thriller “L’Illusionista” di Edoardo Montolli si inserisce pienamente in questo trend.
Per capirne la complessità, la cosa migliore è far parlare l’autore: “Come si poteva dunque non credere che il caso dominasse il mondo?
Il caso dominava. Ma bisognava interpretarlo bene. Perché il caso era infido, si nascondeva nelle pieghe delle frasi e tra le lettere delle parole, abbagliava con le coincidenze e avvelenava gli uomini, creava equivoci e gelosie, paura e terrore, angoscia e rabbia. Bisognava sfuggirgli. Oppure governarlo bene“.
Ecco l’elemento centrale di un romanzo in cui, però, nulla accade per caso.
Ciò che sembra svolgersi senza un preciso disegno, in realtà ce l’ha. Chi ne subisce le conseguenze, ahi lui, non riesce a vederlo. Si tratta di una leggenda della malavita: il labirinto, meccanismo in cui, come nemesi di un torto subito, non si ammazza il responsabile, ma gli si distrugge la vita.
Si intesse una ragnatela di circostanze ingannevoli che lo portino a rimanere solo, abbandonato dagli affetti, sospettato (anzi, condannato) per qualcosa di grave che non immagina nemmeno di poter aver commesso. Dentro il labirinto, Montolli muove un universo di personaggi sfaccettati, che non sono mai una cosa sola.
Ciascuno ha il proprio lato oscuro, più o meno prevalente. Impossibile ricordarli tutti, ma vale la pena di spendere due parole per l’eroe assolutamente antieroico, Johnny Santini, professore di liceo classico dipendente da hashish (ma solo quello dell’amico Berto, con un THC simile all’LSD) che intesse ambigue relazioni con le proprie studentesse e cerca di affrancarsi da un passato di affetti infranti e
crimini “minori” sfogandosi in azioni dimostrative a sfondo animalista. O il commissario Boe, innamorato di due cose incompatibili, la divisa da poliziotto, a cui è attaccato da un personale senso più di giustizialismo che di giustizia, e il Brasile, in cui sogna di rifugiarsi al più presto, immaginando di vivere in agiatezze. La trama si svolge in prima persona quando interviene Santini e in terza quando si muovono gli altri personaggi.
Non solo Boe e la sua squadra che vede il novellino pedante e il corrotto, coinvolto in combattimenti tra cani, ma anche altre maschere molto ben cesellate. Cesarino, malvivente che fu il padre putativo di Johnny è rimarchevole. Buono o cattivo? Grizzly o Yoghi, per usare le parole dello stesso Boe? Sino all’ultima pagina resterà il dubbio. Poi lei, la misteriosa suora vestita da festa che si taglia la gola il 13 aprile, data che ha tatuata sul braccio. Eccolo, l’ingresso del labirinto. Un labirinto che ha i contorni e i confini di una Milano da anni di piombo, tornata nera senza nemmeno saperlo. “Le strade erano vuote, i bar chiusi. Nemmeno più la compagnia dei baracchini dei panini e delle prostitute che per anni avevano colorato i dintorni di corso Sempione di sesso sudamericano e albanese. Di sesso e sangue. Via loro, non era rimasto più nulla oltre le tre. Se morivi per strada, di notte a Milano, se ne accorgevano solo quelli della nettezza urbana”. E l’uscita dal labirinto? Al lettore il piacere di individuarla.
Attenzione, però, occorre tempo e metodo,  Montolli cercherà in ogni modo di farvi smarrire la strada, con l’abilità del giornalista investigativo spesso “borderline”. Guardatevi alle spalle, perché in questo romanzo davvero nulla è come sembra.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Edoardo

Montolli

Libri dallo stesso autore

Intervista a Montolli Edoardo


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Glen Runciter comunica con la moglie defunta per avere i suoi consigli dall’aldilà. Joe Chip scompare dal mondo del 1992 e si ritrova nell’America degli anni Trenta, mentre riceve misteriosi e cupi messaggi. Una trappola mortale sembra aver annientato i migliori precognitivi del sistema solare. È in corso una lotta per scrutare il futuro nel corso di un’impossibile dissoluzione del presente; mondi e tempi diversi vivono e fluiscono contemporaneamente, la vita si scambia con la morte. In Ubik Philip Dick affronta con grande ispirazione alcuni dei suoi temi piú profondi: l’illusione che chiamiamo realtà, la mancanza di un tessuto connettivo e di un principio unificatore al di sotto dell’apparenza delle cose, il mistero di un Dio che tiene i dadi della vita e della morte. Scritto nel 1966 e pubblicato nel 1969, Ubik è una delle opere più sconcertanti e riuscite di Philip K. Dick. per il suo dirompente surrealismo, per l’ironia e la passione con cui analizza la società umana, Ubik è davvero un classico di quella letteratura che sempre si spinge a esplorare i paradossi dell’esistenza con le armi della visione e della fantasia, di uno sguardo anarchico, insaziabile e curioso."Io sono vivo, voi siete morti", scrisse Philip K. Dick in Ubik.

UBIK

Dick Philip K.

Quando fa il suo ingresso nell’aula di tribunale in cui verrà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante, Gladys Eysenach viene accolta dai mormorii di un pubblico sovreccitato, impaziente di conoscere ogni più sordido dettaglio di quello che promette di essere l’affaire più succulento di quanti il bel mondo parigino abbia visto da anni. Nel suo pallore, Gladys evoca davvero l’ombra di Jezabel, quell’ombra che nell’Athalie di Racine compare in sogno alla figlia, che così la descrive: «Non ne aveva, il dolore, smorzato la fierezza; / aveva anzi, ancora, quella finta bellezza / mantenuta con cure, con espedienti labili, / per riparar degli anni le sfide irreparabili». Sì, è ancora molto, molto bella, Gladys Eysenach: il tempo sembra averla «sfiorata come a malincuore, con mano cauta e gentile», quasi si fosse limitato ad accarezzarla teneramente, e le donne presenti nell’aula si sussurrano con invidia i nomi dei suoi innumerevoli amanti. Ma pochi giorni dopo, allorché vengono pronunciate le arringhe, tutta la sua bellezza pare averla abbandonata, e Gladys è ormai soltanto una donna vecchia e sfinita, che a mani giunte supplica i giudici di infliggerle la pena che merita. La condanna sarà lieve, invece, solo cinque anni: il movente passionale ha fatto sì che le venissero concesse le attenuanti previste dalla legge. Ma qual è la verità – quella verità che Gladys Eysenach ha cercato ad ogni costo di occultare? Qual è il vero movente dell’omicidio da lei commesso? Capace come pochi altri scrittori di scavare nel cuore femminile con implacabile, chirurgica precisione, Irène Némirovsky ci svela a poco a poco il segreto di questa donna che ha desiderato più di ogni altra cosa di sconfiggere il tempo, di rimanere immutabilmente bella, di essere amata per sempre – e che per questo è arrivata a uccidere.

Jezabel

Némirovsky Irene

Oh, l’amore

Rea Domenico

Anche nel commissariato di Pozzuoli arriva la primavera piovosa e fredda: il commissario Martusciello rimpiange la capacità di memoria degli anni passati, la sovrintendente Blanca vive una crisi amorosa con l’ispettore Liguori, l’agente scelto Carità è tornato nei suoi silenzi. Dovranno dimenticare le loro irrequietezze per occuparsi di due omicidi; le vittime lavoravano nello stesso ufficio postale di zona, ma pare l’unico legame, perché le morti si riferiscono a contesti diversi: spiriti e voyeurismo pseudo artistico da una parte e crimine di rapine e ricatti dall’altra. Intanto Gianni Russo, il padre di Ninì, la figlia adottiva di Blanca, in carcere per aver confessato l’omicidio della moglie, scappa dall’ospedale dove è ricoverato. Cerca Ninì e la fa sprofondare di nuovo nell’incertezza da cui la ragazza si sta liberando. Il rapporto tra Blanca e Ninì si incrina, Russo ferisce gravemente il commissario e le vite di tutti si frantumano. Martusciello ce la farà, i misteri saranno decifrati: gli spiriti sono solo tormento dato dai vivi ai vivi e le relazioni e gli irrisolti di tutti troveranno un nuovo ordine.

Rosso caldo

Rinaldi Patrizia