Saggi

L’Italia s’è mesta

Sabatini Mariano

Descrizione: "Non è vero che la patria si difende senza discutere; la si difende discutendola, così come è discutendo la nostra società borghese e denunziandone noi stessi i difetti e le debolezze che la si puntella”. Per il principe del giornalismo nostrano, Indro Montanelli, era questa “l’unica manifestazione veramente producente di patriottismo e di solidarietà”. Per un atto di profondo amore nei confronti di questa Italia malandata, Mariano Sabatini è andato in ricognizione di quel mondo parallelo, e per lo più sconosciuto ai lettori italiani, che è rappresentato dai corrispondenti stranieri che vivono nelle nostre città. L’ampia rassegna de L’Italia s’è mesta compone un ritratto sentimentale, o se si vuole emotivo, della nostra nazione attraverso i racconti dei giornalisti d’oltreconfine: qual è stata la prima impressione che hanno avuto arrivando in Italia, come ci vivono, quali motivi di scontento o di entusiasmo li anima; che giudizio danno di Berlusconi e del berlusconismo o dell’invadenza della Chiesa nella politica italiana; se pensano che la sinistra saprà trovare una fortunata via di risalita. Le “firme” di Itar-Tass, Arte, The Herald, Business week, Frankfurter Allgemeine Zeitung, El Mundo, Le Figaro, CNN, BBC, Nouvel Observateur, etc., dicono la loro sulle affezioni del Palazzo; le aberrazioni di una tv sempre più becera, volgare, faziosa; i tagli alla cultura e gli attacchi dei ministri Brunetta e Bondi ai cineasti italiani; il baratro su cui pencolano scuola, università e ricerca italiane… E se davvero l'Italia s’è mesta perché dell’elmo di Silvio s’è cinta la testa avremo, forse, alla fine di questo ideale viaggio anche la medicina per tornare a destarla.

Categoria: Saggi

Editore: Perrone

Collana:

Anno: 2010

ISBN: 9788860041623

Recensito da Marika Piscitelli

Le Vostre recensioni

Sabatini non si dà intenti saggistici: la sua vuole essere una semplice fotografia della nostra Italia, una sorta di reportage realizzato attraverso le voci di professionisti dell’informazione e, più precisamente, di corrispondenti esteri che vivono nel Belpaese.

L’informazione, infatti, per potersi definire davvero completa, ha bisogno anche di una visuale esterna. Spesso la nostra percezione degli eventi è limitata, e talvolta quelli che consideriamo problemi gravissimi ed insormontabili sono in realtà comuni a tanti altri paesi.

Per questo Sabatini ci propone un cast d’eccezione, con nomi del calibro di Achtner, Bukalov, Llorente e Padovani, che esprimono le proprie opinioni sui fatti che ben conosciamo, spaziando dall’amministrazione alla Chiesa, dalla finanza al sistema politico.

L’Italia non può correre il rischio di isolarsi, di ghettizzarsi, ma deve sempre tenere in massimo conto il proprio ruolo all’interno dell’Unione Europea e del mondo. Gli anni della Dolce Vita sono ormai passati e forse, per superare la crisi, non è più sufficiente confidare solo nelle indubbie bellezze del nostro territorio: c’è bisogno di cambiare, di aprirsi, di velocizzarsi.

Allo stesso tempo, esagerare con il disfattismo e piangersi addosso è inutile e deleterio: essere consapevoli di ciò che accade, e del perché accade, è di basilare importanza, ma questo non significa che l’Italia sia completamente ed ineluttabilmente allo sbando.
Sento serpeggiare in molti, soprattutto giovani com’è comprensibile, la tentazione di prenotare un volo di sola andata per altre nazioni del mondo. Motivi per giustificare una fuga ne abbiamo snocciolati, ciò nonostante io rimarrò“.

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Dall’incipit del libro: Una dedicatoria a un becchino? — E perchè no? Non è egli forse un uomo come un altro e — non ve l’abbiate a male — non può egli essere un galantuomo par vostro e mio? Anzi — e sarei pronto a giurarlo sul Vangelo —, ei valeva assai più di tanti e tanti che han titolo di baccelliere, e magari di dottore, i quali col nastrino all’occhiello dell’abito, sono saliti tant’alto da credere che gli onesti non li ravvisino più per quel ch’e’sono: barattieri solenni. Dico perciò che, se aveste conosciuto quel povero becchino, lo avreste, come me, amato e, aggiungo anche, onorato. Io, allora, ero quasi fanciullo; ma quando il brav’uomo morì, portavo già i peli del labbro superiore arricciati dispettosamente all’insù con quella boria de’ vent’anni, che sarebbe molto ridicola, se non fosse altrettanto innocente. Di quel tempo certi fumi si guardan con occhio benevolo, avvegnachè, più o meno, li abbiamo avuti tutti, quei fumi; e, invero, quella è proprio l’età delle leggerezze e delle scappatelle, le quali — ove non passino la misura o il segno — meritano sempre benevolo perdono. A quei giorni io credo che Tomaso Giona, soprannominato il Griso, andasse oltre i sessant’anni; e tuttavia quel numero di pasque se le portava bene.

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