Narrativa

L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO

Descrizione: In un sobborgo di Tokyo il giovane Okada Toru ha appena lasciato volontariamente il suo lavoro e si dedica alle faccende di casa. Due episodi apparentemente insignificanti riescono tuttavia a rovesciare la sua vita tranquilla: la scomparsa del suo gatto e la telefonata anonima di una donna dalla voce sensuale. Toru si accorgerà presto che oltre al gatto, a cui la moglie Kumiko è molto affezionata, dovrà cercare Kumiko stessa. Lo spazio limitato del suo quotidiano diventerà il teatro di una ricerca in cui sogni, ricordi e realtà si confondono e che lo porterà a incontrare personaggi sempre più strani: dalla prostituta psicotica alla sedicenne morbosa, dal politico diabolico al vecchio e misterioso veterano di guerra. A poco a poco Toru dovrà risolvere i conflitti della sua vita passata di cui nemmeno sospettava l'esistenza. Un intrigante romanzo che illumina quelle zone d'ombra in cui ognuno nasconde segreti e fragilità.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Super ET

Anno: 2013

ISBN: 9788806216689

Recensito da Marika Piscitelli

Le Vostre recensioni

Prolisso, noioso… Descrizioni troppo dettagliate, personaggi che appaiono e scompaiono senza un perché, episodi slegati, una storia che non è storia…

La fantasia dell’autore è mirabile: il problema è che l’opera sembra mancare di un piano, di un progetto definito. E così finisce: nessun colpo di scena, nessun chiarimento. Lascia un senso di inutilità.

Peccato… I primi capitoli mi avevano letteralmente rapita.

Haruki è geniale, questo è certo. Riesce a creare un’atmosfera inverosimile, in bilico tra sogno e realtà, e vi intreccia sia interessanti particolari della tradizione giapponese che valide considerazioni intimistiche.

La sua colpa è proprio quella di tradire l’orizzonte d’attesa costruito con tanta sapienza. Almeno il mio orizzonte d’attesa.

Assegno un voto che arriva appena alla sufficienza.

Una vaga idea della trama:

Tokyo. Okada Toru è stufo del suo lavoro (che non lo entusiasma né lo gratifica), lascia tutto ed inizia una nuova vita da “casalingo”.

Poi un giorno il suo gatto scompare, e lui  riceve una stramba telefonata anonima.

È così che cominciano le stranezze indecifrabili, tra cui un’altra scomparsa, quella di sua moglie Kumiko.

Allo stesso tempo, si susseguono con straordinaria rapidità una serie di incontri bizzarri: tra tutti, quello con le sorelle Kanō Creta e Kanō Malta, e quello con Kasahara May, ragazzina molto acuta.

Inquietante Wataya Noboru, cognato di Okada Toru, politico stimatissimo e uomo feroce. Ha a che fare con l’improvvisa sparizione di Kumiko?

Una misteriosa villa abbandonata, un pozzo che diventa rifugio e rivelazione, l’uccello gira-viti che non fa più sentire il suo verso, una voglia che spunta sulla faccia…

Tanti elementi da considerare e la curiosità cresce…

Quando uno si abitua in quel modo, senza mai ottenere quello che desidera, a poco a poco finisce col non capire neanche più bene quello che vuole. (…) È vero, fino a ora può darsi che sia andata così. Ma adesso tu non sei più una bambina. Hai il diritto di vivere come vuoi. Se vuoi avere un gatto, devi costruirti una vita in cui puoi avere un gatto

Seguendo con gli occhi una dopo l’altra le persone che mi passavano davanti, potevo fare il vuoto nella mia testa, come se tirassi via l’aria da una bottiglia, me ne resi conto solo dopo averlo sperimentato in pratica. Non parlai a nessuno e nessuno mi rivolse la parola. Non pensavo a nulla, non avevo idee

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L’infinito tra parentesi

Malvaldi Marco

W. Somerset Maugham non ha mai dovuto dilungarsi troppo a spiegare che cosa fosse il suo secondo e più celebre romanzo, quello che già alla sua uscita, nel 1915, fece di lui uno scrittore immensamente popolare. In diverse occasioni, si limitò infatti a precisare che Schiavo d’amore non era «un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico» – e che Philip Carey, pur essendo orfano come lui, medico come lui, e come lui attratto dai lati meno dominabili dell’esistenza, era solo il protagonista di una finzione, e non la controfigura del suo autore. I lettori (allora come oggi) erano quindi liberi di seguire Philip prima durante gli studi a Heidelberg, poi negli anni della bohème parigina, e alla fine per tutto il lungo, tormentoso e distruttivo amore per Mildred, la cameriera reprensibile, perfida e perciò ancor più desiderabile (di cui non a caso Bette Davis è stata la definitiva incarnazione cinematografica) che finirà quasi per ucciderlo. Ma se si può anche fingere di credere a quel diabolico illusionista di Maugham quando sostiene di aver prestato a Philip solo i sentimenti, è legittimo sospettare che poche altre volte, in letteratura, la menzogna romanzesca – anche la più sofisticata e avvincente, come questa – abbia coinciso in modo tanto fedele e tanto necessario con una personale, e quasi feroce, autenticità.

Schiavo d’amore

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