Narrativa

L’UOMO D’ARGENTO

Morici Claudio

Descrizione: Una grave crisi economica investe il mondo. Non è una delle tante: è l’ultima, quella definitiva. Finiscono per sempre soldi, lavoro e benessere. Solo un posto si è salvato: è la città dove vive il protagonista di questa storia. Qui un gruppo di ragazzi come lui, intuendo prima degli altri come sarebbe andata a finire, ha fondato una comunità basata su alcol e promiscuità, svuotata da ogni preoccupazione e progettualità. E’ la nuova terra promessa per ex programmatori ed ex architetti, ex banchieri ed ex direttori marketing. Una vera e propria ondata migratoria alla rovescia con fenomeni di razzismo e discriminazione. Anche Jenny è una “appena arrivata”, ma è diversa: non è la solita emarginata, depressa e bisognosa di calore umano. Jenny sembra viva in città da sempre; anche per questo il protagonista non può togliersela dalla testa. Inizia così una storia d’amore assurda, fatta di bugie e voglia di cambiamento, differenze culturali e sintomi di una nevrosi collettiva che ci riguarda tutti e da cui appare impossibile uscire indenni. L’unico che sembra farcela è un uomo pitturato d’argento. Sta seduto su una panchina al centro della città e, da anni, non fa assolutamente niente. In uno scenario futuristico, dipinto a tinte cupe, trionfano l'opportunismo e il disimpegno. Una visione acuta, divertente e terrificante del dolore, della fine del lavoro e del mondo.

Categoria: Narrativa

Editore: Edizioni e/o

Collana: Dal Mondo

Anno: 2012

ISBN:

Recensito da Stefano Costa

Le Vostre recensioni

“In uno scenario futuro, dipinto in tinte cupe, trionfano l’opportunismo e la filosofia dell’impegno”: così, con queste parole si presenta “L’uomo d’argento” al lettore che per avvicinarsi a esso – in un primo momento, ancora in libreria, col volume tra le mani – inizia a leggerne il retro-copertina.

Il punto è questo: non sono così convinto sia “solo futuro” quello in cui l’Autore intende calare il romanzo. La realtà pare a considerevoli tratti apocalittica, il mondo sta procrastinando la propria esistenza a seguito d’un evento epocale il cui nome specifico, verrebbe quasi da dire “tecnico”, non è pronunciato esplicitamente ma del quale s’intravedono – come quando l’inchiostro traspare da una pagina troppo sottile all’altra – qualche vocale e qualche consonante: crisi economica?, forse. Collasso del sistema capitalistico-finanziario?, sembrerebbe.

Nulla dunque di così avulso dai nostri anni, da questi ultimi mesi di concitata battaglia, sostenuta al fine – tra molto altro – di potersi ancora dire in grado di credere in qualcosa: in un’idea politica?, in un partito politico specifico?, in qualcosa che somigli al “fare per il bene comune”.

Tutto questo, nell’ultimo romanzo di Morici, è come specchiato nel macro contesto dell’inazione sociale; gesti, dialoghi sono tutti presenti nella loro natura di negativo fotografico: due personaggi si dichiarano non-amore eterno, comunità – verrebbe da dire “di recupero” – offrono lavori la cui esecuzione pare più vicina allo scopo terapeutico/salvifico che a quello economico. Il reintegro del singolo passa da uno stato di ribaltamento: gli “appenarrivati” sono coloro che non hanno ancora compreso le nuove regole, di questa nuova fase storica, di questa nuova città-mondo. Tutti sono come condannati al raggiungimento del piacere (nessuno lavora, tutti bevono, si drogano, fanno sesso in continuazione), ma il punto fondamentale è il seguente: tutto questo piacere non pare dover crescere di volta in volta; per quanto ogni personaggio agisca questo piacere sembra sempre attestarsi su un identico livello, talmente alto da annullarsi da sé. È come se l’eccesso d’azione, ad un certo punto, saturasse talmente tanto la narrazione da sovraccaricarla, da farla implodere. Qui il sovraccarico narrativo diventa inazione, qui sta il cortocircuito creato da Morici. Qui la sua critica a questi giorni.

Non a caso l’azione/inazione del protagonista orbita attorno a due centri nevralgici esistenziali: il sentimento d’amore verso Jenny e quello d’emulazione-scontro verso il Maestro, l’uomo d’argento appunto. Se il primo offre cicliche valvole di sfogo fatte di allontanamenti isterici e di riavvicinamenti fisici, in un rimpallo tra due volontà (quella del protagonista e quella di Jenny), il secondo traina a senso unico la narrazione nello sforzo dell’io narrante di sostituirsi al Maestro: essere umano – così può esser considerato solo scendendo a patti con un alto grado di finzione – votato alla più totale inattività, dipinto di color argento e sempre seduto su una panchina, vivente in apparente stato poco più che vegetativo (non mangia, non parla, non beve, non comunica in alcun modo, non sente impulso d’andare al gabinetto né quello di sfiorare una donna, ecc). L’uomo d’argento è personaggio del romanzo, già, ma personaggio “in negativo”. È il singolo, avulso dalla società più di quanto sia avulso da essa ogni altro disperato personaggio; è il singolo in cui si condensa quel sovraccarico di azione di cui si diceva poc’anzi, sfociando nell’ultimo grido di una società piegata, è la critica dell’Autore verso chi si sottrae alla propria coscienza in un momento in cui si dovrebbe rimanere, tutti, più vigili che mai.

Un’ironia amara e una semantica dai tratti colloquiali ingannano felicemente il lettore che solo in un primo tempo può definire questo stile sobrio, per poi lasciarsi catturare da una sintassi tanto dialogata quanto sorvegliata, adatta a una narrazione lasciata libera di correre veloce di pagina in pagina.

C’è molto, in questo romanzo, che non colpisce subito ma che, al contrario, arriva dopo… quando si cerca di ripensare alle pagine lette e al significato di quello spunto, di quell’uomo tutto d’argento che comunica senza comunicare, che parla senza parlare, che chiede risposte senza porre domande.

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