Letteratura americana

L’urlo e il furore

Faulkner William

Descrizione: Quella della decadenza e sventura dei Compson, una grande famiglia del Sud americano alle soglie della Depressione, è una storia torbida e labirintica, eppure straordinariamente romanzesca. La giovane Caddy, nel racconto dei suoi tre diversissimi fratelli, diventa presenza candida e rassicurante, sorella ingenerosa, madre snaturata che abbandona la figlia. Ma Benjy, Quentin e Jason sono troppo coinvolti negli avvenimenti per riuscire a far chiarezza fino in fondo, e solo Dilsey, la cuoca negra, si rivelerà in grado di snodare la matassa familiare."Un poema sinfonico in quattro tempi", come l'ha definito Attilio Bertolucci, "L'urlo e il furore" viene riproposto da Einaudi in occasione del centenario della nascita di William Faulkner, con l'Appendice al romanzo scritta dall'autore stesso, un'introduzione di Emilio Tadini e una postfazione di Attilio Bertolucci.

Categoria: Letteratura americana

Editore: Einaudi

Collana: Tascabili Scrittori

Anno: 2005

ISBN: 9788806179557

Recensito da Sandro Salerno

Le Vostre recensioni

I libri in circolazione oggi provengono tutti dalla stessa catena di montaggio, cioè le scuole di scrittura. Hanno tutti un incipit ad alto impatto, prevedono colpi di scena ogni venti o trenta pagine. C’è sempre un bambino che perde la madre, qualcuno che fa chemioterapia, conflitti tra genitori o con il coniuge. E sono tutti tristi. È vietato ridere, al più, sorridere.

L’Urlo e il Furore invece è opera di uno Scrittore quasi alcolizzato, scartato dagli avieri americani e arruolatosi in quelli canadesi, che finì il corso nel momento in cui finì la guerra. Bel culo, si direbbe.

William Faulkner fece anche l’imbianchino, tra una scrittura e l’altra, vendendo pochissime copie, e raggiungendo il Nobel per la letteratura dopo quasi trent’anni. E la gloria.

Uno stile particolare, difficile a descriversi.

L’Urlo e il furore è un romanzo in quattro parti dello Scrittore Faulkner. Scrittore con la S maiuscola, come per pochi altri autori.

In un vortice di nomi, oggetti e situazioni, la lettura è complicata. Ci si chiede spesso chi è che dice cosa. Sarebbe più semplice partire dalla fine, dove c’è una visione corale della famiglia Compson e dei suoi servitori, in cui ogni tassello trova l’incastro dovuto.

Nella prima parte la voce narrante è il fratello scemo. Nella seconda è il fratello in gamba. Nella terza è il fratello figlio di puttana. Ma la protagonista, anche dove non compare, è la sorella Caddie, la ragazzina che farebbe perdere la testa a chiunque. Anche ai suoi fratelli.

Gli avvenimenti sono raccontati spesso slegati dalla sequenza spazio-temporale, con intercalati i pensieri in libertà dei protagonisti. Soltanto alla fine è ben chiaro cosa sia successo, quale maledizione, quale colpa, quale vergogna. Quale amore.

Benji è il fratello scemo a cui badano la governante nera e suo nipote. Appare innocuo e lamentoso, però verrà castrato per evitare che importuni le ragazzine che passano al di là della staccionata. Il suo terreno verrà venduto per mantenere agli studi ad Harvard il fratello più dotato della famiglia, Quentin.

Quentin vorrà separarsi dalla famiglia per vivere quello che non potrà fare in quella casa, dove una madre continuamente malata, soprattutto per i sensi di colpa, non riesce a tenere a bada i fremiti dei suoi ragazzi. Fremiti innaturali.

Jason è il figlio che regge le sorti della baracca dopo la morte di suo padre, allevando la figlia di Caddie, che porta il nome di suo zio Quentin anche se femmina, impulsiva come la mamma. E come suo padre, suicidatosi.

Chiaro? Un par de palle, direbbero i latinisti.

Lo stile unico e introspettivo, con la violenza a volte rivelata ma quasi sempre sottaciuta, fanno di questo romanzo un capolavoro unico per la trama e soprattutto per lo stile.

Non rivelo chi sono i due innamorati, complici, anime gemelle. Né chi sia il padre di Quentin, la ragazzina ribelle e sfrontata. Né che fine facciano tutti quanti, poiché di qualcuno non si sa.

«Tu non sai quel che vuol dire» disse lei. «Grazie a Dio, tu non saprai mai quello che sente

una madre.»

«Ci sono tante donne che non valgono più di lei, a questo mondo» dissi.

«Ma non sono mie figlie» disse lei. «Non è per me. La riprenderei volentieri, con tutti i suoi

peccati, perché è fatta della mia stessa carne e del mio stesso sangue. È per Quentin.»

Si è capito che questo è un discorso tra la signora Compson con suo figlio Jason, quello cattivo, riguardo a Caddie e sua figlia Quentin?

Allora forse dovrebbe andar meglio con questo brano qui:

“Mi avevano esclusa deliberatamente dalla loro vita» disse la mamma. «Stavano sempre

insieme, lei e Quentin. Non facevano altro che cospirare contro di me. E anche contro di te, ma

tu eri troppo piccolo per capire. Ci consideravano sempre come due estranei, come pure tuo zio

Maury. Dicevo sempre a tuo padre che avevano troppa libertà, che se ne stavano troppo tempo

insieme. Quando Quentin cominciò ad andare a scuola, l’anno dopo volle andarci anche lei, per

restargli vicina. Non lasciava mai fare a nessuno di voi quel che non poteva far lei. Era tutta

vanità, vanità e falso orgoglio. E poi, quando le sue disgrazie ebbero inizio, sapevo che anche

Quentin avrebbe voluto fare lo stesso. Ma non immaginavo che sarebbe giunto a un punto tale di

egoismo da… Non mi sarei mai sognata che…”

La tela dal dipinto è stata scostata e affiora già un po’ di paesaggio, vero? Ebbene avrei voluto capirlo anche io fin dall’inizio, senza leggere e poi tornare indietro col timore di aver letto male, interpretato peggio, capito niente.

È evidente alla fine di trovarsi davanti a una tragedia sublime, dove ognuno lotta contro il destino e una passione oltre l’umana comprensione.

In alcuni tratti non viene indicata l’ora dell’orologio bensì il tipo di ombra che si ha secondo il sole in cielo. Un vezzo davvero da grande narratore.

“Li hai amati Caddy li hai amati Quando mi toccavano mi sentivo morire”

Hemingway, considerato il principale avversario di Faulkner, una frase del genere non si è mai sognato di scriverla.

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