Saggi

Mi sa che fuori è primavera

De Gregorio Concita

Descrizione: Ferite d’oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un’antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia e l’ha vinta. Una donna che non dimentica il passato: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina. Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti. In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l’uomo si uccide. Delle bambine non c’è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile, Irina conquista brandelli sempre più luminosi di verità e ricuce la sua vita. Da quel fondo oscuro, doloroso, arriva una luce nuova. La possibilità di amare ancora, l’amore che salda e che resta. Concita De Gregorio prende i fatti, semplici e terribili, ed entra nella voce della protagonista. Indagando a fondo una storia vera crea un congegno narrativo rapido, incalzante e pieno di sorprese. Scandisce l’esistenza di questa madre privata dei figli – qual è la parola per dirlo? – in lettere, messaggi, elenchi. Irina scrive alla nonna, al fratello, al giudice, alla maestra delle gemelle, abbozza ritratti, scava nei gesti, torna alle sue radici, trova infine un approdo. Dimenticare significa portare fuori dalla mente, ricordare è tenere nel cuore. Il bisogno di essere ancora felice, ripetuto a voce alta, una sfida contro le frasi fatte, contro i giudizi e i pregiudizi.

Categoria: Saggi

Editore: Feltrinelli

Collana: I Narratori

Anno: 2015

ISBN: 9788807031588

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Concita De Gregorio propone in “Mi sa che fuori è primavera” una delle peggiori pagine della recente cronaca nera: il caso di Livia e Alessia, figliolette di Irina Lucidi e Mathias, rapite dal padre – morto suicida – e mai più ritrovate.

Il caso viene presentato cercando di rintracciare nell’ambiente familiare le cause della follia di un uomo dal profilo apparentemente “normale”, ma minato da un eccesso di rigidità personale (“Personalità psicorigida”) e familiare (“Le loro relazioni erano scandite da fatti, non da emozioni”).

I paragrafi in cui Irina scolpisce la propria disperazione nelle lettere che scrive ai familiari, al giudice italiano, alla maestra delle bambine si alternano all’indagine psico-sociale, nella quale si cercano disperatamente risposte che forse non esistono.

Particolarmente drammatica è la trattazione del tema dell’assenza di certezza sul destino delle figlie (“Il lutto in assenza del corpo è un’emorragia misteriosa e inarrestabile”), così come sofferta risulta essere la scelta di ricostruire una nuova vita (“Il dolore da solo non uccide”) sulle macerie della precedente (“Non sento nessuna necessità di avere nuovi figli. I pinguini… quando qualcosa succede al loro uovo ne rubano un altro e covano quello”). Scelta fortemente voluta e coronata dall’impegno sociale nell’iniziativa di “Missing Children Switzerland”.

Ho trovato molto interessante il capitolo nel quale il dramma viene filtrato persino attraverso la ricerca etimologica a partire dal binomio cuore e mente, nella radice dei verbi “ri-cor-dare” e “di-men-ticare”, constatando che in molte lingue esistono parole (come vedovo, uxoricida, orfano, parricida, infanticida) atte a designare condizioni legate alla morte di un familiare, mentre vi è “La parola mancante. Genitore che perde un figlio”. Esiste in ebraico (Av shakul e Em shakula), in arabo (Thaakil e Thakla), in sanscrito (vilomah). E “In greco antico: orphanos, indistinto, indica i due lutti. Di chi ha perso il padre, di chi ha perso il figlio.” Così come esiste la “Technoleteira. Sofocle, Elettra, 108. Antigone parla dell’usignolo che ha perso il figlio… Radice: da teknon, bambino, e ollumni, perdere ma anche uccidere”.

Scritta in forma mista e verosimilmente a quattro mani con la protagonista di questa tragedia contemporanea, l’opera è un diario-espistolario-saggio che spinge il lettore a interrogarsi sul concetto di normalità, sull’importanza dell’autenticità delle relazioni familiari, sul ruolo del dialogo (“Come sia stato possibile… non riconoscere il pericolo nell’uomo che ti viveva accanto”) e dell’amore (“Non poteva esserci amore dentro quella sua smania di mostrarmi senza vedermi”).

Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Concita

Gregorio

De

Libri dallo stesso autore

Intervista a De Gregorio Concita

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro. E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre. Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall'amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto. Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

LIMONOV

Carrère Emmanuel

2092. L'Europa mediterranea è sprofondata in un clima equatoriale, i suoi antichi Stati nazionali hanno ceduto all'egemonia cinese. Venezia abbandonata dopo una terribile alluvione, poi acquistata e ricostruita da un'azienda di Pechino - è la perversa Las Vegas del declino europeo. Piazza San Marco è stata trasformata in un'arena: il Colosseo del terzo millennio. Il carnevale si avvicina, i padroni cinesi preparano lussi sfrenati e spettacoli sanguinari. La popolazione autoctona è confinata nel Castello. Nessuno sembra più volersi sottrarre alla violenza e alla lussuria di questo bordello della fine dei tempi. Eppure, perfino in questo parco giochi orwelliano, ci sono due uomini in rivolta che si levano contro l'orgia del potere. "Il Maestro", guida dei nuovi gladiatori che addestra sull'isola di San Giorgio, e Spartaco, il suo allievo più valoroso. Ciascuno ha imboccato per proprio conto la via della ribellione ma vivono entrambi per il mondo che verrà, uno per divenire padre, l'altro per tornare libero. Antonio Scurati torna all'ispirazione degli esordi con un romanzo visionario e insieme realista. Una grande avventura epica, che si fa carico della crisi del nostro mondo narrando di uomini in marcia dentro e contro l'onda distruttrice della storia, in un libro non solo ambientato nel futuro ma rivolto al futuro.

La seconda mezzanotte

Scurati Antonio

Si può sfuggire allo scorrere del tempo, come scrive l'autore di LA SCIENZA DI VIVERE PER SEMPRE? Esiste una connessione profonda tra la presenza di uno strano essere a Dartmoor, una nave in bottiglia, il tracciato di un ricamo all'uncinetto che rappresenta il mondo intero e le fate di Cottingley? Tra una recensione da consegnare e un libro da scrivere, Meg Carpenter non se la passava né troppo bene né troppo male. Aveva un ragazzo che era il classico inetto, certo. Arrivare alla fine del mese non era proprio una passeggiata, certo. E i libri erano tutta la sua vita, si potrebbe dire. Almeno fino a quando, tra le pagine di un testo di pseudoscienza, Meg non ha cominciato a guardare il suo tragico universo con occhi diversi. Tra psicologia e tarocchi, enigmi buddisti e teoremi di fisica, antiche cosmologie e leggende fatate, Meg si è messa alla ricerca delle risposte definitive a tutte le domande sul senso della vita e su come le relazioni nascano, crescano e poi, miseramente, muoiano. Mescolando filosofia e humour, ironia e colpi di genio, con IL NOSTRO TRAGICO UNIVERSO Scarlett Thomas ci regala un altro giro di giostra nella migliore letteratura: quella che fa sognare e riflettere senza soluzione di continuità.

IL NOSTRO TRAGICO UNIVERSO

Thomas Scarlett

In questo libro Jesper Juul condensa numerosi spunti di riflessione e indirizza il lettore verso possibili soluzioni relative alle questioni che più di frequente caratterizzano i rapporti nelle famiglie ricostituite, sostitutive, patchwork o, nelle parole dell'autore, famiglie bonus, quelle cioè in cui si intrecciano le relazioni dei figli con i nuovi partner dei propri genitori. Il bonus è il vantaggio dato dall'ingresso di un nuovo adulto in un nucleo familiare dopo una separazione. Il loro ruolo non è semplice: Jesper Juul propone alcuni accorgimenti per coglierne le migliori opportunità e non cadere nelle trappole più comuni, illustrando le une e le altre con interessanti esempi tratti dalla sua esperienza di terapeuta della famiglia. Rivolgendosi ai nuovi adulti che si introducono nella famiglia del partner, Juul invita a riflettere su alcuni temi basilari: l'importanza di scegliere con cura quando e come introdurre un nuovo adulto nella vita familiare; la necessità di un buon contatto, nel rispetto dei limiti altrui e dei propri; l'inutilità di recitare la parte degli educatori e l'invito a divenire amici adulti; il ruolo degli ex partner, ma non ex genitori; la necessità di condividere la responsabilità dei loro precedenti insuccessi nelle relazioni di coppia; la necessaria consapevolezza che nessun consiglio potrà servire, se l'amore e la disponibilità verso gli altri, i figli, non andranno di pari passo con la voglia di maturare e di crescere insieme con loro.

Un genitore in più

Juul Jesper