Ma il mondo non era di tutti?

A cura di Paolo Nori

Descrizione: Antologia sui confini voluta da ARCI Nazionale e composta da Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi, Christian Raimo. Verrà presentata al festival di «Internazionale» a Ferrara, settembre zoi6."Scrivo questa nota la notte del 7 marzo 2016, nell'ottantesimo anniversario della nascita di Georges Perec, che subito dopo la seconda guerra mondiale era un bambino senza ricordi d'infanzia. 'Non ho ricordi d'infanzia' scrive. 'Fino ai dodici anni, più o meno, la mia storia occupa qualche riga: ho perduto mio padre a quattro anni, mia madre a sei; ho passato la guerra in varie pensioni di Villard-de-Lans. Nel 1945, la sorella di mio padre e suo marito mi hanno adottato. Questa assenza di storia mi ha, a lungo, rassicurato: la sua secchezza oggettiva, la sua apparente evidenza, la sua innocenza mi proteggevano"."Perec è nato in Francia, ma non è francese. 'Ho un nome francese' scrive `Georges, un cognome francese o quasi: Perec che tutti scrivono Pérec o Perrec: il mio cognome non si scrive esattamente come si pronuncia. A questa contraddizione insignificante si associa il sentimento tenue, ma insistente, insidioso, ineluttabile, di essere in un certo modo straniero rispetto a qualcosa di me stesso, di essere 'diverso', ma non tanto diverso dagli 'altri' quanto diverso dai 'miei'; non parlo la lingua che parlavano i miei genitori, non condivido nessuno dei ricordi che essi poterono avere"."Perec è cresciuto in un mondo, l'Europa occidentale del dopoguerra, che a me sembra l'abbia protetto dalla sua solitudine e abbia avuto interesse a tramandare la sua storia. Una delle domande che credo salteranno fuori da questa antologia è: il nostro mondo, è in grado di proteggere qualcuno dalla sua solitudine? Gli interessa tramandare le storie dei Perec di oggi?” (Paolo Nori)

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Editore: Marcos y Marcos

Collana: MarcosUltra

Anno: 2016

ISBN: 9788871687667

Recensito da Sandro Salerno

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MA IL MONDO NON ERA DI TUTTI?

I racconti sono belli, ma non si capisce una mazza su cosa li possa accomunare.

Poi il filo conduttore viene fuori.

Alcuni brani sono fatti apposta per far incazzare quelli incappucciati del KKK o qualche nazionalista di casa nostra, con una vena di tenerezza che fa sorridere anche davanti a un ladro napoletano che benché aiutato dalla vittima simula di sparargli con l’indice e il pollice della mano.

Il libro è pieno di gente strana, strana nel senso di “diversa” dal resto del popolo irreggimentato.

Ma il mondo non era di tutti?” è il libro con scritti di Violetta Bellocchio, Carlo Lucarelli e altri forse meno noti ma non meno bravi, anzi.

Un pastorello non può più portare le capre oltre un confine creato sotto al suo naso di punto in bianco con il tacco di uno scarpone.

Gruppi di migranti scappano da fame, guerre e miserie lasciandosi la vita alle spalle e un futuro di niente davanti.

Una ragazza simile a una strega si imbuca alle feste insieme ad altri pur di mangiare a sbafo. Ride a cosce aperte con una sensualità tutta sua.

In duecento anni la popolazione mondiale è passata da un miliardo a sette.

Basta un po’ di dolcezza per far comunicare un’orientale con tratti autistici.

C’è una poesia lunghissima e anche un fumetto su sbarchi di clandestini.

Capito tutto?

Le pagine volano via d’un fiato e alla fine viene voglia di aggiungerci ancora altra roba, tanta è la poesia che lega i paragrafi e le storie che si dipanano.

Ci si chiede: ma i confini ci sono sempre stati o li abbiamo creati per essere più soli e disperati? Il Mediterraneo che un tempo era il simbolo della voglia di partire per andare a scoprire il Mondo ora è simbolo di sarcofaghi rovesciati con donne e bambini che fuggono. E anche di qualcuno che per raggiungere il suo Paradiso vuole mandare gli Occidentali all’Inferno con bombe e kalashnikov.

Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo: già tanto tempo fa dei tizi neri viaggiavano per conquistare il mondo impalando e decapitando Cristiani, e dei tizi bianchi viaggiarono per conquistare i neri impalando e decapitando i pagani.

Qualcuno sa come far finire la storiella che sempre si ripete? Porgendo l’altra guancia? Schiaffeggiandola?

Io direi, boh.

Il libro è bello, veloce, e lascia ancora voglia di leggere, leggere, leggere…

 

...

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Intervista a A cura di Paolo Nori


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«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca. Ma Dürrenmatt è troppo buono scrittore per appagarsi di una irrisione del mito. Procedendo nella narrazione, vedremo le storie di Delfi addensarsi in un «nodo immane di accadimenti inverosimili che danno luogo, nelle loro intricatissime connessioni, alle coincidenze più scellerate, mentre noi mortali che ci troviamo nel mezzo di un simile tremendo scompiglio brancoliamo disperatamente nel buio». L’insolenza di Dürrenmatt non mira a cancellare, ma a esaltare la presenza del vero sovrano di Delfi: l’enigma. La morte della Pizia è stato pubblicato da Dürrenmatt all’interno del Mitmacher nel 1976.

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