Narrativa

Musica

Mishima Yukio

Descrizione: Un giorno d'autunno, alla porta del dottor Kazunori, uno psicoanalista, si presenta un'affascinante ragazza che lo informa di non riuscire a sentire la musica. Da qui si sviluppa un'intricata vicenda in cui i tentativi di risalire alla causa del problema (la musica è una metafora dell'orgasmo) vengono descritti con una suspence da romanzo giallo. "Musica" si presenta come un'opera controversa, che mostra la doppia disposizione dell'autore nei confronti della scienza trattata: l'indiscutibile interesse che suscita in un intellettuale quale era lui e lo scetticismo di un nietzscheano convinto che non lascia troppo spazio alle giustificazioni e alle influenze esteriori.

Categoria: Narrativa

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale economica

Anno: 2013

ISBN: 9788807881398

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Musica” di Yukio Mishima narra la storia di Reiko sotto forma di relazione dello psicanalista, il dottor Shioni, al quale la giovane donna si affida per cercare di guarire dalla patologia che l’affligge.
La donna ha evidenti sintomi (“Reiko, oltre all’inappetenza e alla nausea… aveva cominciato a soffrire del tic…”) che manifestano un disagio isterico (“Sono sicura che se riuscirò a godere mentre faccio l’amore scompariranno d’un tratto tutti i miei disturbi”). Tra i segnali del disturbo, uno in particolare colpisce l’attenzione del terapeuta: “Dottore, perché non sento la musica?”

Qual è la causa dello strano fenomeno?
Troppo facile pensare al contenuto manifesto del sintomo (“La musica era soltanto un elegante simbolo dell’orgasmo?”).
La storia di Reiko è peraltro ricca di spunti per chi ricerca di penetrare una psiche complicata e ribelle:  la prospettiva di un matrimonio imposto (Reiko “… odiava il fidanzato ufficiale, un cugino di secondo grado che era stato scelto per lei sin da bambina…”), la relazione d’amore con l’atletico e affascinante Ryiuchi Egami, il rapporto di compensazione con Hanai, un giovane impotente (“Reiko grazie alla sua impotenza sentiva la musica”), il ricordo di un episodio dell’infanzia (“Giochiamo a morra cinese, e a chi perde glielo tagliamo”), il complesso d’Edipo affiorato dopo aver visto il padre nudo, il legame con il fratello…

L’esegesi del dottor Shioni è complicata dalle caratteristiche della paziente, che si oppone alla terapia con menzogne (“Sono bugie. Sono tutte bugie. Io sono una donna che non sa far altro che mentire”) e resistenze di ogni tipo, e dai meccanismi di tansfert (“C’è il rischio che la personalità del paziente prenda il sopravvento su quella dello psicanalista”) che intervengono quando il dottor Shioni si sente attratto da Reiko.
Il metodo adottato è quello della psicanalisi freudiana, che assume le libere associazioni, l’interpretazione dei sogni,  la lettura dei simboli (“A volte penso che le forbici siano un travestimento della falce della morte”) e i lapsus (“Questa sua complessa costruzione era stata improvvisamente demolita da un semplice lapsus”) come strumenti di indagine. Quando questi mezzi si rivelano insufficienti, l’analista abbraccia evoluzioni successive della teoria psicanalitica (“La psicopatologia della Daseinsanalyse di Binswanger… una teoria nata dall’ontologia esistenzialista di Heidegger e di Jaspers”).

In questo romanzo Mishima trasfonde il proprio atteggiamento ambivalente verso una disciplina troppo occidentale: sicuramente interessato alla dimensione psicologica dell’uomo, tuttavia oppone alla psicanalisi i tratti della cultura orientale (“La psicanalisi distrugge la cultura tradizionale giapponese. L’idea cupa della frustrazione profana la semplice e sana vita spirituale dei giapponesi”) in una storia avvincente che ancora una volta propone le complessità di uno scrittore dal temperamento artistico che ha la potenza di un vulcano giapponese.

Bruno Elpis

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Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto. Un contatto vero, umano, che è andato oltre i gesti e le parole che il mio angusto ruolo richiedevano. Poi c'erano i foglietti di carta che affollavano le tasche del mio camice e la penna sempre a portata di mano per rispondere alla mia vocazione alla poesia. Ho cercato di andare oltre, di oltrepassare l'arida meccanicità che il mio lavoro in sé richiedeva, ho alzato lo sguardo dai numeri del display per incontrare gli occhi di chi mi stava davanti. Ho cercato di vedere le persone così come sono, con le loro debolezze e le loro grandezze e di affidarmi al fatto che non sapevo altro di chi mi stava di fronte se non che era il mio prossimo, nel senso più ampio e lato del termine. Un essere umano con la sua storia invisibile, una persona cui dovevo rispetto, attenzione e gentilezza cosi che quei pochi istanti in cui eravamo in relazione si aprissero a un tempo altro. Ho cercato di 'scoprire tra la polvere quotidiana il granello di purezza che c'è', è ancora Simone Weil, anche se non sempre ho trovato la purezza, forse perché si esprime solo a sprazzi, in attimi che pure esistono e quando arrivano illuminano il tempo, ne levigano il senso.

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