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Giallo - thriller - noir

Colorare di giallo…

a cura di Angelo Favaro

Chi legge un romanzo giallo non sta leggendo soltanto la descrizione di un fatto di cronaca nera, per quanto eccezionalmente riferito, e con uno o più crimini esattamente narrati, con indagini che si avvicendano intorno all’azione criminale, con un detective o commissario che agisce raccogliendo indizi e deducendo dai fatti chi possa aver commesso il crimine, quale il movente, dove si nasconda l’omicida. Certo, tutto questo è in un romanzo giallo, anzi è ciò che rende un romanzo un giallo (o Kriminalroman come si direbbe in Germania, Detective story e Crime Novel nei paesi anglosassoni, e Roman Policiere nei paesi francofoni, Novela negra in Spagna e in America Latina), ma un romanzo giallo è sempre qualcosa di molto più complesso.

In primis è l’itinerario che conduce alla risoluzione di un enigma che mette in gioco il senso della vita e della morte, in secundis si potrebbe definire come la naturale e necessaria ricomposizione di un equilibrio violato, in tertiis un romanzo giallo è sempre un’indagine compiuta sull’uomo nel mondo come funambolo in bilico fra bene e male.

Non apparirà, allora, bizzarro che grandi scrittori italiani del secolo scorso, per citare solo i più noti, fra cui Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Giovanni Arpino, Mario Soldati, Umberto Eco siano ricorsi al genere letterario del romanzo giallo, per narrare le storie che più stavano loro a cuore, e si sono serviti, in tal senso, della scrittura noir per comprendere il mondo reale e indagare sulle contraddizioni, sul malessere, sulla violenza del presente così come del passato.

Eco scrisse ormai quasi trenta anni or sono: «Io credo che alla gente piacciano i gialli non perché ci sono i morti ammazzati, né perché vi si celebra il trionfo dell’ordine finale (intellettuale, sociale, legale e morale) sul disordine della colpa. È che il romanzo poliziesco rappresenta una storia di congettura, allo stato puro», e proseguiva chiarendo: «Ma anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, anche una interrogazione metafisica sono casi di congettura. In fondo la domanda base della filosofia (come quella della psicoanalisi) è la stessa del romanzo poliziesco: di chi è la colpa?». Da questa domanda iniziale, parte l’indagine primigenia: «Per saperlo (per credere di saperlo) bisogna congetturare che tutti i fatti abbiano una logica, la logica che ha imposto loro il colpevole. Ogni storia di indagine e di congettura ci racconta qualcosa presso a cui abitiamo da sempre (citazione pseudo-heideggeriana)». Così, il giallo configura la certezza che si possa trovare un colpevole, che si possa ripristinare una giustizia violata, che la logica non fallisca: «A questo punto è chiaro perché la mia storia di base (chi è l’assassino?) si dirama in tante altre storie, tutte storie di altre congetture, tutte intorno alla struttura della congettura in quanto tale» (Umberto Eco, Postille a Il Nome della rosa, Bompiani, 1984, p. 31).

(Incipit della prefazione scritta da Angelo Favaro a “Il mistero dei massi avelli“, Ciesse Edizioni http://www.ciessedizioni.it/il-mistero-dei-massi-avelli/)

Nella foto:  la cover di Giallo d’Arte 2013 di Ilaria Spes

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