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Racconti

Bandiere

a cura di Giovanna Bertino

Conobbe Andrea un paio di anni fa, lungo la strada che dalla periferia portava in città. Era una sera qualunque, un po’ umida, come lo sono tutte le sere di autunno, quando la nebbia sale lenta dai campi e arriva a coprire le cime gli alberi e i tetti delle case, quasi fosse un leggero velo da sposa.
Lui se ne stava ritto sul ciglio della strada, immobile e paziente, accanto alla fermata dell’autobus e guardava dritto di fronte a sé le auto passargli davanti, come tante formiche operose in fila verso casa. Lui invece una casa non l’aveva, cioè una casa vera e propria, col tetto e le pareti. La sua casa era la strada, così come lo era stata per i suoi padri e i padri dei suoi padri. Quella sera non pensava a nulla in particolare, o forse sì, pensava alla sua vita solitaria e monotona, fatta di poche gioie e pochi dolori, una vita alla finestra a guardare gli altri passare.
Andrea invece se ne tornava a casa dopo la partita di calcetto del venerdì pomeriggio e teneva il ritmo della musica sparata a palla, picchiettando con entrambi gli indici il volante della sua cinquecento bianca. Aveva la mente sgombra dai pensieri, o forse no. Pensava alla partita persa per colpa di Luca, così incapace da non saper parare neanche il tiro di un bambino. Se non fossero stati così amici, gli avrebbe detto di trovarsi un’altra squadra.
Andrea e l’altro si conobbero proprio quella sera di nebbia leggera, lungo la strada diritta e sottile che portava in città, e il loro fu un incontro fortuito e imprevisto, di quelli che capitano una volta nella vita e lasciano il segno. Da allora sarebbero rimasti legati per sempre, anche se uno era l’opposto dell’altro, a cominciare dall’età.
Quando il giovane gli venne addosso, lui lo guardò sorpreso. Cos’era stata, la nebbia a farlo scartare di lato, oppure le ruote lisce sull’asfalto bagnato? Se lo trovò davanti, all’improvviso, e nulla poté fare per scansarlo. Rimasero a guardarsi per un istante lungo un anno, come attori bloccati in una scena per il capriccio di qualche telespettatore. Il giovane aveva gli occhi neri spalancati e ripeteva in modo ossessivo: non è possibile! Perché proprio a me e non a qualcun altro? Perché adesso? Cosa diranno mio padre e mia madre? Lui provò a consolarlo: tranquillo, gli diceva, vedrai che non ti succederà nulla. Io sto bene, ho solo qualche escoriazione. L’auto si ripara. Il giovane però sembrò non ascoltare. Si accoccolò per terra e cominciò a piangere. L’altro rimase in piedi, in silenzio, accanto a quei singhiozzi. Avrebbe voluto chinarsi ad abbracciarlo, ma rimase diritto a guardare la strada. E intanto pensava: se fossi stato un paio di metri più in là, non mi avrebbe investito e sarebbe stata una sera come tutte le altre. Maledetta nebbia!
Intanto la lunga fila di formiche si era fermata e sembrava quasi impazzita per quell’intoppo. I più coraggiosi scesero dall’auto per vedere cosa fosse successo, gli altri invece rimasero al caldo e, attraverso i vetri appannati, cercavano di decifrare lo scenario di nebbia.
In quella confusione, stranamente Andrea si addormentò, con la testa nera e liscia abbandonata sulle ginocchia e, come prima cosa, sognò di essere al liceo.
Quando entrò nella classe Prima B, la Rizzo si voltò seccata perché era nel bel mezzo della spiegazione. Però accennò a un sorriso quando lo riconobbe.
«Sono venuto a salutarla, prof» le disse.
«Andrea, che piacere vederti! Come stai?»
Lui abbassò lo sguardo, come faceva sempre quando era interrogato, e fece qualche passo verso la cattedra. La prof gli andò incontro, alzandosi leggermente sulle punte per baciarlo sulle guance, mentre gli alunni dai banchi lo squadravano incuriositi. Qualcuno dell’ultima fila disse piano ”Forza Lazio!” perché lui indossava la tuta della Roma. Come sempre.
«Allora, dove ti sei iscritto?» gli chiese la prof.
«Biologia» rispose.
«Facoltà impegnativa. Bravo! Però sai che devi metterci più impegno, giusto?»
Andrea annuì e fece un passo indietro, come a sfuggire a quella nuova e difficile interrogazione.
«L’esame di Stato è andato bene? E in inglese te la sei cavata?»
Andrea fece un altro passo indietro quasi a guadagnare la porta e fuggire via da quel luogo di torture. Pensò che forse aveva fatto male a passare e che, adesso che si era diplomato, che andassero tutti a quel paese. Lui era libero finalmente di correre con le sue gambe e lì, a scuola, non ci avrebbe messo più piede.
La sirena dell’autombulanza squarciò la nebbia ma non il sogno.
Adesso Andrea stringeva Marzia tra le braccia e le riempiva il collo di baci.
«È inutile che fai così» ripeteva lei con finto malumore, «io vengo sempre per ultima. Dopo i tuoi amici, dopo la Roma, dopo l’università, dopo…»
Lui le chiuse la bocca con un bacio.
Lei si divincolò.
«Promettimi almeno che sabato andiamo a farci un giro al mare, noi due soli. »
Lui accostò le labbra all’orecchio di lei e le sussurrò qualcosa che la fece sorridere. Quando i genitori di Andrea arrivarono, tutti fecero silenzio e si scansarono per farli passare.
«Andrea, svegliati, ti portiamo a casa» disse la madre, la voce rotta dai singhiozzi.
Ma lui non si mosse e, così com’era, con la testa poggiata sulle ginocchia, continuò il suo sogno.
L’Olimpico era tutto uno sventolio di bandiere rosse e gialle. Dritto in piedi, si unì al coro enorme dei tifosi e urlò a squarciagola l’inno della Roma, incurante dell’umidità e del freddo che dal Tevere saliva e gli entrava nelle ossa. Di tanto in tanto, senza smettere di cantare, guardava l’ora e contava i minuti che lo separavano dal fischio d’inizio. Con impazienza.
«Visto che roba?» gli strillò qualcuno in un orecchio «Quanti saremo: sessantamila?»
Andrea annuì e aveva il cuore straripante di emozione.
Ben presto la sera finì nella notte e il sogno svanì nella nebbia e quando si fece giorno, lui era ancora lì, dritto accanto alla fermata dell’autobus, lungo la strada stretta e sottile che portava in città. Il ragazzo invece era sparito, così come l’auto incidentata e tutta quella gente intorno. Rimasto solo sul ciglio della strada, assaporò quella quiete ritrovata e, con rinnovato stupore, si godette l’alba che tingeva il cielo di rosso. Poi, lentamente, il rosso divenne azzurro e gli uccellini cominciarono a cinguettare come fosse un giorno di primavera.
A un tratto un’auto gli si accostò di lato. Ne scesero dei ragazzi con una grande bandiera. Senza chiedergli il permesso, gliela attaccarono addosso con quattro chiodi e poi, così come erano venuti, se ne andarono.
Da allora la bandiera è ancora attaccata al suo tronco, anche se il sole e la pioggia l’hanno sbiadita. Il rosso è diventato rosa, il giallo beige, e a furia di essere sbattuta dal vento, è strappata in più punti. Però si capisce che è la bandiera della Roma e si comprende anche che in quel luogo un giovane è morto.
Bandiere, lasciate ai lati della strada a suscitare il dolore per tante vite spezzate.

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Giovanna Bertino (nella foto, con un cucciolo di San Bernardo) è nata a Frosinone da genitori siculi, ma vive a Manziana (RM) col marito e i due figli. È insegnante di Inglese nella scuola superiore.
Quella di scrivere storie per l’infanzia è sempre stato un suo pallino perciò, quando un’amica la invita a frequentare un corso di scrittura creativa presso la Biblioteca Comunale del suo paese nel lontano 2004, vi si iscrive con entusiasmo. Le ci vorranno però quattro anni per trovare il coraggio di partecipare a un concorso letterario e misurarsi con una giuria vera e, quando finalmente debutta a “Favolando 2008”-  Milano con la  fiaba “Storia del Cucciolo che si era perduto”, incredibilmente lo vince. È talmente euforica che partecipa subito a un secondo concorso,  “Una Fiaba per te”, questa volta in Molise, e vince anche questo. Da allora non si è più fermata. Ha scritto fiabe, filastrocche, racconti, ottenendo molti premi e riconoscimenti su e giù per l’Italia. Scrivere le piace così tanto che non crede smetterà molto presto.

Giovanna Bertino ha recentemente pubblicato il romanzo “Mattia e l’incredibile avventura sotterranea”, del quale i-libri.com pubblica oggi la relativa scheda. Il romanzo è reperibile a questo link: http://www.loescher.it/dettaglio/opera/o_v077/mattia-e-l-incredibile-avventura-nel-mondo-sotterraneo

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