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Racconti

Berenice di Edgar Allan Poe

a cura di Bruno Elpis

Berenice di Edgar Allan Poe – Berenice, uno dei miei racconti preferiti di Edgar Allan Poe, è esemplare nella composizione degli elementi orrifici.

I due protagonisti della storia sono affetti da malattie che sono presupposti di tensione: Egeo soffre di una monomania, quindi un disturbo di natura psichica; Berenice patisce una sorta di epilessia. Intervengono poi la visione della devastazione che ha distrutto la bellezza vitale di Berenice, la profanazione della  tomba, e l’incidente che, sommato a chiari indizi (una vanga, abiti sporchi, impronte di fango), porta a galla una verità terribile.

Il racconto si lascia godere per quello che è: un clinamen dell’orrore, un climax del brivido. Ma a noi piace interpretare e allontanarci dalle apparenze.

Così gli impressionanti denti bianchi, la necrofilia, un cadavere che respira, un bottino macabro, tutto sembra alludere a una storia di morti viventi, zombie o revenant: c’è spazio per ogni immaginazione. E spunto d’ispirazione per chi scrive di queste cose.

In chiave nominalistica, Poe battezza i suoi personaggi pescando a piene mani dalla mitologia. Egeo è il padre di Teseo, si suicida gettandosi in mare perché il figlio – che torna vittorioso da Creta, ove ha sgominato il dispotismo del Minotauro – dimentica l’accordo preso con il padre e non issa le vele bianche in segno di vittoria. La “chioma di Berenice”  è un’elegia di Callimaco, antico poeta greco, a noi giunta anche attraverso Catullo, poi tradotto da Ugo Foscolo. Il carme narra come la regina omonima – per rivedere salvo il consorte re d’Egitto, Tolomeo III, partito per la guerra in Siria – sacrifica la propria chioma in voto ad Afrodite. La chioma viene poi trafugata e l’astronomo di corte la ritrova in cielo, in una costellazione. Ecco dunque la versione horror del mito: la chioma sono i denti, la refurtiva non finisce in cielo ma in una scatola insieme ai “ferri del mestiere”, Egeo si autocondanna con un proprio gesto che rivela la sua colpa…

Nell’esegesi non può mancare quella di stampo psicanalitico: il racconto è allora la rappresentazione di un’ossessione. Freud, nella sua teoria e nei suoi studi, ha mutuato un concetto dall’etnologia: il feticismo è una forma di religiosità primitiva che prevede l’adorazione di feticci, oggetti ritenuti dotati di poteri magici. In senso traslato, nella psicanalisi il termine feticismo designa una forma di parafilia nella quale il desiderio è un oggetto inanimato o una parte specifica della persona. Egeo, dunque, sarebbe un feticista. Un feticista sonnambulo, visto che la realizzazione del suo turpe desiderio avviene in una situazione di incoscienza.
Da un’altra angolazione, il racconto narra di tafofobia: la paura di essere seppelliti vivi, per una morte apparente che, nel caso di Berenice, è una crisi prolungata di epilessia.

Il racconto è disponibile gratuitamente nel web: a questo link lo trovate insieme ad altri cinque tale del Maestro di Baltimora
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/p/poe/racconti_straordinari/pdf/poe_racconti_straordinari.pdf

Bruno Elpis

La chioma di Berenice
di Catullo nella traduzione di Ugo Foscolo

Quei che spiò del mondo ampio le faci
Tutte quante, e scoprì quando ogni stella
Nasca in cielo o tramonti, e del veloce
Sole come il candor fiammeo si oscuri,
Come a certe stagion cedano gli astri,
E come Amore sotto a’ Latmii sassi
Dolcemente contien Trivia di furto
E la richiama dall’aëreo giro,
Quel Conon vide fra’ celesti raggi
Me del Berenicèo vertice chioma
Chiaro fulgente. A molti ella de’ Numi
Me, supplicando con le terse braccia,
Promise, quando il re, pel nuovo imene
Beato più, partia, gli Assiri campi
Devastando, e sen gìa con li vestigi,
Dolci vestigi di notturna rissa
La qual pugnò per le virginee spoglie.
Alle vergini spose in odio è forse.
Venere? Forse a’ genitor la gioia
Froderanno per false lagrimette
Di che bagnan del talamo le soglie
Dirottamente? Esse non veri allora,
Se me giovin gli Dei, gemono guai.
Ben di ciò mi assennò la mia regina
Col suo molto lamento allor che seppe
Vôlto a bieche battaglie il nuovo sposo:
E tu piangesti allora il freddo letto
Abbandonata, e del fratel tuo caro
II lagrimoso dipartir piangevi.
Ahi! tutte si rodean l’egre midolle
Per l’amorosa cura; il cuore tutto
Tremava; e i sensi abbandonò la mente.
La donzelletta non se’ tu ch’io vidi
Magnanima? Lo gran fatto oblïasti,
Tal che niun de’ più forti osò cotanto,
Però premio tu n’hai le regie nozze?
Deh che pietà nelle parole tue
Quando il marito accomiatavi! Oh quanto
Pianto tergeano le tue rosee dita
Agli occhi tuoi! Te sì gran Dio cangiava?
Dal caro corpo dipartir gli amanti
Non sanno mai? Tu quai voti non festi,
Propizïando con taurino sangue,
Per lo dolce marito agli Immortali
S’ei ritornasse! Né gran tempo volse
Ch’ei dotò della vinta Asia l’Egitto.
Per questi fatti de’ Celesti al coro
Sacrata, io sciolgo con novello ufficio
I primi voti. A forza io mi partia,
Regina, a forza; e te giuro e il tuo capo;
Paghinlo i Dei se alcun invan ti giura;
Ma chi presume pareggiarsi al ferro?
E quel monte crollò, di cui null’altra
Più alta vetta dall’eteree strade
La splendida di Thia progenie passa,
Quando i Medi affrettaro ignoto mare
E con le navi per lo mezzo Athos
Nuotò la gioventù barbara. Tanto
Al ferro cede! or che poriano i crini?
Tutta, per Dio! de’ Calibi la razza
Pèra, e le vene a sviscerar sotterra
E chi a foggiar del ferro la durezza
A principio studiò. – Piangean le chiome
Sorelle mie da me dianzi disgiunte
I nostri fati, allor che appresentosse,
Rompendo l’aer con l’ondeggiar de’ vanni,
Dell’Etïope Mennone il gemello
Destrier d’Arsinoe Locrïense alivolo:
Ei me per l’ombre eteree alto levando
Vola, e sul grembo di Venere casto
Mi posa: ch’ella il suo ministro (grata
Abitatrice del Canopio lito)
Zefiritide stessa avea mandato
Perché fissa fra’ cerchi ampli del cielo
La del capo d’Arianna aurea corona
Sola non fosse. E noi risplenderemo
Spoglie devote della bionda testa.
Onde salita a’ templi de’ Celesti
Rugiadosa per l’onde, io dalla Diva
Fui posto fra gli antichi astro novello.
Però che della Vergine, e del fero
Leon toccando i rai, presso Callisto
Licaonide, piego all’occidente
Duce del tardo Boote cui l’alta
Fonte dell’Oceàno a pena lava.
Ma la notte perché degli Immortali
Mi premano i vestigi, e l’aurea luce
Indi a Tethy canuta mi rimeni,
(E con tua pace, o Vergine Rannusia,
Il pur dirò: non per temenza fia
Che il ver mi taccia, e non dispieghi intero
Lo secreto del cor; né se le stelle
Mi strazin tutte con amari motti),
Non di tanto vo lieta ch’io non gema
D’esser lontana dalla donna mia,
Lontana sempre! Allor quando con ella
Vergini fummo, io d’ogni unguento intatta,
Assai tesoro mi bevea di mirra.
O voi, cui teda nuzïal congiunge
Nel sospirato di, né la discinta
Veste conceda mai nude le mamme,
Né agli unanimi sposi il caro corpo
Abbandonate, se non versa prima
L’onice a me giocondi libamenti;
L’onice vostro, voi che desïate
Di casto letto i dritti: ah di colei
Che sé all’impuro adultero commette,
Beva le male offerte irrita polve!
Ché nullo dono dagli indegni io merco.-
Sia così la concordia, e sia l’amore
Ospite assiduo delle vostre sedi.
Tu volgendo, regina, al cielo i lumi
Allor che placherai ne’ dì solenni
Venere diva, d’odorati unguenti
Lei non lasciar digiuna, e tua mi torna
Con liberali doni. A che le stelle
Me riterranno? O! regia chioma io sia,
E ad Idrocoo vicin arda Orïone.

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