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Racconti

Il sogno di Fiore (Amore ibrido)

a cura di Daniela Frascati

Si svegliò di soprassalto. Sentiva freddo ed era oppressa dalla sensazione di spaesamento in cui l’incubo, uguale da notti, la lasciava. Cercava nel buio le dimensioni degli oggetti, dei mobili, delle pareti per uscire dal territorio caotico del sogno ma ogni volta era sempre più difficile districarsi dal disordine sensoriale che le rimaneva appiccicato addosso e le impediva persino di urlare.
All’inizio, in quel frangente del sogno, lei, o il sembiante che la raffigurava, non aveva bocca; per questo l’urlo le gorgogliava in gola come il rantolo di un annegato.
Nelle notti successive quell’abbozzo di figura acquistò particolari. Più il suo aspetto si precisava più si acuiva il malessere che sentiva, come se qualcosa di estraneo la vivesse. Si sentiva inseguita ma era lei a inseguire e, tuttavia, non poteva mai superare l’agile figura che le correva davanti.
– Alla fine mi condurrà fuori – pensava tra il sogno e la veglia, annaspando in quella profondità notturna come un labirinto cieco.

* * *

Casamance ha accesso tutte le ventuno candele che restano perché il Raggiungimento si compia.
La stanza di latta e cartoni è carica di fumo e di odori densi.
Sul pavimento, fatto di tufi recuperati da una vicina discarica, strati e strati di tappeti umidi e consumati.
Loro ci sono tutti, come ogni sera. Hanno preso posto intorno al perimetro della stanza. Fumano erba e cantano i suoni tribali della loro terra. Scandiscono il ritmo con le mani. In un angolo Kombè il percussionista dà il massimo di sé.
Steso al centro del cerchio, ardente di emozioni, Murid tiene le mani raccolte al petto, raggomitolato su se stesso. Casamance inizia a dondolargli intorno il corpo pieno e muscoloso di africana. Modula la voce, facendola salire direttamente dal diaframma.
Murid chiude gli occhi. Il corpo gli si fa leggero. È pronto per il viaggio. Ormai è diventato facile, come un gioco. Le prime volte aveva paura. Non riusciva ad abbandonare i pensieri.
Quando aveva detto a Casamance quello che voleva da lei la santona lo aveva guardato diffidente.
– Figliolo lo sai cosa mi stai chiedendo?
Murid aveva sorriso. Quel sorriso bianchissimo gli aveva illuminato il viso quasi adolescente.
– Ti chiedo di portare la mia ombra dentro il sogno di quella donna. Ti chiedo di portarmi da lei ogni notte, fino a che lei non vorrà venire con me.
– Ragazzo tu sai che questa è magia da uomini e io non l’ho mai praticata prima d’ora. Potrei non riuscirci. Sarà una cosa lunga. Trenta sere. Forse quaranta. E ogni volta il rischio sarà lo stesso: rimanere imprigionato nei pensieri di lei.
– Non importa, voglio rischiare Casamance. Se non mi aiuti tu chi potrà mai farlo? Tu sei forte e potente. Hai guarito Abdou e hai liberato Guina dagli uomini che la tenevano sulla strada.
– Va bene Murid. Cominceremo il giorno della luna nuova. Portami un gallo nero e una ciocca dei capelli della donna.

* * *

Murid camminava vicino ai giardini dove l’aveva incontrata la prima volta. Anche per quello avrebbe avuto bisogno della magia di Casamance. Era tornato lì spesso,ma era stato inutile.
La luna nuova sarebbe stata tra due giorni.
Aveva messo in atto tutti i rituali che gli erano venuti in mente. Era per avere meno paura. Sapeva che la paura allontana le cose.
Si era portato dietro il borsone con gli oggetti del suo piccolo commercio.Portachiavi, calzettoni, fazzoletti. Ogni tanto tirava fuori qualcosa e l’offriva ai passanti.
Stava in attesa da più di un’ora quando la vide.
Era ferma all’incrocio, aspettando il segnale del semaforo.
Con uno scatto felino la raggiunse. Lei sentendosi arrivare addosso quella specie di vortice si fece da parte per paura di essere investita.
– Vuoi accendino – le disse Murid sorridendo.
– No, grazie, non mi serve – rispose gentile.
Murid vide i suoi occhi e si perse in un intrigo di mangrovie e di fiumi gialli e limacciosi.
Ripensò alla sua terra infelice e rapinata. A quello che aveva perduto per sempre della sua infanzia, lontana anni luce da quella città e da quel mondo. Ripensò ai fratelli più piccoli, alla madre, rimasti in Gambia. La ricordava alta e fiera come una regina, con l’ultimo dei fratelli in collo. Non l’avrebbe più rivista. Era fuggito appena in tempo dal villaggio prima che uno sconfinamento dei soldati del vicino Senegal lo facesse sparire dalla geografia del paese.
– Vuoi accendino? – ripeté come una cantilena.
Lei scosse la testa sorridendo.
– Ti porto la borsa, allora. – disse afferrando la sacca di tela piena di frutta.
– Lascia, no, no! – esclamò la donna risentita per l’invadenza.
Murid la guardava incantato.
La donna si confuse. Poi scoppiò a ridere per allontanare l’imbarazzo.
– Vengo con te – approfittò subito Murid.
– Di un po’, ma sei matto?
– Vengo con te, sono matto.
– Non provare a seguirmi, capito? Altrimenti mi arrabbio!
Intanto aveva preso a camminare lungo il marciapiede.
Murid la seguiva facendo mille domande. Le saltellava intorno come un bambino curioso.
– Come ti chiami, dimmi il tuo nome! Dai, dimmi il tuo nome.
Lei faceva finta di non sentire. Si fermava a guardare le vetrine, rallentava il passo.
– Senti, se ti dico come mi chiamo mi lasci in pace? – domandò arrendevole.
– Dai, il tuo nome! – sorrise accattivante Murid
– Mi chiamo Fiore, sei contento ora?!
– Fiore? Come fiore? Sì? Sì!
– E tu come ti chiami?
– Io? Il mio nome Murid, io sono mandingo, di Gambia.
– E quanti anni hai, mandingo? – chiese con affettuosa ironia.
– Diciannove, venti, credo.
– Allora, cosa vuoi da me,eh? – chiese colpita dalla sua insistenza.
– Io voglio stare con te, uscire con te, fare spesa, venire a casa con te. Se tu vuoi. Stare vicino, con te, sentire il tuo profumo, Fiore! – esclamò con un sorriso bianchissimo e disarmante.
-E certo! Ma non è possibile.
– Perché no?
-Perché ci sono troppi perché… e poi, non raccolgo gente per strada.
Si era fermata guardandolo seria
– Finiscila! – esclamò
Murid non se ne andava.
– Dimmi perché non mi vuoi.
– Ci sono tanti perché – ripeté la donna mentre cercava le chiavi del portone nella tracolla – Non ti conosco. E poi sei un ragazzino, troppo bello e troppo solo. Io ho il doppio della tua età e non sono affatto bella. Sono stanca, ferita. – esclamò come uno sfogo.
-Tu ferita? Dov’è la tua ferita? – domandò allarmato Murid.
– Lascia perdere. Ho fretta. Ti saluto. Buona fortuna.
– I tuoi capelli per mio portafortuna. Disse Murid tendendo la mano.
– Cosa? Vuoi i miei capelli per portafortuna? – domandò Fiore.
Fece un sorriso come tra sé e alzò le spalle divertita.
– E va bene – cercò qualcosa nella borsa, poi tirò fuori delle forbicine per unghie, si prese una ciocca e zac. La tagliò della lunghezza di almeno cinque centimetri e la porse al ragazzo.
Murid la prese come avesse conquistato un trofeo, chiuse gli occhi, l’avvicino alla bocca e ve la tenne premuta a lungo.
Quando riaprì gli occhi, Fiore non c’era più.

* * *

Arrivò alla baracca di Casamance trafelato.
La donna stava seduta sulla soglia, in bilico su una minuscola seggiolina pieghevole. Il suo sedere strabordava da tutte le parti.
– Ce l’hai fatta allora! Non ci contavo più – disse appena vide Murid correre verso di lei.
– Neanch’io ci speravo.
– Meglio così. Hai portato quello che ti ho detto?
– Sì, ecco, il gallo nero – e porse a Casamance il volatile mezzo tramortito che teneva per le zampe – e qui ci sono i capelli – aggiunse porgendole un fazzoletto accuratamente ripiegato.
– Damal … – chiamò Casamance rivolta alla ragazza che viveva con lei – Damal vieni a prendere il gallo – poi, una volta che ebbe le mani libere, si poggiò il fazzoletto sulle ginocchia e lo aprì con delicatezza.
Rimase di sasso.
– Sei pazzo! – esclamò.
Prese tra le dita la ciocca di capelli e la sollevò.
Nella luce riverberata del tramonto i capelli fulvi di Fiore si accesero di un rosso fiammeggiante come fuoco.

* * *

La sera successiva c’era la luna nuova. Il cielo era fatto di pece. Un vento forte di grecale scuoteva le catapecchie della baraccopoli sotto il ponte dell’autostrada.
Macchine sfrecciavano nell’oscurità ignare che sotto di loro un pezzo di Africa nera riviveva con le sue passioni remote e violente.
Murid giaceva infreddolito in mezzo al cerchio formato dai seguaci della santona.
Casamance gli aveva raccomandato di non interromperla mai, per nessun motivo, neanche se avesse sentito il dolore più tremendo del mondo.
Gli aveva anche spiegato che non era lui tutto intero ad andare, ma il suo simulacro.
Il corpo sarebbe rimasto lì, nella stanza. Però il distacco sarebbe stato ugualmente lacerante. Avrebbe potuto parlare, muoversi accanto alla donna, ma in una dimensione fatta dai pensieri e dalla memoria di lei. Su quello spazio Casamance non aveva dominio; per questo il rischio di rimanerne prigioniero era grande e dipendeva solo da lui.
– Stai attento ragazzo, sarà proprio come fosse vero. Non accostarti, non toccarla. Osservala, esplora le sue emozioni. Fatti vedere. Provoca la sua reazione. Ma sii cauto, il tremendo e il tenero spesso compaiono assieme.
All’improvviso l’attesa snervante fu interrotta dal suono del tamburo. Cominciò il tam tam ossessivo delle percussioni. Poi seguì la voce salmodiante di Casamance. Scandiva il ritmo girandogli intorno e battendo le mani accompagnata dagli uomini accovacciati in cerchio che facevano eco ai suoi richiami. Murid vedeva i colori vivaci del tessuto col quale la santona aveva avvolto il suo corpo che le turbinavano intorno. Scorgeva i piedi scalzi con la pelle di due colori. Il rosa forte della pianta e il bruno quasi nero del resto del piede e della caviglia a cui era allacciata una catenella d’oro che mandava un balenio rilucente.
Dopo un po’ di quella cadenza le palpebre cominciarono a farglisi pesanti. Intravedeva barbagli di acque verdissime in mezzo a una boscaglia intricata e oltre, a dismisura, una savana dove correvano antilopi e zebre.
Le orecchie gli ronzavano di mille voci, di mille richiami. Udiva spari e vedeva sangue scorrere a fiumi. Provò un senso di soffocamento e un dolore violento come fosse stato raggiunto da un proiettile.
Quella lacerazione lo costrinse a tornare in sé.
Riaprì gli occhi. La sua gola non riusciva a emetteva suono. Casamance con un grosso coltello sgozzava il gallo nero ridendo come una folle mentre il sangue schizzava tutto intorno; poi gli toccava la fronte, le labbra, il cuore, l’inguine con una zampa del galletto.
Vista così gli metteva paura. Il grosso viso di lei era sopra il suo. Lo guardava con le pupille dilatate e la bocca spalancata, come volesse mangiarlo. Il ragazzo richiuse gli occhi spaventato. Intorno sentiva grida e rumori, e ganasce che maciullavano.
– Scappa, fuggi da lì, Murid – gli diceva una voce – Scappa.
Dall’alto, in quella pianura che sta attraversando a volo radente, vede un uomo. L’uomo corre. Corre con tutta la sua volontà. All’improvviso una forza incredibile afferra l’uomo e lo trascina dentro un tunnel nero e fitto. A tratti una luce rossastra ne illumina le pareti. Sono lisce e pulsano come fossero animate. Quella pulsazione ha lo stesso ritmo del suo cuore. Onde bollenti lo attraversano.
Murid capisce di essere lui l’uomo che guarda e l’uomo che fugge e ha anche la certezza che lo sdoppiamento è il segno che la magia di Casamance è in atto.
Lui è lì nella stanza, al centro del rito che si dilata e si raccoglie sulla cadenza martellante delle mani di Kombè ed è anche nel sogno della donna, in quello spazio pieno di luoghi e di odori incomunicabili e inaccessibili che a lui ora è dato vedere e assaggiare come gli appartenessero.
Il sogno di Fiore è un grande edificio silenzioso e vasto. Ha navate altissime e un altare al centro. Lei prega in ginocchio. Tiene stretto fra le mani un oggetto indistinto. E piange.
Murid la guarda da dietro una colonna. Vorrebbe precipitarsi verso di lei, sollevarla e stringerla a sé ma tiene a mente le parole di Casamance.
Non deve farsi afferrare dal sogno e dai pensieri di lei. Deve solo lasciarsi vedere e aspettare la sua reazione.
La donna si alza lentamente. Ha abbandonato per terra, ai piedi dell’altare, un piccolo cuore d’argento. Cammina verso l’uscita. Murid si accorge che la Fiore del sogno è molto diversa da quella che lui conosce. Ha il busto fasciato dentro bende nere e i suoi capelli rossi e fulgidi sono spenti e afflosciati. È una donna circondata da un grande spazio di solitudine dove vanno alla deriva pensieri e paure liberati dai ganci dal corpo. Lui sente quell’aura come arsa da un fuoco interiore. Ancora di più la vorrebbe stringere e portare con sé, ora, subito, senza aspettare. Ma il ritmo del tamburo gli pulsa dentro le orecchie e il vento asciutto della sua savana lo rapisce per un attimo, giusto il tempo perché Fiore non lo tiri a sé nello struggimento ignoto d’amore che va alla deriva, dentro quel sogno triste e infelice.
Murid non può fare a meno di chiamarla.
Si sporge dalla colonna e bisbiglia il suo nome.
– Fiore, sono io, Murid. Non piangere.
Fiore si ferma, lo vede.
– Ti aspettavo, mio Dio, quanto ti ho aspettato.
Gli si fa incontro a braccia tese. Disperata.
Murid deve fare una grande violenza a se stesso per non cadere in quell’abbraccio.
Si rannicchia dietro la colonna e sente la donna annaspargli vicino. Non può più vederlo, né toccarlo.
– Dov’è andato? – si chiede disperata – Non so trattenere le persone neanche in sogno.
Murid ha freddo. Sente le lacrime scorrergli sul viso.
– Non posso lasciarla sola.
Fiore gira intorno alla colonna. Lui dall’altra parte gira con lei in modo che, con l’oscurità, il suo corpo nero sia tutt’uno con l’ombra.
– Non posso lasciarla – si ripete di nuovo.
Si ferma. Mezzo passo in più di lei e potrà prenderla tra le braccia.
All’improvviso un strepito come di mille urla, un ruggito da leonessa graffiano il silenzio austero della basilica e uno spostamento d’aria, una folata arida lo scaraventa sul pavimento lontano dalla colonna dove Fiore sta impietrita dalla solitudine.
Va a finire proprio davanti all’altare urtando contro il cuore d’argento che lei ha posato sul marmo.
Fiore lo vede. Corre ansiosa verso di lui chiamandolo.
– Murid, Murid, puoi restare se vuoi.
Ma nelle orecchie di Murid rimbomba minacciosa la voce di Casamance.
– Devi venire via da lì o sarà troppo tardi. Lasciati andare, non trattenerti.
Murid non sa cosa fare. Fiore gli è accanto. I suoi occhi sono quieti, luminosi. Gli sorride e fa un gesto per accarezzargli la fronte.
Casamance gli ruggisce dentro la testa come una belva impazzita.
Fiore è lì, premurosa e arrendevolissima. Quel sogno l’ha fatto apposta per lui, ora lo sa.
Poi davanti a sé vede due occhi di fuoco e una forma nera di animalaccio.
Casamance lo ha afferrato per i capelli e lo trattiene con tutta la sua forza.
Lui è di nuovo all’interno del cerchio. I tamburi e i canti hanno una cadenza più lenta e sfumano piano.
Intorno, l’angusta e sventrata architettura di lamiera dove tutto era cominciato. Casamance e i suoi seguaci giacciono sfiniti sul pavimento.
Murid si sente come l’avessero scorticato vivo.

* * *

- Sei un incosciente. Lo sai cosa hai rischiato? – Casamance era furibonda – E non solo tu. Il pericolo che ho corso io per venirti a riprendere dalle braccia di quella donna?! Non chiedermi più niente, con me hai chiuso, ragazzo.
Casamance era seduta su una bassa poltrona rivestita di una pelliccia sintetica di color violetto e si asciugava il sudore con un fazzoletto impregnato di essenze.
Murid le stava di fronte a testa bassa.
– Perdonami, non ho saputo resistere.
– Cosa vuoi che perdoni! Te l’ho detto, non se ne fa più niente. Faremo la chiusura del rituale, abbiamo messo in giro troppe energie. Poi basta, non voglio più sentirne parlare, anzi non voglio neanche più vederti, chiaro?
– Casamance ti prego – fece il ragazzo mortificato – Non mi sono reso conto. Era proprio come avevi detto tu. Sembrava tutto così reale! E poi lei soffriva. Era la sua sofferenza che mi ha afferrato. Non riuscivo a liberarmene. Casamance, senza quella donna io non potrò mai essere un vero mandingo.
– Non dire stupidaggini. Abbiamo rischiato troppo, tutti quanti. E poi con una bianca… non mi piace per niente questa storia.
– Dammi un’altra possibilità, una sola! Questa volta farò tutto come deve essere fatto. Fammi riprovare. Lei ha rubato la mia anima. Lascia che gliela riprenda.
Casamance lo guardava con compassione, non riusciva a essere arrabbiata con lui. L’inconsapevole amabilità di Murid l’aveva conquistata. E ora sapeva che anche quella donna, Fiore, era caduta nell’incantesimo del sorriso del ragazzo e che il Raggiungimento sarebbe stato molto, molto facile.
– Come vuoi – disse alla fine – torna domani sera, alla stessa ora.

* * *

Era la trentesima notte. Casamance l’aveva chiamata la notte della Grande Febbre.
– Preparati Murid, è inutile aspettare ancora. Lei verrebbe da te anche solo se la chiamassi. Non so da quale parte della tua vita sta per entrare ma io so che è già uscita da sé. Non possiamo aspettare più, dobbiamo fare in fretta. Le stiamo facendo del male e io vivo la sua sofferenza sulla mia pelle.
Murid era agitato come un bambino.
– Casamance sei grande.
– Ma va – si era schermita lei – è una donna sola e infelice. È stato più facile del previsto. Se tu non ti fossi abbandonato ogni volta dentro il viaggio facendomi fare una fatica terribile la cosa sarebbe già conclusa da un pezzo.
La notte era calma, morbida come seta. Percorsa dai bagliori delle auto che correvano veloci. La bidonville era immersa nel buio e nel silenzio percosso dalle mani di Kombè.
Fuori, davanti alla baracca di Casamance, c’erano proprio tutti quella sera. Dentro, Murid steso sui tappeti consumati era pronto al Raggiungimento.
Le forme si stagliavano in contro luce, filtrate dalle lunghe ciglia che teneva socchiuse. La santona irruppe come una vampata. La sua voce crepitava, aveva toni arrochiti e sensuali, dolce e bestiale allo stesso tempo.
– È il momento – pensò il giovane e si abbandonò come una nuvola che va per il mondo.
Quelle sabbie sconfinate e quel cielo antico erano la sua terra. Steso sul pavimento della baracca erano la prima cosa che vedeva ogni volta, quando iniziava il viaggio.
Casamance e gli uomini che assistevano al rito correvano con lui, attraversando quella memoria lontana che non era solo sua, era la memoria di un popolo, la sua storia, il luogo segreto a cui ognuno attingeva per sopravvivere in quel mondo scomposto dove l’infelicità era l’unica cosa che li accomunasse tutti.

* * *

Il desiderio di Murid era fatto di una sostanza leggera e inafferrabile. Ma camminava attraverso un’apoteosi di materiali e di sostanze ambigue che si trovano sul bordo delle cose. Un universo doloroso di muscoli tirati al massimo, una confusione di tendini, sangue, respiri, umori, pulsazioni e conati. Casamance lo guidava tra i reticoli di quel mondo notturno che è spasimo e sofferenza. Murid precipitava dentro il mare organico e ribollente che è la vita di Fiore. La lacerazione avvenne all’improvviso. Il buio del tunnel dove era già in cammino si squarciò all’improvviso, le pareti si spaccarono come carne viva, e un liquido caldo e denso lo sommerse.
– Sto soffocando – pensò.

* * *

Casamance operava l’ultima parte del rito con la veemenza di un demone. Lo stato di trance in cui cadeva ogni volta la rendeva simile alla divinità che evocava. Il riflesso della forza di quel dio la scuoteva tutta. Il suo grande e massiccio corpo diventava una montagna sacra dove rivoli di sudore scorrevano come fiumi inquieti.
– Lui è arrivato ormai – pensava la parte di sé che non si era confusa con la divinità – ora la prenderà per mano e la porterà qui nella mia casa e la possederà. Davanti a tutti. Tutti saranno testimoni della mia potenza. Mai, nessuno sciamano della mia gente ha potuto ammaestrare un bianco e i suoi pensieri sfuggenti. Ma Casamance lo ha fatto e tutti potranno vederlo con i loro occhi.
Intanto tra scuotimenti e rantoli era precipitata sopra il corpo di Murid che giaceva nel mezzo del cerchio.
Sentì l’elettricità della pelle del ragazzo; un guizzo, una fiammata le bruciò nel ventre. Poi, il più nulla.
– No, non lì, vieni via da lì! Murid. Nooo!
Un urlo disperato trafisse la notte.

* * *

La prima qualità di uno sciamano è la capacità di adesione al sogno, la forza tremenda con cui penetra il cielo e lo riconduce alla terra. Casamance senza dubbio possedeva questo vigore. Lei andava ovunque; conosceva l’abisso e il vuoto, il ventre nero della terra e la luce dilaniante del fuoco. Ora si aggirava in un silenzio tenebroso e scuro, imprigionata nei labirinti organici che la sua spaventosa potenza aveva generato. Un impreciso luogo in quella città incurante dove la santona vagava cercando Murid. Era morto? Era vivo? Dove era finito il doppio immateriale che dava vita all’involucro abbandonato nella baracca?
Anche il suo corpo giaceva privo di sensi ma la sua essenza vitale non si dava pace. Dove si muoveva era scuro, profondo; lei ci passava folgorante, scorreva come acqua e lavava via le ombre e intanto pensava.
– Come può la vita che è in Murid morire?
Ma già era trascorsa la notte e Murid non tornava.
I tamburi si erano placati. Un pesante silenzio gravava sulla baraccopoli.
Damal la teneva tra le braccia e le detergeva il sudore dalla fronte.
– Casamance – la chiamava con apprensione – ti prego non te ne andare. Ti voglio bene, ritorna in te. Casamance non mi fare paura!
Kombè l’aveva allontanata dal corpo della santona. Damal piangeva disperata.
– Mamma Casamance, non mi lasciare. Murid è morto, non tornerà più. Lascialo andare, lascialo.
La tenebrosa papessa sembrava fatta di metallo ardente. La pelle arsa e le budella che le si torcevano come serpenti. Un filo di schiuma bianchiccia le affiorava all’angolo della bocca. Finalmente tornò in sé.
Aprì gli occhi. Intorno a lei gli uomini sfiniti si tenevano la testa tra le mani.
Ai loro piedi il corpo di Murid, accartocciato.
Kombè gli aveva gettato addosso un lenzuolo.
– Dobbiamo farlo sparire. Tanto nessuno lo cercherà. Non possiamo rischiare. Se i poliziotti lo trovano siamo fregati.
Casamance abbracciata a Damal disse.
– Portatelo alla discarica vicino al gasometro. È abbastanza lontano, anche se lo scoprono non penseranno alla nostra comunità.

* * *

Kombè aveva nascosto il corpo di Murid dentro la vecchia Opel arrugginita.
– Mi raccomando – gli aveva detto la sciamana – non lasciarlo in bella mostra tra i rifiuti. Non devono trovarlo. Fai attenzione perché c’è sempre qualcuno che fruga. Al ritorno, quando ti sei liberato, passa alla casa dove andava a dormire Murid a ritirare la sua roba. Dì ai suoi compagni che è dovuto sparire in fretta perché si è messo nei guai e minacciali se vedi che fanno troppe domande. Fagli capire che meno parlano meglio è, con chiunque.
Kombè aveva fatto come gli aveva detto la santona. Aveva buttato il corpo nella discarica, dal dirupo. Da lì era rotolato almeno dieci metri più in basso, dove non potevano raggiungerlo che i gabbiani e i ratti.
Kombè grande e grosso com’era aveva paura come un ragazzino. Era stata Casamance a coinvolgerlo in quella storia e ora l’idea di lasciare il corpo del ragazzo senza sepoltura lo tormentava. Sapeva che gli spiriti infelici diventano inquieti e sono destinati a vagare senza pace fino a che non hanno vendicato la loro infelicità.
– Devi fidarti di me – Casamance aveva provato a tranquillizzarlo – il corpo di Murid è solo materia, carne e muscoli. Il suo spirito è rimasto con quella donna perché è stata la passione per lei a perderlo. Non devi temere niente.
Kombè aveva ubbidito, ma sentiva dentro una paura carnivora che gli mordeva il cuore.

* * *

Era una mattinata uggiosa, con una pioggia sottile e insistente.
Aveva dovuto attraversare tutta la città per arrivare alla discarica. Poi siccome non trovava il coraggio di suonare all’appartamento dove Murid abitava si era fatto un giro sotto la pioggia. Era inzuppato fino al midollo e tremava per la paura e per il freddo.
Alla fine si era deciso a salire. Suonò alla porta. Ormai era quasi l’una. Gli venne ad aprire un camerunese che Kombè conosceva di vista.
– Ciao, chi cerchi? – gli chiese il ragazzo.
– Nessuno, sono venuto a prendere le cose di Murid Taguà. – rispose Kombè saltellando e fregandosi le mani per riscaldarsi.
– Non puoi prendere le cose di Murid, lui si arrabbierà molto.
– No, non si arrabbierà, è lui che mi manda. È dovuto andare via in fretta.
– Ma che stai dicendo! – fece il giovane alzando la voce – Ehi venite, qui c’è uno che dice che Murid è andato via e vuole prendersi la sua roba.
Altri quattro ragazzi sbucarono da dietro una tenda. Erano vestiti con gli abiti tradizionali della loro terra.
– Chi sei? – fece uno dei quattro – Chi ti manda?
– Mi manda Murid – ripeté Kombè impassibile, sebbene cominciasse a preoccuparsi per la balla che stava raccontando.
– Ah, ti manda Murid! – fece un altro con aria canzonatoria – Avete sentito, lo manda Murid?
Cominciarono a ridere sgangheratamente perché si capisse che era un’allegria finta. Si davano grandi pacche l’uno con l’altro, e si spingevano nello stretto corridoio fino a che non mandarono il camerunense a finire addosso a Kombè.
A quel punto lo bloccarono contro lo stipite della porta, mettendogli un gomito sotto la gola.
– Sei un ladro e un imbroglione, ti conviene portare via da qui quel tuo brutto muso da sciacallo prima che lo adopriamo come sacco per pugni.
– Ehi dico, calmatevi – cercò di difendersi Kombè – ma cosa vi salta in mente! Murid si è messo nei guai stanotte ed è dovuto scappare per non essere preso dalla polizia. Rivuole le sue cose. Vuole andare in Francia. Qui non può più restare.
Un pugno violentissimo lo colpì all’altezza dello stomaco.
– Hai un bel coraggio però! – esclamò il sudanese assestandogli un altro colpo proprio sotto la cintura – Ditegli un po’ chi c’è di là, nel letto di Murid, che se la dorme alla grande?
– Murid – fecero in coro gli altri sghignazzando – Murid, il mandingo.

* * *

La stanza era stretta e lunga, ingombra di letti tutt’intorno alle pareti. C’era un’aria pesante, carica di fiati e di odori notturni. Le imposte erano sbarrate ma la luce grigiastra della tarda mattinata filtrava qua e là dalle listarelle scardinate.
Ovunque nella stanza sacchi di mercanzie e foulard colorati con gli oggetti del commercio dei ragazzi.
Murid sembrava dormire alla grossa. I compagni cominciarono a chiamarlo e a scuoterlo.
– Murid sveglia, ehi, sveglia, c’è uno che vuole fregarsi la tua roba. Dice di conoscerti.
Erano tutti intorno al letto del ragazzo.
Kombè, bianco come uno spettro, batteva i denti. Non capiva cosa stava succedendo.
– Come può Murid essere qui, in questa stanza, nel suo letto che dorme come niente fosse successo e contemporaneamente essere cadavere nel sacco della discarica? – pensava.
I compagni continuavano a scrollare Murid mentre facevano battute e ridevano divertiti. Alla fine non avendo risposta gettarono all’aria le coperte.
Un grido di orrore rimbalzò nella stanza.
Nel letto un essere informe era raggomitolato su se stesso.
Aveva una sembianza ibrida. Un colore della pelle come maculato ma in modo irregolare e ributtante. Il suo volto era quello di un negro albino. Aveva i capelli crespi e cespugliosi di un rosso spento come impolverato e gli occhi verdi e vuoti. Ma la cosa che ripugnava oltre ogni limite era l’intreccio delle membra di quel corpo oscurissimo. Come se gli arti fossero stai staccati e rimessi assieme in un delirio di ricomposizione.
Tutti guardavano abbacinati quell’essere mostruoso. Guardavano il suo sesso ibrido di maschio e di femmina.
Quell’essere chimerico aveva un sorriso soave come un angelo, ma si vedeva che quella soavità nasceva dal patimento e dalla compassione. Tese le braccia davanti a sé come volesse abbracciarli tutti quanti.
– Chi è questo mostro? – si chiesero indietreggiando.
Il povero essere boccheggiava come un pesce che stesse morendo di aria.
Kombè esitò un attimo. Prese i quattro angoli del lenzuolo li annodò tra loro imprigionando quella creatura deforme che debolmente si dibatteva tentando di liberarsi.
– Lo porto alla discarica – disse Kombè guardando i cinque giovani terrorizzati – Non fatene parola con nessuno. È uno spirito infernale, una larva di morto venuto per tormentarci. Stasera farò venire Casamance. Bisogna rimettere ordine nel mondo.

* * *

A casa di Fiore il telefono squillava incessantemente.
– Sarà Mila che vuole sapere perché non sono andata al lavoro. La richiamerò più tardi – si disse rivoltandosi nel letto e cercando di riprendere sonno.
Aveva ancora nella mente l’incubo che quella notte era stato più crudele del solito. Avvertiva ancora una vibrazione terribile e magmatica. Un’eco sconvolgente, qualcosa che sopravviveva lì tra le lenzuola.
Decise di alzarsi. Si sentiva debole. Aveva la testa pesante e dei vuoti improvvisi. Non le venivano i nomi delle cose, una risonanza di parole incomprensibili le ronzava nelle orecchie. Si trascinò fino alla stanza da bagno. Orinò con sollievo. Mentre era seduta sul water si accorse che la pelle delle gambe aveva delle macchie più scure.
– Oddio, cos’è?
Si alzò in piedi per guardarsi meglio. Tutto il suo corpo era pieno di quelle macchie brune. Allora si precipitò davanti allo specchio che stava sul lavandino.
Lo specchio ebbe un abbuiamento, sembrò per un attimo rifiutare la cosa specchiata.
Fiore tentò di resistere al desiderio di fuggire via. La sua immagine riflessa non era lei. Aveva una sembianza ibrida. Il colore della pelle era chiazzato di macchie brune, ma in modo irregolare e ributtante. Il suo volto era quello di un negro albino. Aveva i capelli crespi e cespugliosi, di un rosso spento come impolverato e gli occhi verdi e vuoti.
– Non sono io, non può essere. Cosa mi è successo? – si toccava il viso disperata, incapace di credere a ciò che vedeva.
Poi una voce dolcissima da dentro le parlò amorevole. Era un’indistinta voce, un fruscio smorzato.
E una strana vertiginosa sensazione l’afferrò. In qualche modo sapeva che quella voce aveva a che fare con Murid il ragazzo africano che non si era fatto più vedere e che lei aveva desiderato più di ogni cosa al mondo.
Ora lo udì di nuovo. Parlò da dentro di lei, limpidamente.
– Fiore sono Murid, sono arrivato.
Lei ascoltava quella voce fluida come una linfa nuova che la percorreva tutta e la rendeva completa e felice.
– Quanto ti ho aspettato. – sospirò.
Chiuse gli occhi assaporando la tenerezza infinita che trasudava da quell’abbraccio interiore.
Quando li riaprì lo specchio non c’era più. Lei e Murid volavano sottili come l’aria sopra un gigantesco intrigo di mangrovie.

Daniela Frascati

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Daniela Frascati, toscana di nascita, vive a Roma. È impegnata da anni nelle politiche della differenza di genere e nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali. Ha ha pubblicato  racconti in diverse antologie, un volume di poesie e i romanzi Nuda vita e La Passeggera (Scrittura&Scritture).

Qui potete leggere il nostro commento a “La passeggera”: http://www.i-libri.com/libri/la-passeggera/

Con Daniela abbiamo dialogato a questo link: http://www.i-libri.com/scrittori/intervista-a-daniela-frascati-autrice-de-la-passeggera/

“Il sogno di Fiore – Amore ibrido” ha fatto parte della raccolta  di racconti intitolata Amori anomali,  Ciesse Edizioni.

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