oppure Registrati
Racconti

Il vestito del morto

a cura di Gaia Conventi

Del come e del quando è nata la seconda pelle

“No, guardi, trenta euro sono troppi”, mi affanno a convincere la leziosa vecchietta, mentre le grucce di legno mi passano sotto al naso, come mosche fameliche decise ad appollaiarsi nelle mie narici.
Lei continua a far volare da un lato all’altro giacca e pantaloni, le maniche strusciano sui miei avambracci e sembrano volermi circuire in maniera lasciva. I pantaloni, privi di chi li aveva riempiti, sono tristi e flosci, abbarbicati a quella gruccia come un naufrago alla scialuppa.
“Lei” e calca su quel lei come volesse farmi un complimento, “un vestito così mica l’ha mai avuto. Senta che fresco di lana” e mi accarezza con la manica vuota, “sembra quasi vivo!”
Ecco, appunto, ed è sgradevole immaginare che prima di me qualcuno l’abbia già agguantato, l’abbia levato da quei legni che lo tengono sospeso a bandiera e ci abbia infilato spalle e terga. Ė un vestito usato, l’ho detto e ripetuto, e per quanto la stoffa… oh certo, la stoffa è magnifica…
Mi piazza davanti agli occhi i pantaloni volanti e quasi sbatto il naso sulla patta, mi ritraggo infastidito, per quanto quella stoffa abbia il profumo indiscutibile di una passata in tintoria.
“Guardi che con trenta euro, mica lo compra un vestito così in negozio, eh?” e continua con questa faccenda, e più insiste e più io comincio ad esserne inebetito. È un bel completo, ma io i completi non li porto. La stoffa è quella dei vestiti da uomo come li si faceva una volta, in sartoria, con un fresco di lana che è setoso e morbido.

“Non si spiegazza nemmeno a morire!” mi assicura la vecchia strega, e torce la manica di quel povero vestito privo di corpo. “Guardi, guardi!” e stavolta davanti al naso ho il bavero della giacca.
“Il taglio, caro lei, eh, un taglio così non si fa mica più! E poi osservi le cuciture, sembrano fatte dalle manine di un chierichetto!”
Cerco d’allontanarmi dalla bancarella, rimanessi lì un attimo di più, sarei già dentro quella giacca, la starei provando. È un cinquanta, la mia misura.
Vado a sbattere contro una signora, una delle tante, ma coperta da un cappello di paglia che la fa sembrare una lampada.
“Dia retta, un vestito così l’ho visto soltanto una volta, mio marito ci andava matto” dice dando manforte all’altra.
“Ci andava matto? E poi ha smesso?” faccio io in un moto di ribellione, la terza età che invade il mercatino di Ferrara è degna del teatro dell’assurdo.
“Oh no, immagino ne sia ancora soddisfatto e se lo stia godendo.  Ė il vestito che indossa nella bara, gli piaceva così tanto che ho deciso di farglielo tenere un bel pezzo” e con grazia mi appoggia sulle spalle la giacca priva di vita.

Ora il proprietario sono io

Mi lascio vestire come fossi un bambino, per fortuna le megere non insistono per levarmi anche i jeans. La giacca del morto è adesso sopra la mia polo, le spalline leggermente imbottite aderiscono alle mie spalle quasi fossero una seconda pelle. Le maniche scivolano sulla nudità delle mie braccia, la fodera è liscia e sembra fatta per i miei pori, quasi mi avesse atteso a lungo. Piego leggermente i gomiti, guardo se la lunghezza delle maniche mi è congeniale, chiudo i tre bottoni e mi giro verso la vecchia strega, che già allunga la mano per avere quei trenta euro.
Lo specchio incrinato che sta appena oltre la bancarella, mi rimanda un me assai ben vestito, con una giacca che cade a pennello, pur essendo nata per un altro torace.
Giro leggermente il capo e tento di guardarmi la schiena, voglio capire se fa pieghe strane questa giacca, se mi infagotta.
“Le sta d’incanto” dice la signora che sembra una lampada, e aggiunge che stava così anche a suo marito.
Ė come prendere un pugno in faccia, a razzo apro i tre bottoni e faccio per levarmi quel catafalco mortifero ma entrambe le signore si lasciano sfuggire un urletto.
“Non è mica la giacca di un morto, eh?” mi assicura quella che, in un modo o nell’altro, ha deciso di vendermela. “Al precedente proprietario il completo non sta più, è ingrassato. Mi creda, quel signore è vivo e vegeto” e fa un sorriso rassicurante, così rassicurante che finisco alla svelta di svestirmi.
Mani rapaci mi sono addosso di nuovo, alla fine, sconfitto, chiedo mi venga messo l’abito in una sportina di plastica. Lascio i trenta euro sul banchetto evitando di toccare altro e di dire di grazie.
Porto con me l’abito del morto, durante il breve tragitto un formicolio mi si irradia nel braccio con cui tengo sollevata e discosta dal corpo la sportina di plastica.

Il mondo a scatti

Prendo le grucce e le infilo, con quel che ci sta appeso, nel lato dell’armadio che apro di rado. Stanno tra l’eskimo di quando andavo al liceo e la tuta da sci che non porto da almeno dieci anni.
Mi ci vuole un sonnellino prima della serata: un drink veloce per salutare gli amici, poi riparto. È normale, la mia vita è fatta di brevi tratti di vita ferrarese, conditi da viaggi in treno, più raramente in aereo. Faccio il fotografo e ho scoperto di saperlo fare proprio nella piazza che sta qui accanto. Da ragazzino volevo fare lo sbandieratore al Palio di Ferrara, le braccia buone le avevo, le spalle pure. Lasciamo stare la sincronia, quella sarebbe venuta a tempo debito, se non fosse che…
Che ero quello strano, quello che si incantava a guardare lo sbandieratore che aveva di fronte. Come avessi obiettivi agli occhi e clic clic con le ciglia. A quel punto la forza di gravità portava verso il basso l’asta e la tela, la bandiera mi stuzzicava le ginocchia e io restavo a bocca aperta, con quegli scatti immaginari in modalità sportiva, clic clic. Il movimento si fermava quel breve attimo, poi continuava e stoppava, clic di nuovo. Uno scemo, insomma, un cretino che non riusciva a staccare gli occhi da chi, con le bandiere, sembrava esserci nato.
Allora, pur di farmi restare in contrada, mi hanno messo un tamburo ben fissato alla cintola, un napoleonico pesante che andava a sbattermi sulle rotule ad ogni movimento. Bacchette ben strette in mano e giù di brutto, su quella pelle tesa che sembrava quasi soffrire. “E non guardare gli sbandieratori! Suona e non alzare mai gli occhi dal tamburo!” mi venne intimato. Eppure anche quel movimento mi distraeva, osservavo clinicamente le mie mani, i polsi che uscivano dal costume di foggia cinquecentesca, i nervi che guizzavano nell’imprimere forza all’atto. Stop, stop e clic, clic di nuovo, con la mia faccia puntata al napoleonico, le braccia sempre più lente fino a spegnersi, come se la videocamera avesse esaurito la pila.
Niente da fare, potevo solo fotografare, e ho imparato a farlo.
Giro l’Italia mentendo, dicendo bugie con la macchina fotografica, nascondendo quel che non è in sintonia con le manifestazioni storiche e accentuando le fiaccole di notte, e i colori sgargianti degli abiti di giorno. Le sfilate, oh Dio, quante sfilate in costume! Che sia il Medio Evo o che già si tenda al Rinascimento, se un giornale di viaggi ed eventi ha bisogno di un servizio fotografico, io sono tra i papabili. Sono bravo, bravo e solo, perché le donne si stufano di me come io mi sono stancato di guardare il mondo senza metterci di mezzo un mirino.
Stasera esco, saluto gli amici e domattina prendo un treno per il sud Italia, tre giorni e poi mi aspettano ad Aosta. Non guardo nemmeno l’agenda, certi appuntamenti sono fissi, sono quelli su cui conto per continuare a pagare l’affitto a Ferrara. Un appartamento dove passo un mese l’anno, ma mi dico che una casa da qualche parte devo pur averla.
Mi butto a letto, vestito come sono, ci si vede alle otto alla birreria accanto al castello.

 

Del fatto della polo e della giacca

Mentre dormi la rigidità ti entra nel sangue, tende a cristallizzarsi nelle tue vene e a renderti legnoso. Lo penso dormendo, forse lo sogno, o magari sono sveglio ma la rigidità mi impedisce d’alzarmi.
Il vestito, il vestito del morto.
Per quale motivo dovrei metterlo stasera? Non è nemmeno di moda, un completo così lo si porta ai matrimoni e ai funerali, magari dentro la bara.
Eppure la giacca, magari se la porto come uno spezzato… la giacca con la polo nera. Un urto, un botto dato sul legno, possibile che le mie vene piene di sonno stiano scoppiando? Sono così rigido da far rintronare le membrane delle mie cellule?
Sto dormendo ma sono vagamente preoccupato, però il botto non lo sento più, nel frattempo ho deciso che sotto la giacca metterò una camicia.
Perché una camicia? Io non porto mai la camicia, è scomoda, e poi mi fa sembrare un damerino. Stonc, il legno sbatte, pare quasi arrivi dalle ossa del mio torace, proprio dove dovrei appoggiare quella camicia che non voglio mettere ma che qualcuno mi ha suggerito di fare.
Qualcuno chi?
Ma non rinuncerò ai jeans. Non posso mettere quei pantaloni in fresco di lana, non li ho nemmeno provati, non se ne parla proprio. Lascia che dica, quel legno che scrocchia! E me lo sento bussare in testa, come se il sonno volesse entrarmi nelle meningi, frugandoci con un cacciavite.
Invece metterò i pantaloni, non so perché e non l’ho nemmeno deciso io, semplicemente adesso mi sembra la cosa più giusta da fare.
Avessi ancora mia madre le chiederei se è il caso d’andare così elegante ad uno spritz con gli amici, ma l’ho persa da anni. A mio padre chiederei in prestito una cravatta, ma se n’è andato con lei. Non ho nessuno a cui chiedere consigli sul vestire e sul vivere, devo per forza fidarmi di quel tonc tonc legnoso che, ora lo capisco, arriva dall’armadio.

Un vestito della mia misura

Lo vedo che mi sta bene, l’anta a specchio, quella al centro dell’armadio, mi dice che questo vestito mi cade a pennello. Lo direbbe anche mia madre, anche se l’ultima volta che ci siamo guardati in faccia io avevo i calzoni corti e lei un male ostinato che l’ha stesa in pochi mesi. Si è portata via la mia infanzia e anche mio padre, l’hanno trovato impiccato nel suo ufficio. A casa no, avrebbe dato disturbo, mio padre era un uomo vecchio stampo, sulla sedia accanto a sé aveva preparato gli abiti della sua sepoltura.
Mio padre era un brav’uomo e aveva scelto un abito simile a quello che indosso ora: un fresco di lana che non si sarebbe spiegazzato nemmeno nella bara.
Mio padre era un uomo elegante, si impiccò con una stola di seta di mamma.
Il vestito adesso è mio, quel vestito che stamattina ho preso al mercatino dell’antiquariato, non che sia così antico, ma al mercatino tra roba usata e anticaglia non fanno molte differenze. È un vestito di seconda mano, ora è mio, e mi cinge nella stoffa come un guanto, un sudario, una seconda pelle pagata trenta euro.
La camicia l’ho levata dal cellophane, l’avevo in un cassetto, una camicia d’emergenza, insomma. Una cosa troppo elegante da portare sul lavoro, quando la cinghia della macchina fotografica struscia contro il colletto e mangiucchia la stoffa. Troppo elegante anche per uscirci di sera, con gli amici che portano scarpe da basket e ragazze con minigonne di jeans stinto. Una camicia troppo, e di troppo, e se non ci sono amici che si sposano, diventa immediatamente una camicia da funerale.
Chiudo l’ultimo bottone e ricordo che in un cassetto devo aver messo la cravatta regimental, quella che papà amava tanto. Credo sia l’unica che ho tenuto, non mi è nemmeno mai piaciuta, eppure su questo grigio fosco di un fresco di lana dalla pelle morbida, quella cravatta è l’ultimo tocco.
Stringo il nodo e mi guardo, chiudo i tre bottoni e mi guardo. Tonc, stavolta non è il sonno di legno nelle mie vene, non è nemmeno l’armadio.
Tonc, il botto secco e irriducibile di uno sgabello che frana al suolo.
A penzoloni, poco sotto il lampadario, e ancora il completo mi sta d’incanto, senza una piega di troppo.
Ho fatto le cose per bene, papà, mi faccio trovare già vestito.

Gaia Conventi

____________________________________________________

Gaia Conventi è l’autrice delle due “Novelle col morto” ( http://www.i-libri.com/libri/novelle-col-morto/ ) da noi commentate in sua presenza:
http://www.brunoelpis.it/recensioni/1081-un-esperimento-da-collaudare-la-recensione-interattiva-novelle-col-morto-di-gaia-conventi

La prima novella s’intitola “Quarti di vino e mezze verità (La mummia che sapeva troppo)” (http://www.i-libri.com/recensioni/recensione-interattiva-novelle-col-morto-gaia-conventi/).

La seconda è “La locanda del giallo” (http://www.milanonera.com/novelle-col-morto/).

Tutte le foto che illustrano il presente racconto sono dell’autrice, che ce le ha gentilmente concesse…

La redazione

cover

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati