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Racconti

La rivoluzione del prosciutto

a cura di Arianna Giancani

Cocoine comunicò al sig. Gatti che le catene dovevano essere di pelle nera e le manette di raso rosso, fulgido e intramontabile.
D’altronde, grazie alla strepitosa evoluzione del settore tessile, nel 2025 il raso poteva essere indistruttibile come l’acciaio. La crisi era un ricordo vicino ma già sfocato: l’Italia aveva squarciato il fondo e poi, in assenza di alternative, si era ripresa come una bestia dopo un letargo forzato.
Milano aveva guidato sin dall’inizio la ripresa, capo eletto da un tacito furor di popolo.
La ripresa economica aveva portato con sé, però, un orrido effetto collaterale: la schiavitù.
Quando l’Italia era crollata, nel vicinissimo 2017, riempiendo le strade dei vetri rotti dei negozi assaliti e facendo della criminalità l’unica scelta possibile, l’Europa l’aveva lasciata sola, indicendo un istantaneo referendum con cui il Bel Paese era stato dichiarato “Zona Grigia”, isolata ermeticamente dall’indifferenza.
Cocoine, però, odiava il grigio, a meno che non fosse squisitamente abbinato con il rosa: fu per questo che ordinò le manette di un classicissimo rosso scarlatto. Il Capo le avrebbe adorate.
Lavorava per lui da quando i trattati umanitari erano diventati ampollosi pezzi di carta di ostacolo alla ripresa: la schiavitù, invece, si era dimostrata la soluzione ideale.
Eppure, a prendere le redini del paese ferito, riducendo i più sventurati in vanitose catene, non fu un leader carismatico e spietato come nella peggiore delle tradizioni, né un’élite furba e volubile, ma una categoria di individui – tutti di origine meneghina – che poco aveva a che fare con la politica e l’economia.
Nel 2017 li chiamavano ancora Radical Chic.
Nel 2018, all’alba rosa della rinascita, la casta dei potenti fu definita “Champagne Socialist” ma l’Inghilterra, terra madre del sofisticato neologismo, ne vietò l’uso all’Italia dal giorno in cui fu dichiarata terra da scordare.
Cocoine riteneva che fossero entrambi modi obsoleti di definirli, ormai preferiva chiamarli, e chiamarsi, Popular Blue. Il blu era un antico richiamo al sangue delle classi più alte, annacquato da una spocchiosa sfumatura popolare. Insomma, nobili plebei, eleganti e democratici al punto di vestire la schiavitù di deliziose fattezze.
E poi, Cocoine stravedeva per il blu.
Mentre il pensiero di far dipingere le manette dei più piccoli proprio di un blu festoso le attraversava la mente, il sig. Gatti, dall’altra parte del filo, le rispose che catene e manette sarebbero state pronte entro la fine della settimana. In cuor suo quel piccolo mercante considerava indecente la richiesta di Cocoine ma, per non rischiare di finire rinchiuso nelle lussuose catene che lui stesso fabbricava, la congedò con gentilezza di corte.
Cocoine si sistemò il caschetto anni venti e ravvivò il rossetto color rubino che le macchiava il viso pallidissimo, poi si incamminò verso l’ufficio del Capo.
Nonostante fossero trascorsi tre anni da quando aveva iniziato a lavorare per lui, le tremava ancora l’occhio destro ogni volta che si incamminava verso il suo ufficio; cercò quindi di addomesticare i nervi e sfoderò il broncio migliore che aveva.
Il Capo odiava i sorrisi. Li considerava pacchiani.
L’ufficio, piccolo e disordinato, gridava sguaiatamente quanto lui detestasse il lusso, retaggio conformista della vecchia classe sociale. Salvo poi essere arredato con una vecchia poltrona rattoppata costata migliaia di mezzi, i nuovi soldi.
I Popular Blue avevano pensato che chiamare “mezzi” il nuovo denaro avrebbe sottolineato che per loro non era che un volgare strumento da asservire a scopi alti e vagamente sociali come ammorbidire i polsi degli schiavi con del raso.
La grande scoperta del Capo, che aveva trainato tutto il Paese dalla polvere alla schiavitù, era stata quella di capire che affinché l’economia ricominciasse a girare era sufficiente abbattere il costo del lavoro.
Solo che aveva interpretato il concetto in modo molto radical.
Decise, infatti, che i lavoratori avrebbero smesso di ricevere uno stipendio, considerandolo un altro volgare strascico dell’epoca passata.Ridurli in catene fu solo il passo successivo.Fortunatamente ormai i diritti civili erano solo schegge da spazzare di quel tempo vicino e lontano.
Essere spietati è sempre stata una prerogativa della gente di classe: i buoni troppo spesso sono sciatti.Quel pensiero passò per la mente profumata di Cocoine mentre il Capo si complimentava per la scelta del raso.
Sentendo quelle parole l’occhio destro smise finalmente di tremarle.
Gli schiavi, insomma, cominciarono a produrre indefessamente, lavorando in ogni settore e risollevando le sorti del Paese ammaccato, e il fatto che lo facessero gratis accelerò i tempi della resurrezione economica italiana.
I non schiavi, ossia tutti quelli che meritavano di far parte della Casta Chic, ridivennero ricchi in un baleno, disseminando per Milano – e poi per tutta Italia – boutique le cui vetrine mostravano incantevoli abiti usati, piccoli ristoranti vegani frugali e pittoreschi, vecchi cinema che proiettavano soltanto in bianco e nero, centri culturali, graziose enoteche e minuti mercati zeppi di prodotti a chilometri zero e, ovunque,caffè letterari dall’odore francese.
I centri commerciali, i multi sala, i Suv, i reality show, i talent show e persino l’inglese, vennero dichiarati illegali.
Fu allora che i Popular Blue divennero i Blu Popolari.
Molto più chic.
Fu, inoltre, varata una legge che obbligava a muoversi in bicicletta e dichiarava la carne e i salumi fuori legge, tutto in unico testo, per risparmiare carta e salvare, ancora un po’, l’ambiente.
Proibizionismo ecologico e vegetariano.
Il cielo di Milano, grigio e compatto fino al 2017, riscoprì il turchese; la notte mostrò di nuovo la luna grazie alla riduzione delle luci notturne.
La città era così bella da commuovere.
Gli schiavi il prezzo per tutta quella meraviglia, l’osceno volto nascosto di una città esemplare, che adesso l’Europa richiamava a gran voce.
Se vieti una cosa, però, la fai desiderare persino a chi non l’ha mai voluta:il mercato nero del prosciutto crudo divenne la piaga del capoluogo lombardo.
In una raggiante mattinata di Dicembre Cocoine, su ordine del Capo, sprofondò in quel mondo sommerso e delizioso; conoscerne i turpi segreti avrebbe aiutato la Casta a migliorare i cibi vegetariani e a salvare tanti graziosi animali da sfoggiare nel cortile di casa.
Imboccò, trincerata dietro due giganteschi occhiali neri e un adorabile cappotto anni settanta, via Settala, sgusciò liquida in via S. Gregorio ed emerse, trionfante, in Piazza Repubblica, notorio punto caldo dello spaccio del crudo.Mentre si aggirava fra le vie di Milano si accorse con gioia che gli orti delle piccole case in comune che avevano invaso la città si erano moltiplicati: un tempo avere un orto era molto chic, nell’Italia dei Blu Popolari del 2020 era un imperativo morale.
Giunta in Piazza Repubblica si imbatté subito in due loschi individui che si lanciavano occhiate furtive e, poco dopo, notò che uno dei due sbavava leggermente mentre infilava sotto un orrido piumino un pacchetto unto.
Lo vide chiudersi nel bagno di un caffè letterario, elegante ma non troppo. Ne uscì dieci minuti dopo soddisfatto come dopo un orgasmo olimpico. Cocoine doveva parlare con quell’uomo.
Gli si avvicinò fino quasi a toccarlo e gli sussurrò all’orecchio: “Cosa devo fare per averne un po’?
Lui strabuzzò gli occhi rimanendo immobile, poi cercò di riacquistare la calma ricomponendosi nel suo piumino.
Non so di cosa sta parlando, signorina.”
Non tema, non sono una di loro.”
Il tizio la scrutò, passando veloce dal cappotto anni settanta agli occhialoni formato ape, si soffermò sul disordine curato del suo caschetto francese, e, alla fine, corse via alla velocità della luce: Cocoine capì in quel momento che nessuno dei non Blu Popolari le avrebbe mai rivolto la parola.
Per un attimo le venne voglia di piangere come quando era una bambina, si sentì imprigionata in un mondo di zucchero che, per quell’istante, le fece orrore.Un secondo dopo,però, si ricompose e si consolò pensando che gli individui che oggi la evitavano come la peste, domani probabilmente sarebbero stati avvolti dalle catene da lei stessa scelte.
In quel momento si accorse che, dall’alta parte della piazza, un ragazzo grosso con una barba crespa e trascurata, la stava fissando. Le si avvicinò con naturalezza, arrivando fino a pochi centimetri dai suoi occhiali.
Quanto ne vuoi?
Impreparata, non seppe rispondere.
Ho anche del sughero. Niente seitan o alghe al vapore stasera, tesoro.”
Sughero?
Ma non sai proprio niente, bellina. Sei nuova, eh? Un’altra Blu assatanata di carne che si nasconde dietro grossi occhiali scuri. Ma non lo sapete che non vi rendono più belle? E poi, mangia tesoro, sei sottile come una foglia. Comunque, sughero è il nome in codice del salame. Posso darti duecento grammi di nettare e cento di sughero per centocinquanta mezzi. E non dirmi che sono troppi delizia, il tuo cappotto ne costa almeno il triplo.”
Ma se è usato!
Quanto l’hai pagato?
Non significa nulla! Comunque, va bene centocinquanta. Ma prima facciamo due chiacchiere. Ti offro un caffè.”
Ok, però scelgo io il posto. Seguimi.”
Cocoine, ipnotizzata dalla sua voce e dalla sua barba, non se lo fece ripetere.
Percorsero a piedi strade che non ricordava esistere fino a quando si infilarono in un bar, un semplicissimo bar tabacchi con un tavolino brutto e normale all’interno e un negoziante brutto e normale dietro il bancone sepolto dai gratta e vinci.
Era sconvolta, non ne vedeva uno da prima del crollo del diciassette.
Da quando gli Champagne Socialist erano saliti al potere i bar si erano trasformati, per legge, in bistrot, in librerie fuori dal tempo in cui si beveva caffè nero leggendo Stendhal e si vendevano quadri di artisti sconosciuti e terribilmente tormentati.
Le sigarette, poi, da monopolio statale erano diventate monopolio radicale e i tabacchi avevano lasciato il posto ad accoglienti botteghe che fabbricavano bocchini anni venti in cui poggiare le vecchie, care, sigarette.
Fumare era ancora molto chic, nonostante l’avvento delle Leggi Ecologiste.
Eppure, davanti ai suoi grandi occhiali scuri, c’era un vecchio, brutale, bar tabacchi.
Cocoine, sempre più incantata dallo spacciatore di salumi, si sedette e ordinò un caffè al signore brutto e normale: “Americano e in tazza grande, per piacere.”
Quello la guardò come se fosse una vecchia pazza e, cinque minuti dopo, le portò un caffè espresso con una bustina di zucchero sul piattino sbeccato.
Rimase paralizzata vedendo lo zucchero: non prendeva in considerazione di versarne un po’ nel caffè da quando era bambina e bere caffè era una prova di eroismo.
Il caffè si beve nero”, questo dicevano tutti quelli che aveva frequentato fino a quello strano giorno.Il perché, poi, non lo aveva mai capito.
Lo spacciatore la fissava con sarcasmo e commiserazione.
Ma non ti senti uno schifo ad essere una di loro?” le chiese, diretto come un rigore segnato.
Cosa ti fa pensare che lo sia?”, tentò lei abituata a contraddire tutto e tutti.
Tutto.
Touché.
No, non mi sento uno schifo. Perché dovrei?
Perché siete degli schiavisti. Adesso che l’Europa è tornata a ricordarsi di noi, ci appelleremo ai diritti umani violati e sarete tutti processati. In carcere non servono piatti vegani però, tranquilla.”
Non so di cosa stai parlando” rispose Cocoine, come se davvero non ne sapesse nulla.
Negazionismo. È già stato usato in passato, non funziona più bellina.”
Non chiamarmi bellina, è orribile” commentò lei irritata.
Disse la schiavista” rispose lui divertito.
Smettila! Non so di cosa parli. Gli schiavi sono una leggenda dell’Era Nuova, abbiamo semplicemente risollevato il Paese dopo il crollo del diciassette, grazie alla forza della bellezza.
Se oggi Milano è bellissima è solo grazie a noi. L’aria è pulita, la città è funzionale, incantevole, e l’economia invincibile. Siete solo stupefatti, perciò avete inventato la storia della schiavitù.”
Che visino tosto che hai. Ogni milanese che non ha accettato le vostre regole si è visto portare via almeno un familiare. Alcuni di voi hanno anche ammesso l’esistenza della schiavitù: liberi dal problema legale vi siete affrancati anche da quello morale. La schiavitù esiste in questa città, lo sanno tutti, ma quasi nessuno ammette di averla sostenuta. Mi ricorda tanto il passato in un certo senso.”
L’unica cosa certa è che fino a qualche anno fa le strade di questa città erano brutte come un fermo immagine alla fine di un film. Adesso, invece, sono belle come una vecchia pellicola” rispose turbata Cocoine.
Ma ti senti quando parli?! Avete risolto i problemi economici e ambientali dell’Italia al prezzo dei diritti civili. Questa non è una soluzione. E poi Milano era tutt’altro che brutta, era Milano. Così sembra il paese delle fiabe di un film dell’orrore, giusto per continuare la tua patetica metafora cinematografica. Stupefatti? Indignati vorrai dire!” ribatté lo spacciatore con il volto bruciato dalla rabbia.
E tu, ti senti? Sembri un manifesto anni sessanta. Per piacere.”
L’uomo barbuto, esasperato, batté la mano grossa sul tavolino e, così facendo, versò il caffè sull’adorabile cappotto di Cocoine. Lei, inorridita dalla macchia che sfregiava il suo cappotto, balzò in piedi come una molla e lanciò un urlo isterico che per poco non ruppe i vetri sporchi del tabacchi. Lui la fissò impietosito, gettò sul tavolo i salumi avvolti nella stessa carta unta che Cocoine aveva visto quella mattina e se ne andò.
Lei rimase sola seduta a quel tavolo, il cappotto sporco, il volto annerito dal mascara sciolto. Aveva cominciato a piangere.
D’improvviso, si sentì di nuovo una bambina disperata che pur sapendo di avere torto pretende l’affetto del mondo.La sua realtà di zucchero le diede il voltastomaco, Milano le sembrò orribile nonostante il cielo smagliante e le strade libere dal traffico.
Lentamente, prese a mangiare il prosciutto crudo, fino all’ultima, celestiale, fetta.
Quello stesso pomeriggio Cocoine volò a Strasburgo e sottopose alla Corte per i diritti umani le ignobili violazioni di cui la Casta era stata elegante artefice, prima a Milano, poi in tutta Italia.
Ci vollero mesi, ma i Blu Popolari furono processati e incarcerati, le Leggi Blu – come le chiamavano in Europa – abolite e il passato ripristinato.
Crisi economica inclusa.
Cocoine venne graziata poiché aveva permesso che la dittatura chic avesse fine ma soprattutto perché l’Europa si vergognava di aver abbandonato una terra che non sapeva come aiutare.
Il sig. Gatti non fabbricò mai manette di raso rosso.
Qualche mese dopo Cocoine sposò lo spacciatore di salumi dalla barba crespa e al matrimonio il banchetto traboccava di ogni delizia della tradizione, purché contenesse della carne.
La schiavitù venne abolita e, in poco tempo, il cielo di Milano tornò ad essere del grigio slavato per cui tutti i milanesi provavano segretamente nostalgia.

Arianna Giancani

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Arianna Giancani è nata a Palermo il 25.02.1983, ma ha vissuto là soltanto i primi anni della mia vita. Lì è sempre tornata, però, a trovare il resto della  famiglia, gli amici e il mare.
Ha frequentato il liceo classico a Monza, si è laureata in Giurisprudenza, specializzata in diritto penale, e ha superato l’esame di abilitazione nel 2013. Pur continuando a lavorare nel settore legale e nella formazione aziendale, ha cercato di fare della scrittura il baricentro delle sue competenze e della sua vita. Il primo passo in questa direzione l’ha mosso nel maggio del 2015, pubblicando la prima opera in seguito alla vittoria di un concorso letterario (“Il Male Minore” – Edizioni Ensemble, la cui scheda viene oggi pubblicata da i-libri.com). Il secondo romanzo è in corso di pubblicazione.
Arianna ha cominciato a scrivere il giorno in cui ha smesso di guardarsi attraverso gli occhi degli altri e ora non può più farne a meno. Adesso cerca in ogni modo di continuare ad essere una lettrice che scrive.

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