oppure Registrati
Racconti

Le storie di Natale scritte da Silvana Sanna

a cura di Redazione i-LIBRI

Pubblichiamo l’incipit di “Casa gatta”, un racconto tratto dalla raccolta di racconti natalizi “Fiori di ghiaccio” di Silvana Sanna. L’opera è disponibile a questo link:

http://www.amazon.it/Fiori-ghiaccio-storie-Silvana-Sanna-ebook/dp/B00GM4XV3Q/ref=pd_ecc_rvi_2 

La redazione di i-libri.com

_______________________________________________

 Casa gatta (da “Fiori di ghiaccio”)

“Stanotte nevicherà” pensava Sandra guardando il cielo grigio.
Era di quel grigio particolare, né chiaro né scuro, un po’ opalescente, quel grigio speciale che preannuncia quasi sempre la neve. L’aria era fredda, ma non ghiacciata, e il vento, che nella notte aveva ululato incessantemente sbatacchiando i rami del lauroceraso contro le persiane della camera d’angolo, durante la giornata pareva aver esaurito pian piano la sua rabbia, e ora si era quietato del tutto.
– Nevicherà di sicuro stanotte – disse a voce alta.
In tanti anni, ormai, aveva imparato a riconoscere i segni che precedono la neve, la neve che un tempo aveva tanto amato facendosi contagiare dall’euforia dei suoi figli bambini.
– E ne verrà parecchia – aggiunse parlando ancora a voce alta.
Nei lunghi periodi di solitudine aveva preso l’abitudine di parlar forte da sola, e a volte si faceva le domande e si dava le risposte, tutta da sé.
– I ragazzi saranno contenti, speriamo che duri fino a Natale, ma magari da qui a là ne verrà dell’altra.
Diceva questo mentre faceva il giro della casa per chiudere le persiane del pianterreno. Erano appena le quattro del pomeriggio, ma a dicembre viene buio presto e non voleva ritrovarsi a far quel lavoro allo scuro.
Doveva stare attenta a non scivolare sul marciapiede ghiacciato e intanto tenersi ben stretto lo scialle attorno alla testa e alle spalle: l’anno precedente si era presa una brutta bronchite che non passava mai…

Chiuse tutte le persiane, davanti e dietro la casa, poi tornò camminando adagio verso la porta d’ingresso. Era un lavoraccio, quello delle persiane, alla sera e alla mattina. Doveva per forza uscire di fuori, tutte le finestre del pianterreno avevano le inferriate e dall’interno non riusciva a togliere o mettere il fermo.
Quando c’era ancora Gianni era lui che lo faceva e ogni volta diceva:
– Potremmo anche farle levare queste inferriate, tanto se i ladri vogliono entrare, il modo lo trovano lo stesso.
Ma le inferriate erano ancora là. E prima di Gianni per tanti anni l’avevano fatto i ragazzi, rincorrendosi di sera al buio, e ridendo e facendosi bau agli angoli scuri della casa e gridando di spavento e di allegria, e inciampando a volte nelle mattonelle di cemento sollevate dal tempo e dalle radici dei pini, e arrivando in cucina a valanga, ansanti e spesso colle ginocchia sbucciate. Ma Gianni se ne era andato ormai da… Si fermò un attimo a riflettere. Al ventitre di marzo facevano quattordici anni. O erano quindici? Fece mentalmente il conto: erano proprio quindici, quindici anni che lei stava lì da sola, in quella casa grande come un convento, con tutte quelle stanze vuote sopra la testa, con tutto quel silenzio attorno e dentro di lei.

Quando Gianni se ne era andato i ragazzi erano già via tutti e tutti lontani. Ognuno con la sua famiglia, tutti ben sistemati col lavoro, grazie a Dio, erano ragazzi bravi e intelligenti, avevano fatto carriera, poteva essere contenta e orgogliosa dei figli. Ma pareva avessero fatto a gara ad andare il più lontano possibile. Quanti chilometri c’erano da lì a Brindisi, per esempio?
Un’infinità, c’era da traversare tutta l’Italia per lungo… Quanto è lunga l’Italia? Un tempo lo sapeva, chissà quante volte l’aveva chiesto ai suoi scolari all’esame di licenza della quinta elementare. Ma la memoria cominciava a far capricci. Delle volte si ricordava benissimo cose senza importanza, ad esempio il nome dei figli di qualche attrice sentiti alla televisione, e poi non riusciva a rammentarsi come si chiamava la nipote della Ginetta, quella che si era sposata l’anno passato non più tanto giovane, che era stata anche sua alunna e lei l’aveva persino tenuta a cresima. Ma pazienza, gli anni c’erano, a luglio facevano ottantasei (o erano ottantasette?) che cosa poteva pretendere.

Rientrò adagio in casa, chiuse a chiave la porta di ingresso, poi rifece il giro delle stanze per assicurare le persiane dell’interno.

Nero e il gatto erano in cucina accucciati sotto il tavolo. Quel gattaccio dispettoso ne approfittava sempre per infilarsi in casa tra le sue gambe quando rientrava, eppure lo sapeva che lei di notte non ce lo voleva a combinar disastri. Il cane, invece, lo lasciava dormire in cucina, perché così si sentiva più sicura. Non che avesse paura dei ladri, in casa da rubare non c’era proprio niente, ma insomma non si poteva mai sapere.
Riaprì la porta per metter fuori il gatto. Aveva cominciato a nevicare. I primi fiocchi scendevano adagio, come controvoglia, come trattenuti, ma erano larghi, grandi, soffici.
– Ne verrà davvero tanta – disse sentendo in fondo allo stomaco l’antico pizzicore dell’allegria.
– Devo telefonare alla Mariuccia, domattina presto. Dobbiamo cominciare, mancano solo quindici giorni, non sono mica tanti per riuscire a far tutto. C’è da andare al supermercato a far la spesa grossa, c’è da tirar giù le tende del salotto e portarle in tintoria, c’è… – disse ancora elencando le prossime incombenze mentre carezzava la testa del Nero che le stava sempre appresso, e la gioia la riscaldava di dentro e di fuori. Viveva sola ormai da quindici anni, vedeva raramente i suoi figli lungo l’anno, qualche volta durante l’estate venivano a turno, magari di passaggio per altri luoghi, si fermavano qualche giorno e poi via… Ma a Natale! A Natale erano tutti lì, Natale era il suo giorno, era il suo trionfo, Natale era tutto suo, loro erano tutti per lei, in tanti anni non avevano mai mancato all’appuntamento, anche se erano in capo al mondo.
E la casa si riempiva di nuovo di volti sorridenti, era di nuovo viva, piena di voci, piena di luci, di canti, di risate, di passi giovani e impazienti lungo le scale di luserna ormai consumate… e tutto sembrava come prima, meglio di prima, se non fosse stato che all’appello mancava il suo Gianni, perché c’erano, coi figli, le nuore e il genero, e i nipoti, che ogni anno erano più alti, più belli, più monelli… e ultimamente sempre più insofferenti e desiderosi di andar via… Ma pazienza, avevano ragione, la vedevano così poco, una due volte l’anno, che cosa poteva pretendere, a casa avevano i loro interessi, i loro amici. A Natale lei si scatenava, tornava ad essere la Sandra di prima, quella piena di forze e di entusiasmi, piena di voglia di giocare, la Sandra che in fondo non era mai cresciuta del tutto e si emozionava ancora davanti al presepe col Bimbo di terracotta a cantare Tu scendi dalle stelle.
– Domani si comincia, domattina quando viene la Mariuccia, se non c’è troppa neve, andiamo a prendere il muschio sul muro dietro la chiesa, e poi le dico di mandarmi Giuseppe per aiutarmi a portar giù gli scatoloni con le statuine e gli addobbi dell’albero. Sarà meglio che mi faccia portare addirittura il pino dall’Oreste, se no poi rischio di dovermi accontentare di uno piccolo. E già con la mente faceva tutti i preparativi. E metteva ghirlande sugli usci, e festoni di edera e di rami di tasso lungo la ringhiera di ferro delle scale, con le meline verdi e le noci indorate, e stelline di carta stagnola attaccate ai vetri delle finestre, che dopo ci volevano giorni per levarle coll’acqua calda e collo spirito, ma pazienza, e candele sui davanzali, e mazzi di pungitopo nei vasi, bacche rosse e fiori di cardo sui mobili, e legna d’abete profumata nel camino della sala da pranzo, pronto da accendere.
E il presepe ogni anno più bello, colle statuine dipinte a mano che erano ancora quelle dei suoi figli, comprate poco per volta una o due ogni anno, i cammelli per ultimi perché erano cari, e “in fin dei conti se andavano da Gesù che era tanto povero i Magi potevano anche farsela a piedi” (risentiva ancora la vocetta di Marco fare questo sensato ragionamento per consolarsi) e la capretta e il coniglietto bianco accanto alla cullina, ma proprio vicini vicini, a far divertire il Bimbo, “perché il bue e l’asino lo scalderanno anche ma bestie tanto adatte per giocarci non le sono mica”. E pastori e zampognari e le donnine colle galline e i maialini, pecore e pecore col cane lupo che le rincorreva e il laghetto fatto collo specchio con i cignetti e le anatre a nuotarci dentro… E Gianni serio, ma con gli occhi divertiti:
– Ma non vi pare che questo presepio sia un po’ troppo affollato? Era mezzanotte, mica mezzogiorno.
E l’albero così splendente che ogni anno i suoi nipoti restavano a bocca aperta, col puntale rosso e oro ad aspettare nella bambagia che il più piccino, in braccio al suo papà, lo mettesse sulla cima…
E poi, via le fodere ai divani, aria e luce alle camere di sopra, i letti pronti colle lenzuola colorate e le coperte pesanti, il riscaldamento a brandare giorno e notte da una settimana prima, così trovavano la temperatura a cui erano abituati, e torte fatte in casa, e bamboline di pastafrolla e il cappone ripieno di mostarda, l’aveva già ordinato alla Gemma che glielo mettesse via il più grosso, il più bello. E quell’anno… quell’anno anche il vestito nuovo! Erano almeno dodici o tredici anni che non si faceva un vestito nuovo. Era ancora in cucina, glielo aveva portato alla mattina Rosetta la sarta, bene a posto sulla gruccia appesa all’attaccapanni dietro la porta: un vestito bello, di flanella grigia, col colletto di pizzo macramè a darle un po’ di luce al viso. Si sarebbe messa la collana di perle di sua suocera, buonanima, non se la metteva mai e le perle erano diventate un po’ opache e spente. Che cosa avrebbero detto le sue nuore? Da anni la vedevano ricambiata sempre colla solita gonna di pannino nero e la maglia di lana nuaset che non ne poteva più. Che cosa avrebbe detto Dolores, le sarebbe piaciuto?

Ai regali aveva già provveduto. Le piaceva pensarci per tempo, così gli ultimi giorni poteva dedicarli tutti ai preparativi della casa. A ogni telefonata dei figli si informava come per caso, che cosa piacesse a uno, che cosa volesse l’altro, e un pomeriggio dei primi di dicembre si faceva portare giù in città colla macchina dal Giuseppe, il figlio della Mariuccia, e si faceva aiutare a girar per i negozi (lo pagava, e anche bene, mica aveva la pretesa che lui glielo facesse gratis!) e comprava anche rotoli di carta e nastri e bigliettini e poi a casa confezionava i pacchetti con cura, pregustando in anticipo la sorpresa e il divertimento di chi li avrebbe aperti. E non dimenticava mai di farne due speciali, uno per Nero e uno per il gatto, quel gattaccio dispettoso, ma insomma da quando si ricordava, lì nella casa, anche le bestie avevano avuto sempre il loro Natale. Anche questo faceva parte dell’allegria.

Silvana Sanna

Insegnante elementare a riposo con la passione per la scrittura, sposata con tre figli, vive in Piemonte in un piccolo paese di campagna sulle colline del tortonese. Da molti anni collabora con due noti settimanali femminili con racconti e romanzi, ha pubblicato in volume il romanzo “Sul filo dei ricordi” ed è possibile trovare in rete diversi suoi eBook.

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati