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Racconti

Regalo di Natale

a cura di Bruno Elpis

(Racconto vincitore del “premio dei lettori” nel concorso “Scrivere per sport 2010”)

Ogni volta la formazione delle squadre era un piccolo trauma.
L’allenamento terminava immancabilmente con un rito: i due giovani atleti che si erano maggiormente distinti per impegno nel corso dell’allenamento di pallacanestro, prima che questo terminasse, venivano eletti dal coach come capisquadra.
I ragazzi si disponevano in cerchio, seduti sul parquet della palestra e i due capi designati, alternativamente, sceglievano i compagni per le squadre che si sarebbero affrontate nella partitella di allenamento.
Per Roberto era una specie di condanna. Il suo modesto interesse per lo sport, combinato a una scarsa forma fisica, gli impediva sistematicamente di essere nominato caposquadra. Ma egli non ambiva all’eccellenza. Il suo vero problema era rappresentato dalla vergogna che provava vedendo ogni volta il numero dei compagni assottigliarsi, man mano che venivano scelti e si alzavano per raggiungere la squadra alla quale erano destinati.
Il cliché era sempre il medesimo: se i capisquadra non nutrivano il benché minimo dubbio nell’arruolare i più capaci, dimostravano indecisione crescente quando si trattava di nominare i compagni meno atletici.
E, alla fine della cernita, rimanevano sempre e soltanto loro due: Roberto e Federico. I due scarti della squadra. Si guardavano negli occhi con la stessa speranza. Quella di non essere l’ultimo assoluto. E, regolarmente, Federico veniva preferito a Roberto. Tra i risolini degli altri che, anziché provare compassione, talvolta infierivano con la sprezzante e spietata crudeltà che caratterizza i bambini.

Anche quella volta erano rimasti loro due, Roberto e Federico, Federico e Roberto, a fronteggiarsi in un imbarazzante duello che il conto alla rovescia  aveva decretato: chi rimaneva era il più negato per lo sport in una sorta di inesorabile contrappasso a proclamazione unanime. Con il carico di irridente ironia che ne conseguiva.
Roberto aveva provato molte volte a chiederlo ai suoi genitori: che non lo mandassero più agli allenamenti di uno sport per il quale non nutriva interesse alcuno.
Ma la mamma non perdeva occasione per replicare:
«Roby, non se ne parla proprio… Tutti i ragazzi devono praticare uno sport.»
E il papà ratificava:
«Serve alla crescita del fisico e il gioco di squadra è un’importante occasione per socializzare.»
A Roberto sfuggiva il senso di quelle dichiarazioni di principio.
Per lui il basket era soltanto un modo sicuro per sentirsi irrimediabilmente inferiore agli altri.
Ripensava ai suoi vani tentativi di respingere al mittente gli inviti dei genitori, che lo spronavano a impegnarsi maggiormente, a ridimensionare i frizzi degli amici, a intravedere il valore anche morale dello sport che, con le sue regole, era una metafora divertente e costruttiva della vita.
La pallacanestro rimaneva una fonte di costante frustrazione.

«Scelgo Federico.»
Risvegliandosi dalle sue divagazioni con l’ennesima doccia fredda, Roberto prese atto che anche quella volta era l’ultimo classificato.
«Roby il campione è con voi, come sempre», sentenziò un ragazzino con un sorriso sfrontato che si apriva in un mare di lentiggini amaranto. Il rossino era stato scelto tra i primi e quindi non poteva comprendere il dramma di Roberto.
Ne seguì il solito sarcasmo pungente degli altri.
Roby ricacciò indietro le lacrime, ma si sentiva sul punto di scoppiare. Con gli occhi lubrificati e luccicanti, pensò che piangere sarebbe stata una vergogna insostenibile. Non se lo sarebbe mai potuto perdonare. Era il sistema matematico per diventare in via definitiva e irreparabile lo zimbello dei suoi compagni.

Poi successe qualcosa di magico e di inaspettato.
Natale si avvicinava.
Roberto non sapeva che per lui stava per compiersi un miracolo, che avrebbe modificato il corso della sua vita da ultimo della classe.
«Quest’anno la nostra società organizza la festa di Natale al palazzetto. Le formazioni giovanili incontreranno i campioni della squadra di serie A. Stiamo cercando un giovane pianista che chiuda la manifestazione suonando in pubblico.»
I ragazzi non stavano nella pelle. Avrebbero incontrato i loro idoli, i giganti della serie A nazionale!
Roby seguiva la descrizione del programma con il consueto scarso interesse. Di fronte all’euforia dei compagni, mostrava un’indolenza che anestetizzava qualsiasi espressione emotiva.
Federico gli diede una gomitata e urlò:
«Roby è eccezionale con il piano! Sarà lui a suonare alla festa di Natale.»
Gli altri si fecero intorno, sgranando gli occhi.
Possibile che quello smidollato avesse una qualche abilità? Possibile che quelle mani, che ogni volta perdevano la palla, sapevano destreggiarsi in un’arte così raffinata ed esclusiva?
Ci pensò l’allenatore a ridimensionare la scoppiettante euforia dei ragazzi:
«Andateci piano e moderate i facili entusiasmi. Ci sarà un provino tra i candidati e uno solo sarà scelto. Certo, io segnalerò al selezionatore il suo nominativo.»
Roberto soffocò in un gesto impacciato l’ imbarazzo. Quello che provava per timidezza, ogni volta che si sentiva al centro dell’interesse generale.
Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro: quell’impiccione di Federico l’aveva messo in un bel guaio.

Gli eventi successivi lo travolsero.
Ebbe luogo la selezione.
E con il pianoforte Roby era veramente bravo. Sulla tastiera era il campione che avrebbe desiderato essere al momento della formazione delle squadre…
Così il maestro musicista, al quale era stata affidata la scelta, non ebbe la benché minima esitazione: lo sgorbio del basket sarebbe stato il giovane pianista che avrebbe concluso la festa degli auguri natalizi. Che ebbe luogo il mercoledì, la sera dell’antivigilia.
Fuori dal centro sportivo – l’emisfero che pareva un guscio tondeggiante di conchiglia adagiato sul piazzale sgominato – cominciava a nevicare e si respirava un’atmosfera incantata.
Il pianoforte, un luccicante Steinway grande coda, occupava il centro del palazzetto, teatro delle imprese dei giganti che capeggiavano la classifica della serie A.
Ai piedi dello strumento smaltato e laccato di nero spiccavano gli striscioni nei quali i geni del marketing avevano condensato le strategie commerciali degli sponsor.
Dopo un discorso introduttivo dei dirigenti della società sul valore educativo dello sport e sullo spirito di corpo e di affiatamento che deve animare ogni disciplina collettiva, le squadre giovanili sfilarono con le loro uniformi.
La festa si svolse in un clima di grande allegria.
Roberto vi partecipò cercando di dominare un’emozione che lievitava. Guardava con terrore l’orologio. Avrebbe voluto fermare il fluire del tempo, ma inesorabilmente il momento critico dell’esibizione si stava avvicinando.
Poi le luci si spensero e l’occhio di bue si indirizzò al centro della scena.
Roberto si sentiva come il condannato che scende nell’arena, per sfidare i leoni che passeggiano nervosi nell’anfiteatro, mentre il suo ingresso veniva annunciato dagli altoparlanti:
«Tra i nostri atleti abbiamo anche un ottimo piccolo pianista. Signori, vi presento Roberto, che eseguirà per noi il bolero di Chopin. Tutti conoscono quello di Ravel, ma anche Chopin ha composto un bolero… Lo sapevate? Seguirà l’improvviso numero tre di Schubert.»
Con passo incerto Roby trotterellò verso il piano.
In sottofondo il brusio del pubblico si ricompose: la gente si accingeva ad ascoltare con curiosità e a giudicare con inflessibile rigore.
Il ragazzo si fece ancor più piccolo, si sedette e, quasi rannicchiandosi, regolò l’altezza dello sgabello. Aveva le mani congelate dal terrore per la pubblica esibizione. Eppure sentiva che lì, nel buio, era solo, solo con la musica che gli scorreva dentro e con un ineguagliabile strumento d’espressione: uno splendido pianoforte, l’oggetto stregato dei suoi sogni più belli.
Roby chiuse gli occhi e liberò l’agilità delle mani snelle sulla tastiera, respirando profondamente per recuperare energia dalla profondità della sua ispirazione.
Fu un’esecuzione impeccabile, struggente e vibrante di emozione.
Quando riaprì gli occhi, aveva già terminato.
Gli succedeva sempre: suonava e perdeva completamente la dimensione del tempo.
Le luci si riaccesero e il piccolo pianista si ritrovò con la sua abituale confusione in balia degli spalti gremiti.
Vi fu un attimo di interminabile silenzio e la giovane mente dell’interprete non sapeva più cosa pensare, mentre il suo animo si sentiva svuotato dagli impulsi che aveva sprigionato con la musica.
Vi fu uno scoppio violento, più forte del temporale. Ma… non era un tuono. Perché a dicembre, lo sanno tutti, non ci sono i temporali. Cos’era quel fragore di tempesta?
Roby stentava a rendersene conto, ma poi comprese: erano applausi indirizzati verso di lui e grida di entusiasmo. Il pubblico commosso si era alzato tutto in piedi e lo acclamava!
Poi successe un’altra cosa, inaspettata e fantastica. I giganti della serie A gli si fecero intorno, lo accerchiarono, lo abbracciarono e non finivano di battergli il cinque.
Un atleta – due metri di muscoli neri come la pece – lo afferrò saldamente, mentre gli altri cestisti formavano un capannello.
Roberto si vide sbalzato in aria ripetutamente dal Mamba Nero in segno di trionfo e il palazzetto si riempì delle grida della vittoria. Ogni volta, quando ricadeva, trovava le muscolose braccia decorate dai vistosi tatuaggi dei campioni pronte ad accoglierlo. C’erano proprio tutti, i suoi idoli, ad acclamarlo: il Mago, il Gallo,  la Pantera e tutti gli altri.
I coetanei lo stavano vedendo, lì tra gli assi mondiali della pallacanestro e avrebbero fatto carte false per essere al suo posto.
Questa volta Roby non ritenne di doversi trattenere e quelle che caddero a irrigargli il volto non erano le solite lacrime represse di vergogna: erano l’espressione di una gioia incontenibile, che lo consacrava eroe anche di fronte ai suoi compagni.
La squadra dei coetanei lo aspettava fuori dal palazzetto per congratularsi e abbracciarlo, sotto la neve che ormai cadeva abbondante.
Nei giorni successivi, anche nel corso degli allenamenti, qualcosa sarebbe sicuramente cambiato. Probabilmente Roby sarebbe stato ancora l’ultimo a essere scelto. O forse no. Ma una cosa era certa: i suoi compagni l’avrebbero guardato con una consapevolezza nuova e diversa. Quella di chi ha capito che una persona può riservare grandi sorprese, nello sport come in qualunque altra attività. Semplicemente per quello che è.

Bruno Elpis

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