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Racconti

L’impronta, un racconto di Patrizia Rinaldi

a cura di Patrizia Rinaldi

Mi crescono i piedi. Ho l’acromegalia, bel nome.
Dal suono pare un fatto buono. Quando l’ho sentito per la prima volta ho pensato al latifondo. Una specie di latifondo destinato al corpo, come se potessi occupare più spazio nel mondo. Che poi così è. Almeno fisicamente, dico.
Causa prolattinoma, un piccolo tumore benigno quasi al centro della testa,  la testolina ha deciso di produrre eccessiva secrezione di GH. L’ormone, con comando sbagliato, continua a far crescere organi. Tra questi il naso, la mandibola, gli arti. In compenso mi abbassa la vista, sarebbe anche un fatto buono perché non è bello vedere il corpo cambiare dopo i canoni dell’adolescenza.
– Sonnu Andrea? –
– Sonnu io. – Scherzai, spavaldo. Proteggevo l’imbarazzo di chi aspetta una diagnosi.
Il dottore endocrinologo mi spiegò il danno. Dovevo operarmi. Con un uncino di microscopia dal naso sarebbero arrivati all’ipofisi per succhiare il neo di latte. Non mi garantivano completo risanamento perché il tumore si era aggiustato bene. Stava comodo. Abusivamente aveva aperto verande. Si era allargato.
L’operazione è riuscita a metà. Anche la seconda, anche la terza. Il monito dell’imperfezione pare abbia bisogno di cerimonie.
Dopo tregue postoperatorie i piedi hanno ripreso a crescere. Non solo loro, anche il naso, la mandibola, le mani. Eppure sento crescere soprattutto loro. I piedi, dico.
Se mi stendo avverto il cric cric delle ossa. L’alluce si arrampica, le unghie scivolano dalla custodia per arrivare al cielo della stanza. Il calcagno si allarga, si sparge verso i lati. Le falangi armano lunghezza.
In compenso mi si abbassa la libido. L’erezione ha scelto altro oggetto corporeo. Le solite beffe della solita imperfezione.

Perciò me ne sono andato nell’isola. L’unica che volevo abitare.
Quando i miei si sono trasferiti nella capitale, mi hanno comunicato che lo facevano per me. Per il mio futuro, per i miei studi. Meglio non analizzare i latifondi di altri. Sono mite, non ho voglia di smontare malintesi altrui.
Mi bastano i miei. Quelli sì. Li uso come mattoni di fango leggero, li smonto e li rimonto. Là sono abile e sadico. Competente. Dolce.
Il dettato della capitale era che primeggiassi per confortare ruoli secondari di chi se ne era andato per me. L’ho fatto. In tot anni due lauree: scienze biologiche e naturali. In altri tot anni due lauree e quattro specializzazioni. Infine in dispensa marmellata di cultura naturale a gogò.
Fa niente che il capezzolo destro, quello più lontano dal cuore, si fosse messo a produrre un allattamento bizzarro di siero bianco.
Si annunciò mentre parlavo al telefono con la mia amante vecchia. Vecchia non di durata, ma di età sua. La stavo rassicurando, il corpo che mi offriva era ancora seducente, le stavo dicendo sei bella. Così, semplicemente.
Le stavo raccontando dei suoi fianchi, quando ho sentito il liquido sulla camicia. Ho aperto la camicia e ho ispezionato il capezzolo. Il liquido usciva anche a una pressione minima.
Non sono andato dal medico, ho aspettato anni e la durata di altre amanti vecchie. Anche il prolattinoma si è accomodato in dispensa, è cresciuto. Si vede che gli piace la marmellata.
Con le amanti vecchie mi ostinavo in questa ricerca da benefattore, che poi aveva il vantaggio di farmi sentire in qualche modo migliore. Seppure per un caso anagrafico.
La dedizione alle donne in là con gli anni tornava accresciuta al destinatario, come per una disfunzione ormonal cardiaca. Ho confezionato per loro ultimi amori, li ho allattati. Allattati, già.
Questa pazienza da madre ha sbagliato corpo o se n’è confezionato uno appropriato. Meglio non indagare.

Dopo le operazioni e l’epifania del disinteresse amoroso (causa GH e dolori del corpo), ho considerato sempre più spesso che l’isola dei pensieri miei non poteva essere un caso. Ci andavo da piccolo, prima del trasferimento alla capitale. Lasciavamo la costa su una barca piccola e andavamo. I miei non volevano che portassi le scarpe. L’isola era mare, non aveva per loro interesse di interno.
Piatta, liscia, scogli aguzzi solo intorno intorno. Un lago. Un faro. Per me bambino l’isola era l’orma di un piede gigante. Non poteva essere un caso.

Non è stato facile farmi mandare all’isola.
Il faro era diventato automatico, sull’isola era stato interdetto insediamento umano.
Intanto i piedi continuavano a crescere. Per dato banale la conferma dell’accrescimento mi era data dalle scarpe. Quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto e così via.
Cominciavo a sudare la sera prima della visita al negozio di scarpe, ormai settimanale. Conoscevano il mio disagio e non lo utilizzavano a fini di lucro. Almeno così credevo.
Mi decisi quando mi dissero che non avevano più scarpe per me. Dovevano farle fare su misura. Poteva aiutarmi un’azienda americana.
– Sa, là ci sono clienti con piedi grandi. –
– Per forza, c’è più spazio. –
Dissi. E intanto pensavo che chissà, se me ne fossi andato sull’isola a forma di orma, forse il piede avrebbe ubbidito al confine; non sarebbe cresciuto oltre i bordi degli scogli.

Presentai all’ente ambientalista che aveva colonizzato l’isola un piano di studio sulla fauna dell’orma. Parlai a lungo dei gamberetti e dei pesci anfibi del lago piccolo. Raccontai dei granchi de luna che hanno dei gusci tanto molli da sfaldarsi anche per alcune raffiche di vento.
Inventai, sostenni la menzogna con fermezza. Riferii che la composizione dell’opistosoma, dell’addome dei granchi, andava studiato perché tale fragilità è un’eccezione in natura. Il responsabile dei colloqui era ignorante e fece segno di sì con la testa.
Si convinse quando gli promisi assenza di pagamento. Mi sarebbe bastato un rifornimento a settimana, mi sarei adattato a vivere nel faro ormai automatico. La ricerca sarebbe stata un mio onere e non avrei mai e poi mai richiesto compenso.
Per eccesso di poesia gli raccontai pure che dalla costa la luce del faro si confonde ogni tanto con il sole che sfoca al tramonto. Con un gioco di prospettiva la lanterna è promossa ogni tanto sole. Il sole della solitudine, aggiunsi.
L’addetto giustamente rise e mi offese con allusioni masturbatorie che avevo meritato.

Ora vivo qua.
Non posso tornare indietro. Per accompagnarmi sulla costa ci vorrebbe almeno una nave mercantile, ma l’approdo non è consentito dal fondale basso.
La solitudine poetica è restata un’intenzione fallita.
Pare che sia diventato il simbolo della possibile estinzione. Mi studiano con relazione ai dinosauri. Ho comparazione di preistoria.
Studiosi vengono da tutto il mondo. Alcuni mi torturano per riportare la scala di soglia del dolore. Alcuni sperimentano farmaci. Alcuni mi fanno domande e domande e domande. Sono diventato la bugia che volevo studiare. Capita. Sono diventato il granchio di altri.
Alcuni non lo fanno, si vede che hanno paura. Ma io sono mite, mi piego, mi sono sempre piegato. Non concedo risposte di ira, deve essere lo schiacciamento ormonale o che ne so.
I ricordi si sono confusi. Anche le amanti del mio passato sono diventate presenza gigante. Hanno formato un unico corpo con caratteristiche di tutte. La memoria mi consola e mi danna, mentre i piedi continuano a crescere.
Tra poco potrò stare in equilibrio su un solo piede, lo spazio è finito. Stanno costruendo a fianco all’isola una base di studio su palafitte. O io o loro, nell’isola. Non c’è più posto.

Mi hanno detto che morirò a breve.
Ormai da un mese sono cieco e le braccia si sono allungate fino al mare aperto.
Il pensiero dei giorni che stanno per finire mi dà sollievo. Intanto gli scienziati si accaniscono sui residui brandelli di vita.
Ogni tanto rido. Non si potrà dire che la solitudine di una vita è scivolata via con l’ultimo respiro.
La mia, tenue dolce impastata maleodorante, lascia un’impronta a forma di isola.

Patrizia Rinaldi

(Questo racconto è stato pubblicato nel catalogo Island, New Art from Ireland, a cura della Galleria civica di Modena)

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Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale con Francesco Silvestri. Ha partecipato a progetti didattici diretti da Maria Franco presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida, cura incontri di lettura e scrittura per ragazzi.

Vincitrice dell’edizione 2015 del Premio Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo (http://www.edizionieo.it/news/733/patrizia-rinaldi-vince-il-premio-alghero-donna-di-letteratura-e-), tra le sue opere segnaliamo quelle che abbiamo commentato proprio da queste pagine web:
Blanca http://www.i-libri.com/fatti-e-libri/femmicidio-blanca-rinaldi/
Tre numero imperfetto http://www.brunoelpis.it/recensioni/441-tre-numero-imperfetto-di-patrizia-rinaldi-malgradopoi
Rosso caldo http://www.i-libri.com/libri/rosso-caldo/
Ma già prima di giugno http://www.i-libri.com/libri/ma-gia-prima-di-giugno-con-la-partecipazione-dellautrice/

Tra le sue opere per la gioventù: “Piano Forte”, storia di musica e di convivenze forzate,”Mare giallo”, un atipico poliziesco per ragazzi,  “Federico il pazzo”, opera finalista al premio Andersen 2015 nella categoria “miglior libro 9 /12 anni”, “Adesso scappa” e, da ultimo,”Il giardino di Lontan Town”, Lapis Edizioni.

Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen come miglior scrittrice (http://www.i-libri.com/news/premio-andersen-2016-patrizia-rinaldi-miglior-scrittrice ).

http://www.andersen.it/scrittore2016

La redazione

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