Racconti

Non chiamarmi col mio nome

Purdy James

Descrizione: James Purdy e la sua scrittura rimangono un rebus oggi come ieri. Amato da autori che non potrebbero essere più diversi - tra gli altri Jonathan Franzen, Gore Vidal e David Means che firma l'introduzione a questo libro -, non ha mai incontrato il favore del grande pubblico né lo ha mai ricercato. Forse proprio perché non l'abbiamo capito meriterebbe ancora un'altra chance per confonderci e sviarci, per mostrarci come la letteratura possa ancora essere un oggetto misterioso che prescinde da regole di scrittura fissate come fossero le tavole del tempio. La prosa di Purdy potrebbe suonare anacronistica, con le sue didascalie, il suo marchiano "tell don't show", questi personaggi che fulminano a bruciapelo gli interlocutori con domande sul senso delle cose, stridenti nella loro chiarezza e crudeli nel loro essere stralunate. I neon di un cinema notturno piuttosto equivoco squillano "uomini uomini uomini", e nella sala buia qualche marchettaro è intento a conoscere col tatto corpi e fremiti propri e altrui. Così come gli Holden efebici che perlustrano gli anfratti più bui di un parco sordido varcano quel territorio di confine che è l'omosessualità, allo stesso modo la lingua di Purdy sta e si misura fra ciò che dice e ciò che esclude dall'esser detto, ciò che rimane fuori ma soprattutto sotto l'abito di parole confezionato da questo formalissimo sarto letterario. Sotto una spessa patina di urbanità e manierismi, pulsa una voragine di desiderio e gli interpreti azzimati e ossequiosi di queste turpitudini mai esibite, ma solo ruminate e vissute, hanno un'onomastica e una "quirkin"...

Categoria: Racconti

Editore: Racconti

Collana:

Anno: 2018

ISBN: 9788899767129

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Non chiamarmi col mio nome di James Purdy è una raccolta di racconti ove protagonista è il disagio, come peraltro annotato nella prefazione di David Means (“In un universo curiosamente formale, dove la sgradevole meccanica, la fisicità del desiderio sono sommerse dal decoro”). Un disagio che assume diverse forme e sfida diversi ruoli.

Quello del capofamiglia in Marito e moglie (“Solo ora mi rendo conto di quanto ci sia di sbagliato in me”), ove un uomo -licenziato per un atteggiamento equivoco – cerca invano conferme nella moglie (“Sei soddisfatta con me?”) nell’incapacità reciproca di affrontare il tema a viso aperto.

Quello della moglie in Non chiamarmi col mio nome, ove Lois Klein (“Le piaceva tutto di suo marito tranne il nome”) esprime anche nella colluttazione fisica il proprio rifiuto respingendo il cognome del marito.

In Taglio moderno la madre non accetta – in un particolare fisico (“Mrs Zeller era contraria alla barba del figlio”) – il distacco  del figlio (“Era tornato a casa come un estraneo che li disprezzava, mostrandosi a entrambi completamente nudo. Tutti e tre agognavano la separazione e la liberazione”).

In Una donna buona Mamie  riconduce il disagio alla sua provenienza cittadina dinnanzi alla provinciale Maud (“Maud… non hai bisogno delle cose di cui ho bisogno io. Io voglio qualcosa, e tu no”).

In Color del buio un padre abbandonato (“Pensava alla moglie… non riusciva più a ricordarsi che aspetto avesse… era scappata tanto tempo fa…”) vorrebbe tenere indenne dal disagio il figlio Baxter, senza riuscirci (“Non puoi andare a dormire con quello che hai in bocca” ndr: l’anello matrimoniale).

Situazione simmetrica in Giorno e notte: in questo racconto è il padre a essere lontano e il nucleo familiare composto dalla mamma Cleo, dal nonno-suocero e dal nipote deve trovare un nuovo equilibrio tra le insidie dell’incesto (“Hai picchiato nonno! Mamma, hai picchiato il nonno!”).

Ne Il suono delle parole l’equilibrio tra due coniugi (“Al mattino Mrs Farebrother metteva il marito – Vergil – sulla sedia a rotelle e gli parlava…”) è messo a dura prova dalla volontà di acquistare un corvo, che declama soltanto “George è morto”.

Ogni cosa sotto il sole ha per protagonisti due efebi (“I due ragazzi, Jesse e Cade...”) che vivono un dissidio (“Ma se rimango devi lasciarmi in pace, disse Cade”) causato da nuove abitudini (“Non voglio vivere con nessun fanatico religioso”). La soluzione è una sola: “E non c’è ragione che smettiamo di bere e di fare tutto il resto di notte”. 

In Tempo di sera va in scena il doppio dramma di due madri: quello del distacco fisico per Mahala (“Il mio Teeboy se n’è andato”), quello della perdita definitiva per Plumy. Quale sarà il peggiore (“Era così difficile custodire la memoria di un figlio che era andato via per non tornare mai più”)?

In Buonanotte, tesoro un’attempata insegnante patisce la vendetta di un ex studente (“Peral Miranda uscì completamente nuda dall’aula…”) e si rifugia da un ex allievo ( “Miss Miranda… lei stasera è stata violentata, vero?”).

Tornano gli efebi in Bis: una madre (“Anche Gibbs ha qualcosa che non va”) s’interroga sulla frequentazione del figlio che posa per Spyro (“Spyro deve pur dipingere qualcuno”), e il sottaciuto (“Forse dovremmo parlarne, mamma”) a volte esonda (“Gibbs. Anche lui aveva voglia di piangere, ma c’era qualcosa di troppo roccioso, troppo amaro e immobile dentro di lui, perché le lacrime potessero staccarsi”).

Chiude la raccolta 63: Palazzo del sogno, un racconto lungo nel quale sogno e realtà s’intrecciano in modo ambiguo…

Bruno Elpis

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