Giallo - thriller - noir

Novelle col morto

Conventi Gaia

Descrizione: Ci sono molti modi d'intendere il giallo, genere che ormai ha mille sfaccettature e sa accontentare anche i palati più raffinati. Per Gaia Conventi il giallo ha soprattutto una vena comica, perché di tutto si può ridere, persino in mezzo alla tormenta che costringe un oste, un carabiniere e un curiale a indagare sulla morte di una mummia estense. E non stupitevi di scovare mummie ad Arginario Po, ridente paesino a pochi chilometri da Ferrara, non stupitevi nemmeno di non trovare la località su Google Maps. In "Quarti di vino e mezze verità" l'autrice - ridendo - vi svelerà una strana e cupa storia estense. Arginario Po torna anche nella seconda novella: in "La locanda del Giallo" il morto arriva quando serve e fa più comodo. A parecchia gente. Sarà quindi il caso di far svolgere le indagini alla combriccola di giallisti invitata alla kermesse. Ottima occasione per mettere all'opera gli esperti del settore e per farsi quattro risate ai danni dell'editoria.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Betelgeuse

Collana:

Anno: 2014

ISBN: 9788863490381

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Novelle col morto” rappresenta il ritorno in libreria di Gaia Conventi, la scrittrice ferrarese che ci ha tanto divertito ai tempi del “Giallo di zucca”, che ancora aleggia nella nuova opera (“Provateci voi a dire che dalle vostre parti siete famosi per le zucche che crescono e per le teste che cascano!”).
Questo ritorno “alle stampe” consiste poi nella pubblicazione di due racconti lunghi, entrambi con nome (il titolo) e cognome (il sottotitolo) – “Quarti di vino e mezze verità (La mummia che sapeva troppo)” il primo, “La locanda del Giallo (Delitti e bisticci festivalieri)” il secondo -, ambedue dotati di indirizzo: una citazione di Dino Risi per il primo, di Ennio Flaiano per il secondo. Indirizzo che non svelerò…
La mia passione per l’ironia garbatamente graffiante e delicatamente irriverente di Gaia Conventi – che nell’umorismo esprime gusto per la cultura e amore per la terra d’origine – m’induce a proporre un commento distinto per ciascuna delle due storie.

Quarti di vino e mezze verità (La mummia che sapeva troppo)”

Avete mai giocato a carte con il morto?
Generalmente è una pratica utilizzata da una compagnia che – ridotta alla canna del gas – non raggiunge neppure il numero minimo necessario per imbastire una briscola o una scopa. Le carte che spetterebbero al biscazziere mancante vengono concentrate in un punto del tavolo e scoperte di volta in volta quando nel gioco giunge il turno del “morto”. Ovviamente, l’alea la fa da padrona: i meccanismi razionali  (lo scopone potrà ancora chiamarsi scientifico?) vengono sovvertiti dalla casualità delle giocate del cosiddetto morto e questo semina scompiglio bieco e divertimento randomico (ovviamente per quanto possa essere divertente il gioco delle carte)…
Mi è piaciuto pertanto accompagnare la lettura della prima storia proposta da Betelgeuse Editore con questa immagine nella testa. Perché “Quarti di vino e mezze verità” è macabramente ludico, sinistramente imprevedibile…

Il tavolo da gioco è Arginario Po, immaginario paese incuneato in un’ansa del Po. Lì sorge una costruzione gotica tipo “casa Usher” e ibrida (mezza chiesa con cripta, mezza osteria): “Nella bruma della campagna ferrarese, al limitare di Arginario Po, la strada Ghiaiona conduce alla diroccata Pieve della Buona Morte.”
Il gioco affonda la sua tradizione in una dinastia di antico lignaggio (“I Tolomei erano nativi di Assisi, ma per qualche strano  motivo l’appellativo di assisini è stato storpiato in assassini”).
Su tutto incombe la minaccia – come spesso accade in Italia – di un abuso edilizio (la costruzione di un ostello in luogo delle stalle), propiziato dall’amministrazione comunale  nepotisticamente impersonata dalla figlia del sindaco, la “giometra Manservigi” (“La Pieve sarebbe diventata la Gardaland degli spiritisti”).

Ma adesso è giunto il momento di presentare i biscazzieri.
Innanzitutto OreSTE l’OSTE (quasi una metonimia!), pavidamente rude, moderatamente miscredente, facilmente impressionato dalle cadaveriche presenze che giacciono sepolte nella cripta confinante con l’osteria. La strategia di gioco di Oreste è la seguente: “Quando le mummie si saranno levate di torno, finalmente ad Arginario Po tornerà la quiete e, con essa, gli avventori locali alla sua osteria.”
Oreste gioca in coppia con un prete, don Erasmo Napolini (“Don Sciolina”), inviato dalla curia a salvaguardia della cripta e delle salme dei confratelli (“Bisogna sbrigarsi a portare via i confratelli, prima che sindaco e assessori ne vogliano fare un circo”).
L’avversario (che gioca con il morto) è il maresciallo Greganti (per la verità è più alleato che avversario, ma la partita richiede una contrapposizione…).

Le carte sono loro: “Le mummie della Confraternita, custodite nella cripta”, “alcuni imparentati con grossi calibri, vanno dagli Este ai Gonzaga, dai Farnese ai Savoia”.

“E il morto?”, vi starete chiedendo voi…
Il morto è forse “Leonetto, quarto figlio illegittimo di Niccolò III e di Stella de’ Tolomei”, guerrafondaio che incanalò il suo istinto bellicoso in un’arte estrema (“Come ai signori ferraresi fosse saltato in mente di delegare a Leonetto il delicato compito d’istruire i boia, rimane un mistero”). Il suo spirito si aggira errabondo per la Pieve (“Che lì ci fosse il fantasma del boia era fuori dubbio, ma che fosse uscito dalla stalla con un’ascia in mano era proprio una frottola”).
Ma il morto – a dirla tutta – è anche la tredicesima mummia, più recente della altre (“Questa è messa meglio delle altre, sembra quasi nuova!”)… Come ha fatto a entrare nella cripta sigillata dalla Curia nel 1947 (“Sarà uno sbaglio vostro, ve ne sarà scappata una nel ‘47”), dopo che è stata utilizzata come rifugio anti-bombardamento ai tempi della guerra?

La mia presentazione ovviamente finisce qui. Di un giallo non si può svelare troppo. Però, prima di chiudere, devo aggiungere ancora un paio di considerazioni.

Primo: Gaia Conventi conosce l’arte dell’intrattenimento, perché – scrivendo – lei stessa si diverte. E si cimenta in un genere tutto suo: il giallo demistificato dall’umorismo, che nella fattispecie ha per oggetto un “delitto nella stanza chiusa”. E lo fa dipingendo l’atmosfera della cripta (“Camminando tra le due schiere di mummie, sei in una parete e sei nell’altra”), disseppellendo mummie (“Il nonno lo diceva che erano magre e brutte, come la nonna, aggiungeva quando aveva litigato con la consorte”), creando il duo oste-prete (“Quelle che per lui sono bambole malmesse, per don Napolini sono resti sacri…”) che richiama anche geograficamente la coppia Peppone-Don Camillo (“Le posso dare delle candele se la fede non è sufficiente a illuminare il suo cammino”), affrescando la pianura padana innevata (“A breve il Borghetto sarà tinto di bianco”).

Seconda considerazione: questa novella la dovete leggere! Perché “è roba grossa… qui finiamo tutti in televisione con Bruno Vespa”. E soprattutto per scoprire di chi è il fantasma, se “Leonetto è sepolto a Ferrara al Corpus Domini, accanto a Lucrezia Borgia” e se “la cripta è chiusa da decenni e l’unica chiave è in possesso della Curia”…

Bruno Elpis

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LEGGI COMMENTI ( 2 commenti )

Il vestito del morto – i-LIBRI

[…] Conventi è l’autrice delle due “Novelle col morto” ( http://www.i-libri.com/libri/novelle-col-morto/ ) da noi commentate in sua presenza: […]

La recensione interattiva. “Novelle col morto” di Gaia Conventi – i-LIBRI

[…] “Novelle con il morto” sono due, ma nella prima (“Quarti di vino e mezze verità (La mummia che sapeva troppo)” di morti ce ne sono addirittura dodici, anzi tredici (un po’ […]

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