Poesia

Panni al vento

Iannotta Alessandra

Descrizione: Come i panni al vento, le parole e i versi danzano tra le raffiche della poesia. La vita piena, la passione, l'emozione di essere nel mondo permeano la silloge, le cui poesie partono spesso dalle piccole cose del mondo, da sentimenti semplici ma inebrianti e nutrienti. Anche le cadute nella cupezza e nella malinconia trovano subito un riscatto nel senso di grandezza di quello che significa esistere come essere umano in connessione con tutti gli altri, in un continuo immergersi in se stessi per riscoprire le profondità del proprio Io e poi uscirne arricchiti e completi.

Categoria: Poesia

Editore: L'Erudita

Collana:

Anno: 2020

ISBN: 9788867706488

Recensito da Luigi Bianco

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Panni al vento di Alessandro Iannotta (L’Erudita, 2020)

Aprire, sfogliare, leggere una raccolta poetica significa anzitutto immergersi in un linguaggio poetico. Intendiamo: un linguaggio che si nutre di ciò che gli è esterno e insieme lo innalza a un valore altro e immateriale.

Ma non è solo affare linguistico.

La poesia è poesia per il suo particolare e privilegiato rapporto con la realtà, rapporto che si fonda su una verità declinata in senso epistemico più che epistemologico: verità esperenziale, dell’incontro/scontro dell’io lirico con un’alterità che non sfugge ma resta e resiste, sfingea. La poesia è il suono della frizione fra queste due entità, l’esplorazione dello spazio assai sottile fra il sé e la realtà corporale, fisica, visibile. Un noto autore contemporaneo dice (in un’intervista) che solo la scrittura saggistica può provare a cambiare il mondo, e questo perché è assertiva; non può la letteratura, in quanto perdersi in considerazioni letterarie, propriamente, «non serve a niente». Ed è vero: delle considerazioni letterarie o, stricto sensu, della poesia l’uomo contemporaneo non se ne fa niente, e ciò è particolarmente significativo in un’èra in cui l’evoluzione dell’homo sapiens è segnata da una smania funzionalista, da una ricerca inarrestabile di fini e traguardi – che poi siano eminentemente economici o, con un termine che ha ormai il sapore di beffa, capitalistici è un dato che possiamo, per il momento, lasciare ai margini. La ricerca di un fine è messo in cortocircuito all’interno del linguaggio poetico. Saltano le “naturali” relazioni fra le cose e il mondo circostante, fra l’individuo – nella società usato come funzione – e altri individui o oggetti o istituzioni (ossia insiemi normativamente regolati).

La poesia non è la sola a permettere questa sospensione scandalosa – si pensi come per noi, figli illegittimi e disagiati del vituperato Novecento, non sia difficile individuare, ad esempio, un altro di questi momenti nell’elemento erotico –, è altresì possibile indicarla come l’unica ad agire con radicalità attraverso, o meglio dentro, la parola. La parola è fondante la poesia più degli oggetti, persino più dell’io poetante. Nella parola tutto ha la possibilità di frangersi nella ricerca di un significato altro, storto e distorto, lente-filtro attraverso cui vedere non veduti il mondo circostante. Nella parola poetica, allora, gli oggetti assumono altre forme; c’è un percorso circolare, dall’io all’oggetto e viceversa, perpetuo nòstos verso ciò che ci è familiare e insieme sconosciuto.

Panni al vento di Alessandro Iannotta (L’Erudita, 2020), già dal titolo della poesia eponima, si inserisce al centro di un movimento che oscilla a velocità vertiginosa fra soggetto e oggetto, fra realtà interiore ed esteriore fuse insieme e, verrebbe da pensare, colate sulla carta. Il movimento, che non è difficile scorgere in quanto moto d’animo che assume le forme diverse dell’attesa, del desiderio, della nostalgia, è quasi esclusivo appannaggio degli oggetti, non ridotti alla funzione primaria ma coacervo di sememi anch’essi mobili e non paghi, pur non acquisendo mai tinte oscure; oggetti che sono riconosciuti e riconoscibili, propriamente le cose – panni, fogli, cellulari, sandali, jeans, etc. – che formano la scenografia quotidiana:

Vento,
tu che accarezzi il mondo,
perché i panni che baci danzano vicini?

Perché al tuo tocco giocano,
si rincorrono, volano via,
solo per poco,
per poi tornare ad abbracciarsi ancora?

[…] (p. 11)

*

[…]

Nuvole bianche accarezzate dal vento
si muovono lente
sanno dove andare.

[…] (p. 70)

*

Sento le reti umide raccontare di pesche battute dal vento.
L’odore del sale imbrigliato nella sabbia di spazi lontani.
La pietra bianca ha saputo inchinarsi alla mano di grandi Maestri, fa volare il respiro tra i suoi
ricami sospesi.

Luce e leggerezza
nuvole che baciano il mare.

[…] (p. 101)

Una specie di ansia di catturare un moto sfuggente lascia, in alcune liriche, lo spazio all’osservazione rassegnata e incantata, alla fissità dell’io evocante la parola-simbolo, che si traduce, poeticamente, nel gusto dell’accumulo dei sostantivi e aggettivi e una riduzione dei verbi, per lo più espressi in forma di participio aggettivale:

Sa di panni stesi,
di fumo, di braci,
di ossigeno,

di fiori nei vasi stanchi
su finestre
vive.

[…] (p. 100)

*

Fogli bianchi
poesie
parole trasformate in musica.

Tele che non conoscono colore
pitture
dipinti che parlano in silenzio.

Viole, violini, tromboni muti.
musiche
note che regalano ali dorate.

[…] (p. 14)

Il linguaggio usato da Iannotta è coerente; è assente il preziosismo linguistico, l’arte versificatoria si comprime e si dilata passando da versi brevissimi (bisillabi o trisillabi) a versi lunghi e prosastici, per lo più usati senza punteggiatura quasi ad essere declamati con una velocità che disturba la naturale narratività («Ho lasciato indietro i pensieri li ho raccolti sulla strada del rientro erano più stretti e più leggeri./ Ho portato con me il riposo ha domandato al dovere la strada di casa.» (p. 58)). La lingua è piana e diretta; manca la resistenza ermetizzante; i significati restano evocati dai nomi, gli oggetti sono costantemente risemantizzati: nuda nomina tenemus, sembrano suggerirci i testi poetici di Iannotta.

Molte le liriche in cui l’io poetante si mostra, spesso fisso in una condizione di attesa o desiderio, che si manifesta nell’osservazione esterna o nel ricordo o nella esplicitazione di una volontà («Voglio correre con il mio sogno/ abbracciarlo stretto a me» (p. 15); «Non voglio capire./ Voglio comprendere.» (p. 41); «Anch’io come te/ in una gabbia di maglie nere e plastiche taglienti./ Simbiosi di antiche radici.» (p. 91)); ma certo è necessario rilevare ancora una volta la preferenza accordata alla rappresentazione degli oggetti. Si è parlato, fin qui, di simboli; ma quale ne è il significato? Ebbene, una risposta ci viene dall’uso preponderante dell’ipallage: i vasi sono «stanchi», le pietre «vive» e «amiche», i rampicati «vogliosi», i panni «danzano vicini», un prato è «ferito» e «guarda con occhi grandi». Ecco allora che gli oggetti si schiudono al poeta, o meglio, al soggetto senziente; la fusione è completa, l’io è gli oggetti e viceversa, in una relazione di scambio che feconda e significa in entrambe le direzioni. Gli oggetti appartengono alla sfera sensitiva del poeta, estroflessioni in grado di dilatare non la sua capacità di azione, ma la sua capacità di sentire e sentirsi, di evocare e di essere evocati. Ciò che nella nostra quotidianità è estensione del dominio sulla natura, è presentato come simbolo di un irrecuperabile immobilismo («Piccoli schermi magici/ basta poco per essere ovunque./ […] Fermi in silenzio parliamo con il mondo./ Poi si apre una porta è l’ora di andare./ Ma chi va…?» (p. 75)) mentre la rappresentazione o evocazione dei contorni (trucchi, collane, pietre, gocce, nuvole, specchi, etc.) è preponderante, quasi a rompere la fissità di un io tramortito dalla sua spiccata sensibilità per riportarlo al centro di un universo di segni da non lasciar sfuggire.

Iannotta si apre verso il lettore con suoni e immagini di speranza, di vita che ha il desiderio di essere vissuta nel presente quanto, soprattutto, nel passato, cioè nel ricordo. L’uomo è un panno che non è solo, asciuga nel tempo. Nel mezzo c’è la danza, i colori, i baci e le carezze, gli abbracci; un vento che continua a spirare senza rispondere, fra teli che «si stringono al tuo tocco, forti, forti insieme» (p. 11).

Luigi Bianco

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Gioved’ 29/7, alle ore 21, presentazione della silloge Panni al vento a Sabaudia – visualizza qui l’evento

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