Classici

PEDRO PARAMO

Rulfo Juan

Descrizione: Pedro Páramo è un'opera al meno. È il lavoro della sottrazione continua.Una narrazione senza le astuzie del romanzo.Un brano di Storia senza date e senza eroi.Un tempo immobile.Una metafisica senza mondo. E anche per questo sta, come un sentiero di crinale, alla svolta della narrativa ispanoamericana del Novecento.

Categoria: Classici

Editore: Einaudi

Collana: L'Arcipelago Einaudi

Anno: 2004

ISBN: 9788806171841

Recensito da Lucilla Parisi

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Vedo cose e gente dove forse voi non vedete nulla“, Pedro Paramo e la leggenda di Juan Rulfo.

Lo scrittore, sceneggiatore e fotografo messicano Juan Rulfo (Jalisco 1918 – Città del Messico 1986) è stato – come definito da molti – uno scrittore della realtà: basta leggere il suo unico romanzo Pedro Paramo e la raccolta di racconti La pianura in fiamme per rendersene conto.

Ma la realtà non basta a Juan Rulfo. La morte, il sogno e l’altrove sono elementi fondamentali del suo narrare. La povera gente che abita le sue pagine si scontra non solo con le dure regole del vivere, ma anche con l’oscuro incedere della morte che giunge, necessaria ed inesorabile, come  la pioggia e il vento. Il destino comune che travolge i suoi personaggi si porta dietro il caldo che toglie le parole e che crepa la terra (come nel racconto Ci hanno dato la terra) e la pioggia, violenta e fredda, che brucia l’orzo giallo appena falciato e messo a seccare (come in E’ che siamo tanto poveri).

Quel destino ha travolto anche gli abitanti di Comala, il paese che “sta sulle braci della terra, proprio nella bocca dell’inferno” come racconta lo sconosciuto mulattiere a Juan Preciado, “Le dico che molti di quelli che muoiono lì, se vanno all’inferno tornano a riprendersi la loro coperta“. Ma il ricordo di Comala che Juan porta con sé è ancora quello, colmo di nostalgia e sospiri, che gli ha lasciato sua madre. Sul letto di morte, la donna gli aveva chiesto di cercare, proprio in quel luogo,  Pedro Paramo, suo padre: “Non chiedergli nulla. Pretendi solo ciò che è nostro. Ciò che era obbligato a darmi e che non mi diede mai…Figlio mio, fagli pagare caro l’oblio in cui ci ha lasciati“.

Ciò che Juan troverà a Comala non è il padre, morto molti anni prima, ma un paese muto dove gli abitanti compaiono e scompaiono come ricordi impressi nella terra e nei muri, malconci, delle case. Lì non ci sono bambini che giocano per le strade, né colombe o né tetti azzurri, ma il silenzio rotto solo dalle voci ed i rumori, rimasti pesanti, nella testa di Juan. “Mi rammentai quello che mi aveva detto mia madre: – Là mi udrai meglio. Sarò più vicina a te. Troverai più vicina la voce dei miei ricordi che quella della mia morte, se  mai la morte ha avuto una voce“.

Juan apprenderà la storia del paese, del padre Pedro, “un rancore vivente“, e dell’unico figlio riconosciuto di quest’ultimo, Miguel Paramo, dalle parole dei suoi abitanti, come Eduviges Dyada e Damiana Cisneros, avvolto da un’atmosfera irreale, sospesa tra un presente di echi lontani ed un passato abitato dalla vita e dalla morte.

Questo paese è pieno di echi. Io non mi spavento più. Sento l’ululare dei cani e lascio che ululino. E nelle giornate d’aria si vede il vento che trascina foglie d’alberi, mentre qui, come vedi, non ci sono alberi.[…] E il peggio di tutto è quando senti chiacchierare la gente, come se le voci uscissero da qualche fenditura, e, senza dubbio, così chiare che le riconosci. […] Così non ti devi spaventare se senti echi più recenti, Juan Preciado“.

Trascinato in una veglia continua, ingannato dal sonno e dal sogno, in una casa con il soffitto crollato, Juan, morto tra i morti, si trasformerà lui stesso in una voce tra le voci, un’eco di se stesso e dei propri ricordi, perduto per sempre nel passato lontano del padre Pedro Paramo.

Ciò che ha reso grande Juan Rulfo, uno dei maggiori scrittori del Novecento, tra i più apprezzati dell’America Latina, non è la novità dei temi trattati, ma il modo in cui la sua scrittura prende forma. “In concreto” dice Rulfo, “si lavora con l’immaginazione (che non ha limiti), l’intuizione (che porta lo scrittore a pensare qualcosa che sta accadendo nella scrittura e non altrove) e un’apparente verità“*.  

L’apparente verità di cui ci parla l’autore è la dimensione tra sogno e realtà in cui si compie il destino dell’uomo e, quindi, dei suoi personaggi e da cui lui trae spunto per ri-creare il personaggio, l’ambiente in cui si muove e il linguaggio attraverso cui si esprime.

Ed in quella dimensione ri-creata l’uomo cerca di sopravvivere, accogliendo la vita  come un fatto necessario ed ineluttabile quanto la morte. Non c’è speranza nelle storie dei suoi personaggi, che si portano dentro già la loro fine: esistenze scandite dalla disperazione e dalla solitudine, aspetti connaturati nell’uomo e nella terra, precaria ed ostile, che nulla di buono produce e su cui si compiono  le peggiori nefandezze.

En Pedro Páramo, donde es imposible establecer de un modo definitivo dónde está la línea de demarcación entre los muertos y los vivos, las precisiones son todavía más quiméricas. Nadie puede saber, en ralidad, cuánto duran los años de la muerte” (G.G. Marquez – 1986).

Il realismo di Juan Rulfo risente di questa fusione tra credenze e realtà del popolo messicano, per diventare attraverso una sorta di “smaterializzazione” degli eventi e dei personaggi una rappresentazione universale della condizione umana. Realismo che, soprattutto nei racconti, si traduce nella scelta di un linguaggio informale e colmo di messicanismi.

Non sorprenderà allora la leggenda – tra le tante – tramandata da Gabriel Garcia Marquez che, a proposito di Juan Rulfo, riferisce che aveva composto i nomi dei suoi personaggi leggendo lapidi fra le tombe dei cimiteri di Jalisco. Niente di più vicino all’autore di Pedro Paramo.

D’altronde fu proprio il Pedro Paramo di Juan Rulfo ad ispirare a Marquez il suo Cent’anni di solitudine e il realismo magico dell’opera, dopo che – secondo un racconto dello stesso Marquez – trascorse un’intera notte a rileggere per la seconda volta il capolavoro di Rulfo.  Sembra, infatti, che nel 1961, un Marquez non ancora famoso ed in crisi di ispirazione, venne raggiunto nel suo appartamento di Città del Messico da  Alvaro Mutis, che fatti di corsa i sette piani della casa, esaltato, gli consegna un pacchetto di libri. Racconta Garcìa Màrquez: “Separò dal mucchio di libri il più piccolo e breve, e mi disse morto di risate: ‘leggi questo libretto, cazzo, così impari qualcosa!’. Era Pedro Paramo. Quella notte non potei dormire fino a quando non terminai la seconda lettura. Mai, da quella notte tremenda in cui lessi le Metamorfosi di Kafka in una lugubre pensione per studenti di Bogotà – quasi dieci anni prima – avevo sofferto una commozione simile. Il giorno dopo lessi El Llano en llamas, e lo stupore rimase intatto. (…) Nel resto di quell’anno non potei leggere nessun altro autore, perché tutti mi sembravano inferiori. (…) L’analisi attenta dell’opera di Rulfo mi diede finalmente la strada che cercavo per continuare i miei libri“. (G.G. Marquez – 1986)

Non rimane che leggere l’incipit di Cent’anni di solitudine per accorgersi del primo omaggio di quest’opera e del suo autore al Pedro Paramo di Rulfo: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio“. E in Pedro Paramo (pag. 77): “Il padre Renterìa si sarebbe ricordato molti anni più tardi della notte in cui la durezza del suo letto l’aveva tenuto sveglio e poi l’aveva obbligato ad uscire“.

Note sull’autore:

Pedro Paramo” e “La pianura in fiamme“, scritti rispettivamente nel 1955 e nel 1953 grazie a una borsa di studio del 1952 della Fondazione Rockefeller che gli aveva consentito di dedicarsi per un po’ alla letteratura, restano gli unici di Rulfo, anche se a lui si devono molte sceneggiature. Le stesse storie narrate da Rulfo risentono di alcuni eventi che devono aver segnato la vita dello scrittore. Quando aveva cinque anni, nel 1923, il padre fu ucciso dai ribelli “cristeros“, fazione cattolica che contestava le leggi anticlericali della rivoluzione. Poi fu il turno di tre zii morti in pochi anni: uno ammazzato per strada, un altro annegato in un naufragio e l’ultimo ucciso in una sparatoria; quindi il nonno che venne appeso per i pollici da banditi e perse così le dita. A nove anni  fu la madre a morire per un attacco di cuore. Rulfo crebbe in severissimo orfanatrofio di Guadalajara, per poi trasferirsi dalla nonna. Il Messico di quegli anni era sconvolto dalla violenza della rivolta popolare: fucilazioni, vendette e scorrerie travolsero il Paese. Furono tutte queste terribili e dolorose esperienze dell’infanzia a marcare successivamente la sua vita e la sua opera. Agli anni terribili dell’orfanotrofio, in particolare, Rulfo fa risalire l’origine della depressione che lo accompagnerà tutta la vita. Nel 1936 si trasferì – dopo gli studi medi superiori – a città del Messico dove trovò lavoro come statale all’Ufficio emigrazione. Nel 1944 fondò la rivista letteraria “Pan” e nel 1948 divenne rappresentante di una ditta di pneumatici. Solo nel 1952, grazie alla borsa di studio della Fondazione Rockefeller, riuscì a dedicarsi per qualche anno alla scrittura letteraria: l’anno dopo pubblicò infatti “La pianura in fiamme” e quindi, nel 1955, “Pedro Paramo“. Ai due libri, nel 1955, lo scrittore Carlos Fuentes dedicherà un articolo. Negli anni successivi i racconti di Rulfo si diffonderanno rapidamente in America Latina ed Europa. Tra tanti, l’entusiasmo per la sua opera contagerà anche il grande Borges che scriverà: “Pedro Paramo es una de las mejores novelas de las literaturas de lengua ispanica, y aun de la literatura“. Nel 1963 venne assunto all’Istituto nazionale per gli studi indigeni, di cui divenne direttore.  Fu a partire dagli anni Sessanta che cominciò ad essere considerato uno degli scrittori- culto della letteratura ispano-americana, nonché archetipo del cosiddetto “realismo magico”. La sua vita si concluse a Città del Messico. Era il 7 gennaio 1986.

Nella mia vita – ha scritto Rulfo –  ci sono molti silenzi. Così come nella mia scrittura. Per questo motivo lasciai molte pagine in bianco, perché fosse il lettore a riempirle. Queste pagine sono rimaste vuote. Oggi potrei riempirle, però non desidero farlo.”

(“Pedro Paramo” di Juan Rulfo – Einaudi 2004 – Traduzione di Paolo Collo)

 [*prefazione di Ernesto Franco a “La pianura in fiamme” – Einaudi]

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