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Poesie del coraggio

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Lentamente muore

Lentamente Muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.


Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Ero convinta che fosse una poesia di Pablo Neruda… E forse, come me, tante persone ancora lo sono. In realtà, si tratta di un testo di Martha Medeiros, scrittrice e giornalista brasiliana.

Da “Repubblica.it”, 25 gennaio 2008: “Da anni passa come una catena di sant’Antonio dalle caselle di posta elettronica ai blog: una ricerca su Google produce quasi cinquantamila risultati per le parole Neruda e “muore lentamente”, ma solo pochissimi siti segnalano l’errore: il 10 gennaio 2007, più di un anno fa, Lorenzo Masetti lo scriveva sul suo blog; un altro blog sul sito internet del Pais lo ha scritto l’8 luglio 2007.

 

IF ( Lettera al figlio, 1910 ) Rudyard Kipling 

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you
but make allowance for their doubting too,

If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don¹t deal in lies,
Or being hated, don¹t give way to hating
And yet not look too good, nor talk too wise:

If you can dream – but not make dreams your master,
If you can think – but not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same;

If you can bear to hear the truth you¹ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build them up with worn-out tools

If you can make one heap of all your winnings
And risk it all on one turn of pitch-and-toss
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;

If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on, when there is nothing in you
Except the Will which says to them: ³Hold on!²

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with kings, yet not lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you;
If all men count with you, but none too much,

If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds¹ worth of distance run
Yours is the Earth and everything in it,
And, what is more, you¹ll be a Man, my son!

 

SE

 Se riesci a mantenere la calma quando tutti
attorno a te la stanno perdendo, dandone a te la colpa,
Se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te
tenendo conto però anche dei loro dubbi;

Se sai aspettare senza stancarti di aspettare,
o essendo calunniato non rispondere con calunnie,
 o essendo odiato non dare spazio all’odio,
senza tuttavia sembrare troppo buono ne’ parlare troppo da saggio;

Se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni,
Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;
Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta
e trattare questi due impostori proprio nello stesso modo;

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui,
o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e sai umiliarti e ricostruirle con strumenti ormai logori;

Se riesci a fare un solo mucchio delle tue vittorie
e rischiarle in un solo colpo a testa o croce
e perdere e ricominciare dall’inizio
senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;

Se sai costringere il tuo cuore e i tuoi nervi e i tuoi tendini
a servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
e a tener duro quando in te non resta altro
tranne la volontà che ingiunge: “Tieni duro!”


Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà
o passeggiare con i re senza perdere il tuo comportamento normale;
Se né i nemici né i più cari amici possono ferirti;
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo,

Se riesci ad occupare l’inesorabile minuto
dando valore a ciascuno dei sessanta secondi che passano:
tua e’ la Terra e tutto ciò che vi e’ in essa
e – quel che più conta – tu sarai un Uomo, figlio mio !

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Araba e colta, la protagonista è una scrittrice nata e cresciuta a Damasco, poi trasferitasi a Parigi dove lavora all’università e si occupa della biblioteca del dipartimento di Arabistica. Nella sua vita c’è stato un uomo fondamentale, un uomo che le ha aperto un mondo prima sconosciuto, erotico, carnale, pornografico. La passione per il corpo diventa passione per la parola: clandestine, come i suoi incontri amorosi, sono le letture rapinose dei testi di letteratura erotica araba antica. Il Corano stesso si rivela un trattato sul piacere sessuale e perfino le famigerate fatwàt assumono un’ambiguità che sembra lasciare spazio al piacere. I ricordi dell’infanzia siriana, le memorie di un mondo degli adulti complesso e contorto, fatto di segreti, tradimenti e passioni, le chiacchiere femminili negli hammam, le confidenze delle amiche, tutto diventa materia di una ricerca dentro il mistero fascinoso della carne, di una via della conoscenza che fa appunto del corpo e non dello spirito il mezzo e il fine della ricerca stessa. E Salwa al-Neimi – o la protagonista – intraprende questo percorso proprio perché si sente figlia orgogliosa di un universo culturale profondamente arabo. Ribalta i luoghi comuni sul rapporto tra sesso e Islam, e mostra come nella tradizione araba il piacere sessuale non sia un peccato ma una grazia di Dio, un “assaggio”, un “memento” dei piaceri che ci attendono in paradiso.

LA PROVA DEL MIELE

Al-Neimi Salwa

Il volume raccoglie due dei più importanti romanzi di Joseph Roth. Nella Leggenda del santo bevitore Andreas, un clochard, vive sotto i ponti di Parigi. Quando un misterioso passante gli dona una piccola somma di denaro, egli la accetta promettendo di restituirla la domenica successiva con un'offerta in chiesa. Ogni volta che ha in tasca il denaro sufficiente per saldare il suo debito, però, Andreas non resiste alla tentazione di usarlo per rincorrere vizi e piaceri e la restituzione di quei duecento franchi diventa la sua tormentata ragione di esistere. Da questo racconto, tradotto in tutto il mondo e considerato il testamento letterario di Roth, è tratto l'omonimo film di Ermanno Olmi. In Fuga senza fine, Franz Tunda, tenente dell'esercito austriaco, viene fatto prigioniero dai russi e riesce a salvarsi grazie all'aiuto di un mercante di pellicce siberiano, che lo nasconde in casa sua. A guerra finita, Franz, dopo molte peripezie e avventure sentimentali, ritorna finalmente in Austria, ma ormai non è più lo stesso. Metafora del disincanto e dello smarrimento che ha colpito la generazione vissuta in Europa tra le due guerre, questo breve e intenso romanzo è considerato il più autobiografico tra quelli di Roth.

La leggenda del santo bevitore

Roth Joseph

Angelo è appena arrivato in una nuova città e deve iniziare la terza media. E che terza media! In classe sua, tra gli altri, c'è Capa Gialla, pluriripetente e facile alle mazzate, c'è Giusy che è carina e vorrebbe fare il meccanico da grande, ma c'è anche Federico il pazzo, che poi si chiama Francesco, e ha un sacco di strane idee per la testa. Se non fosse per Capa Gialla e la sua gang di bulli, ci sarebbe quasi da divertirsi...

Federico il pazzo

Rinaldi Patrizia

Testamento spirituale del maggiore poeta finlandese. i "Canti di Pentecoste", raccolta di ballate, leggende e miti, sono le tappe di un viaggio in un immaginario intimo e primitivo e un maestoso sforzo poetico di sintesi tra coscienza europea, tradizione balto-finnica e simbolo universale. Redatti in due tomi (1903 e 1916) ed ispirati alle "cerimonie liriche di Pentecoste" o helkajuhla di Ritvala, rito pagano della fertilità permeato da elementi del cristianesimo medioevale, i ventinove poemi sono riflessioni originali e profonde sulle questioni centrali del pensiero moderno: il superuomo e la volontà eroica di fronte alla morte, lo slancio faustiano e la magia come riscatto cosmico dell'io, l'identità nazionale, l'interpretazione romantica e la dimensione tragica, vero sigillo d'equilibrio tra forze apollinee e dionisiache.

Canti di Pentecoste

Leino Eino