Narrativa

Preghiera di novembre

Gianeselli Irene

Descrizione: Cosa accade a un uomo che torna nella propria città di notte come uno straniero, come un profugo, cosa accade a un uomo quando torna e nessuno lo aspetta, chi chiamerà il suo nome? Un uomo è il suo nome? E se nessuno lo pronuncia quel nome, l'uomo continuerà a esistere?

Categoria: Narrativa

Editore: Florestano

Collana: Echi di Altrove

Anno: 2017

ISBN: 9788899320416

Recensito da Luigi Bianco

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Irene Gianeselli, Preghiera di novembre

«Un uomo è il suo nome? E se nessuno lo pronuncia quel nome, l’uomo continuerà ad esistere?»

In una lettera datata 17 febbraio 1903, Rainer Maria Rilke rispondeva a un giovane che chiedeva consiglio per i suoi primi passi poetici di abbandonare la ricerca nevrotica di consenso, di tralasciare il parere di riviste e di letterati, di smetterla di confrontare le proprie poesie con quelle di altri poeti, ma «questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? […] E se questo dovesse suonare consenso […] edificate la vostra vita secondo questa necessità». Questo è il senso ultimo che dà alla scrittura uno fra i più celebri poeti del XX secolo, una necessità a cui si arriva solo sondando sé stessi, un atto di creazione dovuto: «penetrare in voi stesso e provare la profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare».

Irene Gianeselli è una giovane scrittrice, classe 1997, con un curriculum già molto ricco: studentessa di Lettere dell’Università “Aldo Moro” di Bari, Critico cinematografico del Sncci, studio del pianoforte al conservatorio, diverse pubblicazioni letterarie e giornalistiche, finalista nel 2017 del premio Campiello giovani, uno fra i premi letterari più importanti d’Italia. Si intitola Preghiera di novembre il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2017 per Florestano edizioni, dal sottotitolo Pasolini, tutto il suo folle amore. L’intera raccolta è in effetti tutta dedicata al poeta di Casarsa, composta da sei racconti riuniti a formare una Trilogia dei misteri e una Trilogia del disamore. Intessuta di citazioni colte, liberamente prese e cucite senza soluzione di continuità nel testo, ispirata da poeti che emergono a poco a poco nel corso della lettura, la raccolta procede con una certa musicalità che accompagna le parole finemente equilibrate, musicalità profonda, sacra, grave, note basse che ben sondano la profondità di ciò che accade in un tempo che ora rallenta ora accelera, sospeso com’è in uno stato onirico permanente. Melodia effettivamente pasoliniana, cruda e disinvolta, brutale ma senza mai perdere una certa grazia naturale: «come il Verbo può ancora tornare Carne? Come la Carne può ancora tornare Verbo?» si interroga un personaggio, Alfredo, uomo ormai, non più poeta. Tutti i personaggi, a modo proprio, si muovono in una solitudine predestinata, disperatamente rivelatoria, le illusioni crollano inesorabilmente ma senza rumore, «non c’è più tempo per la storia», «ogni tanto mi sento solo quando mi metto a pensare cos’è l’amore vero, cos’è la morte». L’identificazione sembra avvenire fisiologicamente: Pasolini è corpo e morte, poesia e vita, ghiaia e parole; i personaggi divengono carcasse, pur vive. Il loro destino è di corpo e carne sanguinante senza però perdere la propria poeticità, seppur dilaniati, tutti, all’idroscalo di Ostia: «solo ora si vede che i suoi piedi scalzi sanguinano, bianchi di sabbia», «tutto ciò che è vita duole, come una ferita che si riapre», «Cade. La pelle si apre, […] tampona con il fazzoletto il sangue che cola denso dalle ginocchia». L’umanità si fa strada, la fisicità rompe sempre il sogno, l’epos crolla per far spazio ad un uomo, ad una donna, di fronte alla propria vita nuda, perché «Luce alla Luce, Pane al Pane, Carne alla Carne».

Non so se davvero Pier Paolo Pasolini si sarebbe fatto conquistare in un «batter d’occhio» dalla personalità di Irene Gianeselli, come afferma chiaramente e con sicurezza David Grieco nella prefazione al volume, e non credo neanche sia determinante per comprendere cosa susciti la lettura di Preghiera di novembre. Credo tuttavia che la parola più adatta per afferrarne il senso sia proprio mostrata, apertamente, nel titolo: “preghiera”. La lingua ricca e policromatica, lo stile sapientemente modulato su più frequenze, la scelta di utilizzare la pagina come tela su cui lavorare e dipingere frasi che arrestano o esortano a proseguire con fermezza, quasi con foga, concorrono a formare un insieme di testi eterogenei ma coesi, saldati insieme, riuniti in una ritualità che diventa peculiare e identificativa. Una preghiera, certo, ma tormentata, personale, inquieta, che non risparmia l’accusa, che non si vela di una salvezza preconfezionata, che resta sospesa fra il soggetto e la vita, la ricerca costante, l’avidità. Il gioco retorico o la ricercatezza stilistica, errore comune alla maggior parte dei giovani scrittori, si perde in un livello superiore, compiuto, che pure ha i suoi riferimenti espliciti ma dai quali prende le distanze per addentrarsi in territori sconosciuti e necessari. La brevità della raccolta non cela la profondità di azione in cui si colloca. I testi non diffondono banali rassicurazioni, non si aggrappano a speranze vuote, conformiste, omologanti, non hanno come scopo l’intrattenimento. La finalità ultima è sondare, mostrare, con un realismo tutto sacro, ammassi di materia, insieme di corpi in cui l’anima si ribella, testarda e caparbia, denudata dinnanzi al mondo e alla vita che non cede. «Silenzio», come quello che scandisce ritmicamente il primo racconto che dà il titolo al volume. Un silenzio non più colpevole, ma consapevole, raccolto, sincero.

Non sappiamo dunque se davvero Irene Gianeselli sia sprofondata e «penetrata» nella sua intimità in una notte silenziosa e personale, inaccessibile per chiunque, per domandarsi se la scrittura per lei coincida davvero con la vita e se per lei scrivere è davvero una necessità. Una cosa sembra però evidente, leggendo Preghiera di novembre: la sua scrittura vive, chiaramente e limpidamente, come carne che sanguina, solenne, non corrotta, umana perché sofferente.

Luigi Bianco

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