Narrativa

Quando ridi

Terruzzi Giorgio

Descrizione: Una figlia appena maggiorenne annuncia al padre che si trasferirà all'estero. Questo lo spunto per avviare una riflessione sulla paternità, sulle sue inadeguatezze, sull'amore che ne guida ogni slancio. E in particolare sul rapporto intenso e fuori da ogni definizione che lega un padre a una figlia femmina. Un viaggio intimo e ironico di un uomo che si mette sempre in discussione riconoscendo i propri errori e le contraddizioni della sua generazione. Parole non dette e recuperate, gesti mai completati, in un dialogo che si fa confessione. Un padre che torna a essere figlio, che inciampa ma che non smette mai di tenere per mano la sua bambina anche quando è ormai una donna dal sorriso disarmante.

Categoria: Narrativa

Editore: Rizzoli

Collana: Rizzoli narrativa

Anno: 2018

ISBN: 9788817104272

Recensito da Elpis Bruno

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Quando ridi di Giorgio Terruzzi, sottotitolato “Parole sussurrate a una figlia”, affronta il tema del rapporto padre-figlia con umorismo e in modo informale.

L’occasione è il distacco biografico da Giulia (“Niente, andata. A Zurigo. Facoltà di Matematica. Con Andrea. Di anni ventuno, lui. Lei: diciannove.”) e così vengono ripercorsi alcuni momenti: il primo giorno di scuola, i giorni di Natale, gli anni della contestazione nel confronto generazionale, oggetti cult come la biro multicolore, carichi di nostalgia per il padre e demistificati dalla figlia.

Non può mancare l’argomento più difficile (“Cara Giulia, son qui da ore a girarci attorno sperando di trovare il modo di saltare il capitolo”), quello del divorzio: “Il che comporta scambi d’accuse sul breve termine, rancori attenuati sul medio termine, una specie di assoluzione stereofonica che, sul lungo, genera rapporti in regime di separazione migliori di quelli in regime di unione.
E quello del successivo matrimonio del padre che la figlia sorprendentemente accetta con complicità femminile.

I contrasti dei punti di vista assumono toni comici, se raffrontati e analizzati alla luce di un’affinità forse ereditaria (“Una specie di terrore perché scorgo, o temo soltanto di scorgere, una somiglianza con la mia parte meno risolta”).
Così la figlia:
Voglio la mia vita, papà. Voglio una vita sgombra dalle tue insopportabili incertezze. Voglio liberarmi da una marcatura incombente causa latitanze che vorresti annientare con una premura da asfissia. La tua presenza mi esaspera…”
E il padre:
Voglio la mia vita, Giulia. Voglio una vita sgombra dal tuo giudizio. Voglio liberarmi da una presunzione di colpevolezza che rinfacci anche se taci. Voglio essere ascoltato e assecondato, una volta, magari due, senza fiatare.”

Il romanzo si apre con la citazione “Non vediamo le cose per come sono, le vediamo per come siamo”, si chiude con l’attribuzione della paternità della citazione non a Jung, non ad Anaïs Nin, bensì a “Luciano Nanni, leggendario professore di Estetica” che la pronunciò “all’Università di Bologna, nell’autunno del 1977”. Niente male come manifesto del relativismo (da applicare al rapporto genitoriale, ma anche non), vero?

Bruno Elpis

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Alla vigilia della morte, stendendo l’elenco delle sue opere sul retro del quaderno di “Suite francese”, accanto al “Vino della solitudine” l’autrice scriveva: «Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky». Non sarà difficile, in effetti, riconoscere nella piccola Hélène – che all’inizio del romanzo siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre – la stessa Irène; e nella bella donna dall’aria annoiata – che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da Parigi in quella lontana provincia dell’Impero russo, che si occupa di sé e del giovane amante ignorando la figlia – quella Fanny Némirovsky, che ha fatto dell’infanzia di Irène un deserto senza amore. Hélène detesta la madre con tutte le sue forze («doveva baciare quel volto odioso ... posare la sua bocca su quella guancia che avrebbe voluto lacerare con le unghie»), al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell’amata istitutrice («con una vaga speranza omicida»). Verrà un giorno, però, in cui la madre sarà vecchia, ed Hélène avrà diciott’anni: accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra (che ha consentito al padre di accumulare un’immensa ricchezza) e la rivoluzione d’Ottobre (in cui hanno rischiato di perdere ogni cosa) e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Finlandia, durante la quale l’adolescente ha avuto per la prima volta «la consapevolezza del suo potere di donna». Sembra giunto il momento della vendetta: «Aspetta e vedrai! Ti farò piangere come tu hai fatto piangere me!». Ma quando Hélène scoprirà in sé lo stesso demone che abita la madre – quello «della civetteria, della crudeltà, del piacere di giocare con l’amore di un uomo» –, si allontanerà, scegliendo una vita diversa: «Sono sola, ma la mia solitudine è amara e inebriante». Se è vero che da un’infanzia infelice non si guarisce mai, pochi hanno saputo raccontare quell’infelicità come Irène Némirovsky.

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