Narrativa

Quando si spengono le luci

Mann Erika

Descrizione: Germania, ottobre 1938. Uno straniero passeggia tra i vicoli di una città di provincia. Sono da poco passate le nove di sera e la città è irrealmente deserta e silenziosa, si odono solo il fruscio di bandiere appese alle finestre, l’abbaiare di un cane che si confonde con l’eco di una voce di un uomo. Lo straniero siede ai piedi di un monumento, guarda il cielo, assapora la quiete e la serenità della notte. Non sa che la voce lontana è quella di Adolf Hitler che parla al suo popolo, non sa che da lì a poco tempo dalla Germania partirà l’offensiva che darà inizio alla Seconda guerra mondiale. In Germania, molti intellettuali e artisti sono fuoriusciti da anni, scegliendo o dovendo scegliere l’esilio come autodifesa. Una di loro vuole far capire che cosa sta succedendo, che cosa è già successo e soprattutto quello che ancora potrebbeessere fatto. Quando si spengono le luci, volume di racconti brevi scritti in presa diretta da Erika Mann in pochi mesi, è testimonianza e appello. L’autrice racconta di gente comune, non di eroi né di criminali al servizio del Terzo Reich: sono viaggiatori, medici, commercianti, contadini, professori universitari, operai, sacerdoti, giornalisti, madri di famiglia e marinai i protagonisti delle sue «storie vere». In un racconto, il professor Habermann conduce per mano i suoi allievi all’insubordinazione in pectore, durante una lezione, col solo ragionare correttamente di diritto in un’aula universitaria. In un altro, due giovani ragazzi innocenti, non certo avversi al regime, si suicidano per colpa della leggerezza incompetente di un medico nazista, in un contesto di ubbidienza cieca a cui loro per primi si sono volontariamente uniformati. Per i due giovani il processo post mortem si chiude con una vuota frase di circostanza e il rammarico che al Terzo Reich sia stata tolta «forza lavoro»: di certo un futuro fedele soldato e, con tutta probabilità, una buona fattrice di bambini. Nella postfazione «Un nuovo tipo di scrittrice», Agnese Grieco scende dietro le quinte dell’opera di Erika Mann, mettendo in luce la delicatezza illuminista e la misura perfetta con cui Quando sispengono le luci analizza la doppia natura faustiana dell’anima tedesca, per cercare di capire e affrontare il presente hitleriano e testimoniare, al tempo stesso, un’altra Germania.

Categoria: Narrativa

Editore: Il Saggiatore

Collana: Storia & Cultura

Anno: 2013

ISBN:

Recensito da Eleonora Tirelli

Le Vostre recensioni

Figlia primogenita di Thomas Mann, la poliedrica Erika (performer, saggista, scrittrice, conférencier, giornalista e infine curatrice del lascito letterario del padre e del fratello) non delude consegnandoci una raccolta di dieci storie che la stessa voce narrante ribattezza, nel loro complesso, una schietta «cronaca di fatti». Protagonisti, accadimenti e situazioni raccontate non sono altro che la trasposizione letteraria di circostanze reali. Non a caso, intenzione originaria dell’autrice era quella di titolare la sua opera “Fatti”. Fatti che dovevano testimoniare in quale condizione materiale e mentale (soprav) vivessero le persone comuni della Germania del Terzo Reich. Le dieci vicende narrate in Quando si spengono le luci sono storie accadute a gente qualsiasi, persone né particolarmente potenti, né particolarmente eroiche, né colpite da una sfortuna eccezionale, né di natura eccezionalmente criminale.

Uomini e donne comuni, ritratti negli anni immediatamente a ridosso dell’invasione della Polonia e dello scoppio “ufficiale” della Seconda Guerra mondiale. Uno straniero in visita in una piccola città di provincia, due giovani fidanzati, un piccolo commerciante, un ricco industriale, un professore universitario, un ufficiale della Gestapo, un giovane contadino che lascia la campagna, un marinaio, un pastore evangelico, il primario dell’ospedale cittadino, un redattore culturale… questi i protagonisti. Intorno a loro si muovono altri individui: mogli, SA, bellissime ragazze ebree, fratelli, amici, conoscenti, ecc. Il filo comune è che tutte queste storie si svolgono tra le vie di una piccola città bavarese: tornano i nomi di alcune strade, piazze, locali… e alcuni personaggi ricompaiono in più di un racconto. La parola eroe viene utilizzata in una sola storia, a proposito di Franz Deiglemeyer, capo della Gestapo della piccola città bavarese e uomo che «decise di agire contro gli ordini ricevuti»: l’ufficiale avvisò infatti tutti gli ebrei della città in modo tale che potessero fuggire all’indomani della notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. Eppure si tratta di un eroe perduto. Anche la parola miracolo la si legge in un solo racconto, quello che ci parla della fuga del pastore Gebhardt dalla prigione cittadina. Tuttavia il tono dell’autrice si mantiene sobrio e distaccato, come a negare qualsiasi possibilità di credere a una manifestazione della grazia divina: «Non sta a noi descrivere la storia della sua fuga, che assomiglia a una fiaba. Addirittura saremmo quasi tentati di usare il termine “miracolo” – parola che però si dovrebbe usare con estrema parsimonia in una cronaca di fatti.» E i fatti sono quelli che costringono i piccoli commercianti a chiudere bottega perché la loro attività non è più considerata sostenibile da parte della comunità; i fatti sono quelli che portano al suicidio due giovani tedeschi per “salvare” la loro dignità dall’esito scontato di un processo-farsa; i fatti sono quelli che portano una madre ad accusare un ictus (e a morire) subito dopo aver ricevuto la notizia dell’assassinio del figlio “colpevole” di aver partecipato alle riunioni del sindacato antinazista di New York. I fatti sono quelli che costringono un giovane contadino ad abbandonare la terra perché in campagna non c’è più cibo sufficiente per tutti; i fatti sono quelli che spingono un docente universitario a ispirare nei suoi allievi un’«insubordinazione in pectore»; e così via. Vite qualsiasi, tipici abitanti di quella che potrebbe essere una qualunque città tedesca negli anni 1938-1939: uomini «depressi e confusi. “Vittime delle circostanze.” È destino, pensavano, il nostro destino, il destino della Germania. Solo in rari momenti di chiarezza che mutava in spavento si ponevano la domanda riguardo a chi avesse la responsabilità di tutto ciò». Dunque esiste, o può esistere, la domanda sulla responsabilità. Anche nella Germania nazista della fine degli anni Trenta. Anche quando le coscienze sembrano anestetizzate. O annichilite. Questo, oltre all’evidenza dei fatti, ciò che emerge chiaramente nei vari racconti di Quando si spengono le luci. Così come chiaramente emerge il fatto che ciascun uomo chiamato a confrontarsi con la propria coscienza offrirà risposte differenti: chi asseconderà il proprio e/o l’altrui egoismo, chi si ribellerà, chi cercherà una via di fuga, chi continuerà unicamente a sopravvivere.

Un libro che merita dunque di essere letto per quello che racconta, per ciò di cui ci informa. Ma anche per come è scritto. La cosa interessante della scrittura di Erika Mann è il cortocircuito che si crea tra il suo stile secco, scarno, ai limiti dell’asepsi e la tragedia che sta raccontando, quella di un’intera nazione che sta votando se stessa alla guerra. Interessante è anche la decisione di far precedere ogni racconto da un’illustrazione: le rappresentazioni della piccola città bavarese, con le loro didascalie rassicuranti circa il procedere tranquillo della vita in paese, entrano in contrasto con le storie che ci vengono narrate subito dopo, vicende di privazioni e vessazioni, di vittime e di aguzzini, di egoismi personali e di sofferenze. Un contrasto, credo, atto a smovere le coscienze di chi legge (ricordiamo che questi racconti vengono scritti quasi in presa diretta, nel 1939), come se l’autrice volesse dirci che la realtà è ancora rappresentabile, ancora decodificabile, e che per questo ciascuno di noi è chiamato a confrontarsi con essa e a dare una risposta.

Quando si spengono le luci. Postfazione interessante in quanto il lettore può trovarvi sia chiarimenti circa il periodo storico in questione, sia alcune preziose informazioni biografiche a proposito dell’autrice stessa.

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