Narrativa

RITRATTO DI GRUPPO CON ASSENZA

Sepùlveda Luis

Descrizione: Una raccolta che prende il via dai ricordi, dal vissuto recente e passato, dal mondo di oggi e da quello scomparso. Un Sepulveda al suo meglio, con 1a sua consueta e straordinaria capacità di convertire ogni riflessione, ogni denuncia in un racconto affascinante. Come nel brano che dà il titolo alla raccolta. Nel 1990 torna per la prima volta in Cile, dopo quattordici anni di esilio,con una fotografa, che otto anni prima ha catturato un'immagine in cui si vedono cinque bambini. Lo scopo del viaggio è ritrovare quei cinque bambini e fotografarli. Uno di loro, però, non c'è più... La sua storia è il pretesto per raccontare che cos'è successo al Cile, e com'è il paese dopo diciassette anni di dittatura...

Categoria: Narrativa

Editore: Guanda

Collana: Narratori della Fenice

Anno: 2010

ISBN:

Recensito da Marika Piscitelli

Le Vostre recensioni

Anna Peterson ha fotografato un gruppo di bambini che vivevano in un quartiere povero di Santiago, La Victoria.

Dopo il suo esilio durato quattordici anni, Sepùlveda, che ha conservato gelosamente il ritratto di quei volti sorridenti, decide di tornare in Cile anche per cercare quei bambini e scoprire quanto sia rimasto della purezza che animava i loro sguardi.
Tra viuzze sterrate e case diseguali, una dirigente locale, Alicia, li accompagna da don Antonio, il Loco Garrito, parente di alcuni dei ragazzi della foto.

Don Antonio, che è stato un grande pugile cileno, campione sudamericano dei pesi welter negli anni Sessanta, sembra molto più vecchio della sua età, ma il volto solcato da rughe profonde passa subito in subordine rispetto alle sue robuste mani da combattente, a ricordare una dignità e un orgoglio contro cui nulla hanno potuto le umiliazioni subite.

Il primo ad arrivare è Henry, che ha una decina di anni ed indossa un paio di logore scarpette da ginnastica. É diretto a scuola, ma non ha con sé né libri né quaderni. «Va a scuola a mangiare. É l’unico pasto caldo che riceve in tutto il giorno», spiega il Loco Garrido.

Henry dopo un po’ torna insieme agli altri ragazzi per disporsi nello stesso punto in cui Anna aveva scattato la prima fotografia, uno dei muri della chiesa cattolica di La Victoria. Da sinistra a destra, pronti per un nuovo scatto, ci sono Cecilia, Pablo, Jorge e il piccolo Henry. Manca invece Marcos.
Mancherà sempre Marcos. Scopro che non possiamo parlare del tempo trascorso tra una fotografia e l’altra perché quella distanza, quegli otto anni, stanno lì sul muro nudo, nello spazio lasciato vuoto da Marcos, assassinato a quindici anni per aver rubato da mangiare, sul viso di quella ragazzina che non sogna più né vuol sognare, di quel ragazzino che non vuole vivere, di quell’altro che è ansioso di andarsene il più lontano possibile, e del piccolo Henry che si vede chissà dove in uno stadio a correre dietro a un pallone indossando una maglietta straniera“.

Il vuoto lasciato da Marcos rappresenta proprio quella purezza che Sepùlveda stava cercando…

“Ritratto di gruppo con assenza” è il primo e forse il più significativo dei venticinque racconti di questa raccolta dolorosa e nostalgica: in esso ci sono tutta la ferocia del regime di Pinochet, la sofferenza della gente cilena e la speranza della rinascita. Ma Sepùlveda non si ferma ai ricordi: esprime la propria indignazione di fronte ai mutamenti climatici e i progetti energetici “che non brillano per la loro attenzione all’ambiente”, si rammarica per la crisi della professione giornalistica (“Sono anch’io un giornalista, dico, e mi sento come don Chisciotte della Mancia, sconfitto infine, quando vede nel cortile di casa l’ignoranza che balla felice accanto al falò in cui bruciano i suoi libri“) e non risparmia le critiche nei confronti della Chiesa Cattolica nel racconto sulla “Rapina a mano santa”. Descrive con ironia amara la vicenda di Miss Tanga 2008, che “muore con il nuovo posteriore ancora da completare“, e, tramite le parole dell’amico Miguel Rojo, ci mostra quanto sia semplice prendersi gioco dei cosiddetti intellettuali.

Tra le pagine più riuscite, sono senz’altro da annoverare quelle dedicate a “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore“, suo primo romanzo, e al tremendo temporale amazzonico che lo sorprese quando ormai da quattro mesi viveva in un villaggio shuar. Qualcuno, invece, potrebbe storcere il naso leggendo di un altro “vecchio” per il quale Sepùlveda non mostra di avere grande stima… “Il vecchietto ha una villa in Sardegna, stupefacente per quanto è kitsch, che è frequentata da gruppi di veline trasportate su aerei dell’Aeronautica italiana, per rallegrare altri vecchietti che vanno ad attestare lì il loro europeismo. In mezzo alle ragazze che fanno il bagno con poca roba addosso, grazie alla perizia di un paparazzo, abbiamo visto un uomo di governo profondamente euroscettico che sfoggiava un’erezione a carico dell’erario pubblico italiano…“.

Personalmente, ho trovato più piacevoli le storie di vita vera, quelle in cui l’autore ci ha regalato qualcuno dei suoi ricordi. Le critiche implacabili lasciano il tempo che trovano e rischiano di sconfinare nella banalità.

 

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