Giallo - thriller - noir

ROMANZO CRIMINALE

De Cataldo Giancarlo

Descrizione: Un'organizzazione nascente, spietata e sanguinaria, dalle periferie cerca la conquista del cielo. Tre giovani eroi maledetti, che hanno un sogno ingenuo e terribile. Un poliziotto molto deciso, un coro di malavitosi, giocatori d'azzardo, criminologi, giornalisti, giudici, cantanti, mafiosi, insieme a pezzi deviati del potere e terroristi neri. E il piú esclusivo bordello in città. Un romanzo epico di straordinaria potenza, il cuore occulto della Storia d'Italia messo a nudo.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Einaudi

Collana: Stile libero Big

Anno: 2002

ISBN: 9788806160968

Trama

Le Vostre recensioni

Il “romanzo” ufficioso della banda della Magliana. Per quei pochi che non lo sapessero, la più ramificata e sanguinaria organizzazione criminale che abbia mai controllato Roma. 

Questa definizione, però, indica solo un aspetto, forse il più noto e facilmente percepibile, delle “imprese” e delle attività dell’organizzazione.

Infatti é sicuramente miope ed estremamente semplicistico ridurre la banda a un manipolo di barbari e violenti, in quanto pare dimostrato che l’associazione intrattenesse costanti rapporti non solo con altre organizzazioni criminali, quali la mafia e la camorra, ma anche con alcuni ambienti neofascisti romani e con i servizi segreti deviati; rapporti che portarono di fatto la Banda a interagire e intervenire, in molte occasioni forse anche oltre le reali intenzioni, in alcune oscure vicende italiane, quali il sequestro dell’On. Aldo Moro, la Strage di Bologna, il tentato assassinio di Roberto Rosone.

Come avrete noato, ho usato termini quale “pare” o “forse”. Non è una scelta casuale o dettata dalla prudenza; semplicemente, ad oggi, il ruolo della banda in alcune di quelle vicende non è nitido e ben definito.

Per chiarire il concetto, ricorro a un esempio tratto dal testo: sappiamo, infatti, che Danilo Abbruciati, il Nembo Kid di “Romanzo criminale“, muore tendendo un agguato a Roberto Rosone, all’epoca vice presidente del Banco Ambrosiano, ma non conosciamo i motivi che lo portano a Milano a sparare a Rosone. Non sappiamo, cioè, se si trovi a sparare a Rosone a titolo personale o in quanto “rappresentante” della banda.

Il romanzo di De Cataldo prova a dissipare, per quanto possibile, tutti questi misteri, raccontandoci della nascita della banda nel contesto criminale “anarchico” della Roma degli anni Settanta. In questo periodo la capitale non conosce un unico criminale in grado di dominare la città, ma innumerevoli “batterie”, piccole associazioni criminali che operano per un numero limitato di colpi per poi sciogliersi e dare vita ad altre “batterie”.

Incontriamo quindi la batteria dei testaccini, in cui emergono le figure del Libanese e del Dandi, e il gruppo della Magliana, il cui esponente di spicco è il Freddo. I due gruppi si uniscono per sequestrare il Barone Rosellini e poi decidono di dare vita a un sodalizio di lunga durata. Sodalizio che conquista in breve tempo il monopolio del mercato della droga nella capitale, che investe i guadagni nei night e nei locali alla moda romani e che porta la banda ad abbattere, senza particolari difficoltà, ogni possibile antagonista.

Personalmente, è questa la parte del libro che preferisco ed è in questi frangenti che emerge la figura meglio tratteggiata dall’Autore: il Libanese.
A scanso di equivoci, preciso, sin da subito, che non nutro ammirazione per la sua figura. Si tratta di un feroce killer, che non esita a sparare ai nemici, che fa uso di stupefacenti, che nutre un’insana ammirazione per alcune figure politiche controverse. E’ poi un assoluto dominatore (infatti, non esita ad autoproclamarsi “Imperatore”) che, con il suo carisma, crea l’unione e la forza della banda. A colpire comunque sono soprattutto i tratti della sua personalità. Il Libanese è animato da una forte desiderio di riscatto, in quanto cerca di sollevarsi e di non rassegnarsi alla miseria sociale ed economica da cui proviene. Naturalmente resta fermo il dato ineliminabile per cui il suo riscatto passa attraverso una forma deprecabile, quale l’attività delittuosa.

Un debito di gioco non pagato porta al suo assassinio. Inizia, a quel punto, la seconda fase della storia, in cui le redini della banda vengono assunte dai restanti due protagonisti, il Freddo e il Dandi. Due figure antitetiche ma accomunate dalla sostanziale incapacità di tenere insieme la banda, che, infatti, incomincia a sfasciarsi tra tentativi maldestri tesi a vendicare la morte del Libanese ed egoismi personali che portano a insanabili conflitti interni.

Il Dandi è un personaggio abbagliato, sin dal periodo giovanile, dal lusso e dall’apparenza. Adora i bei vestitie le macchine costose. Tuttavia, col passare del tempo, inizia ad investire i suoi guadagni in attività a lungo termine, cercando di inserirsi nell’alta società romana. Un uomo egocentrico ed egoista che, dopo la fine del Libanese, tende ad isolare i vecchi compagni.

Il Freddo, invece, è un personaggio indecifrabile e dai tratti contrastanti. O almeno, la sua personalità non emerge nitidamente sin dalle prime battute del libro.
Il suo soprannome deriva dalla circostanza che non perde mai la lucidità e la calma, anche nei frangenti più delicati. Eppure non ama il crimine (resta nella banda solo per vendicare il Libanese, suo unico vero amico) e vorrebbe fuggire in Sudamerica con Roberta, la donna che ama, la donna che gli regala la complessità e l’utopia di una vita normale, serena.

La dicotomia tra il Dandi e il Freddo emerge ancor più chiaramente se si osservano le loro donne. Il Freddo, come detto, aspira alla normalità e alla magia della quotidianità insieme a  Roberta, una ragazza studiosa e tenera che lo seduce con la dolcezza e l’altruismo.
Il Dandi, invece, è coinvolto in una torbida relazione con Patrizia, la più bella e seducente prostituta della capitale, una donna in apparenza ammaliante, inarrivabile, sicura di sé, senza pudori né remore, dai costumi lascivi. In apparenza, dicevo. Una delle più belle immagini del libro è infati la stanza personale di Patrizia, quella in cui non ammette nessun cliente. In quella stanza Patrizia esce dal personaggio che interpreta per tornare ad essere quello che è realmente, ossia Cinzia Vallesi, una ragazza che ha abbandonato la Toscana per inseguire i propri sogni artistici, sedotta dalle insegne luminose di Roma. In quella stanza c’è Cinzia, ci sono i suoi peluches, ci sono le paure, le ansie, le richieste di amore, un amore vero, che ti sconquassa le viscere e che ti fa domandare dove inizia il tempo e dove finisce lo spazio.

Quella stanza, forse, è dedicata all’ultimo personaggio che presento, il Commissario Scialoja, il poliziotto che prova a incastrare la banda e che, nelle sue ricerche, rimane sedotto e ricambiato, seppur non sempre con costanza, da Patrizia. Scialoja è un uomo determinato, coerente, che si scontra con l’invidia dei colleghi, con i boicottaggi dei Servizi Segreti deviati e che si trova a fare anche i conti con un ex-compagna coinvolta nel movimento del Settantasette.

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