Romanzo storico

Romolo

Forte Franco

Descrizione: In una terra selvaggia e primordiale, ammantata di storia e superstizione, un vomere traccia il solco di una città: nessuno immagina che è appena nata Roma, la Città Eterna. La storia dietro quell'attimo fatale è però molto diversa dalla leggenda che tutti conosciamo, perché avviene in un tempo di fame, freddo e carestie, dove la sopravvivenza è spesso sinonimo di sopraffazione. E la lupa non è affatto quella che i miti ci hanno tramandato. Perché la fondazione di Roma è un'avventura cruda e disperata, un'epopea di resilienza, un solco di sangue tracciato nel nostro passato che racconta la sfida primordiale fra due gemelli consacrati dagli dèi, e il suo doloroso esito, che ne ha proclamato il vincitore: Romolo, il bambino sopravvissuto alla morte, il ragazzo che ha combattuto nel fango e nel dolore, l'uomo che per realizzare il suo sogno ha piegato un mondo ostile, brutale e dominato dalla violenza, dando così inizio alla più gloriosa potenza antica che la storia ricordi. Romolo, il primo re.

Categoria: Romanzo storico

Editore: Mondadori

Collana: Omnibus italiani

Anno: 2019

ISBN: 9788804713333

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Romolo di Franco Forte e Guido Anselmi giunge nelle librerie mentre sul grande schermo approda “Il primo re” di Matteo Rovere.

A distanza di ben 2772 anni dalla fondazione di Roma, i fari della cultura letteraria e cinematografica sono dunque ancora puntati sulla figura leggendaria dei mitici gemelli Romolo e Remo: le loro radici affondano nel terreno di confine tra la mitologia e la storia; le loro origini sono indicate nei genitori naturali – la vestale Rea Silvia (“Sei la figlia di Numitore, una principessa albana!”) e Terazio, schiavo di Amulio, tiranno di Alba Longa – e nei genitori adottivi: il pastore Faustolo e la moglie Acca Larenzia. La nascita dei gemelli è avvolta in un alone di mistero divino (vengono attribuiti alla paternità di  Marte, visto che quella dello schiavo è innominabile) e primordiale (vengono ritrovati da “una donna di una trentina d’anni, sporca e denutrita… Lupa”… “in una grotta qui vicino… Quella con la grossa pianta di fico, che chiamano il Lupercale”):
Credo siano stati nutriti da una lupa. Quando li ho trovati, l’animale li stava allattando”.

Ed è proprio questo il grande merito del romanzo Romolo di Franco Forte e Guido Anselmi: quello di ricondurre le leggende a razionalità (così, la lupa non sarebbe un animale, ma una donna), quello di creare connessioni logiche (“E così li hai trovati attaccati alle rumae di una lupa… Allora questo lo chiameremo Romolo… E quest’altro Remo”), nel passato oscuro e lontanissimo, tribale e pastorale, dal quale emergono una città e una civiltà destinate a essere tanto grandi e diuturne.

In questa chiave di ricostruzione storico-romanzesca, anche l’analisi e la fenomenologia del rapporto tra i due gemelli assegnano al fratricidio commesso da Romolo una valenza tragica che la mitologia nega o liquida frettolosamente: la dialettica tra Caino e Abele rivive in una fratellanza che registra molti momenti di vita comune (la formazione nella scuola di Gabi: “Le lezioni di Erasto presero infatti una direzione nuova: al posto delle interminabili esercitazioni di aritmetica e ortografia, il maestro iniziò a raccontare loro le gesta di antichi eroi. Romolo rimase incantato…”), interessi divergenti (“Romolo avvertiva con dispiacere crescente come la separazione dal fratello divenisse sempre più profonda”) e differenze caratteriali (dice Remo, a proposito di Eulalia: “Chi vuole una cosa, se la deve prendere. Così fanno gli uomini veri…”; gli risponde Romolo: “Nostro padre… vuole che diventiamo uomini diversi. Giusti e generosi, non solo prepotenti”), che gli stessi genitori adottivi ben conoscono:
Faustolo: “Ho visto come Remo ha conquistato il consenso di molti. E ho visto quale furia lo domina.”
Acca Larenzia: “Remo è debole, influenzabile, impulsivo.”

Dopo l’incursione ad Alba Longa (“Quel cane di Amulio ha ucciso mio padre e mia madre… e tiene prigioniero mio fratello. È tempo che lo affronti”) i tempi sono maturi per l’evento che la storia attende (“Numitore diventerà re di Alba Longa, ma darà a me e a mio fratello la possibilità di fondare un’altra città…”).

Il capitolo della fondazione (“Hai scelto dove tracciare il pomerium della nostra capitale?”) è tra i più avvincenti del romanzo: superstizione, mito e umanità s’intrecciano (“Stabiliamo un giorno in cui i gemelli scrutino il cielo. Colui che vedrà un numero maggiore di auspici favorevoli sarà il fondatore”), i gemelli hanno “lo sguardo verso il proprio templum in aere, l’area d’osservazione in cielo”, la tragedia del fratricidio è forse un passaggio necessario per partorire Roma, città eterna.

L’ultima parte del romanzo è dedicata alle fasi bellicose del radicamento dell’urbe: dal ratto delle Sabine alla fondazione delle colonie albane sino alla sanguinosa guerra con i sabini. Le imprese militari sono basate più sull’astuzia che sulla perizia. C’è tuttavia spazio per i sentimenti del re, combattuto tra l’amicizia per la figlia di un senatore traditore e l’attrazione per la magnetica Ersilia, sabina andata in sposa al fido Osto. E, nelle vicende amorose, s’intravede quell’Ostilio che succederà al trono…

La narrazione è sapiente e intonata alla rudezza della cultura protolatina e all’essenzialità brutale di rapporti spesso basati sulla forza: con grande efficacia si delineano gli abbozzi delle istituzioni che faranno di Roma paradigma assoluto di regno, repubblica (“Sarete chiamati senatores, i più sapienti e rispettati fra tutti i romani”) e impero, e l’embrione dell’efficienza militare (“Quasi quattrocento… un terzo armato di spada, ma gli altri possono essere letali anche solo con bastoni e pietre. Quanti sanno maneggiare una fionda?”) che sarà il motore della conquista del mondo allora conosciuto.

Bruno Elpis

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"In quei giorni di combattimento gli aerei russi ci lanciarono sulle nostre linee dei volantini, invitandoci alla diserzione. In tali messaggi ci ricordavano le festività di Natale, le nostre mogli, i nostri figli e i familiari. Ci dicevano: ‘Perché siete venuti qui in Russia a combattere contro un popolo che non ha mai minacciato di invadere l’Italia?’ Quindi concludevano dicendo di tornare a casa o di darci prigionieri.” I racconti di guerra non sono tutti uguali. Ogni ricordo ha la caratteristica di essere l’esperienza di una vita, di una vita che ha potuto raccontare ciò che realmente è successo. Non quindi il racconto dei vincitori, non quello dei vinti ma le parole di un uomo che durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale si è trovato in terra straniera, lontano dai familiari, in un luogo del quale non si conosceva nulla con una sola convinzione: sarà breve. L’unica convinzione che Alfonso Di Michele aveva si è dimostrata errata. “Io, prigioniero in Russia”, edito nel 2008 dalla casa editrice L’Autore Firenze Libri e dopo numerose ristampe edito dalla casa editrice La Stampa Editore, ha venduto 50.000 copie ed è la seconda pubblicazione dell’autore Di Michele Vincenzo, scrittore e giornalista pubblicista. La prima pubblicazione è avvenuta nel 2006 “La famiglia di fatto” e l’ultima risale al 2010 “Guidare oggi”. Tre libri che sottolineano la poliedricità di contenuti e la salda attenzione verso la società. “Io, prigioniero in Russia” è il diario di un uomo che a distanza di 50 anni dagli episodi narrati ha sentito il bisogno di lasciare la sua personale testimonianza. Un’esperienza, quella della campagna in Russia, che ha solcato profondamente lo spirito ed il corpo e che doveva esser raccontata per sottolineare che protagonista della guerra è stato il popolo; per questo “Io, prigioniero in Russia” è sinonimo di “guerra vista con gli occhi dell’uomo comune”. Alfonso Di Michele (1922, Intermesoli fraz. Pietracamela – 1993, Roma) è stato uno dei 10.000 reduci che hanno avuto la fortuna di tornare in Italia, 10.000 su 200.000 soldati inviati per la campagna in Russia. Un diario che amorevolmente il figlio Enzo Di Michele ha curato e pubblicato per condividere questa preziosa documentazione storica su un argomento scottante sul quale si vuole tacere. “C’era la fame; una fame di quelle vere che ti istradava il cervello verso un unico pensiero. Mangiare, mangiare; sempre mangiare. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può comprendere quali variegate sensazioni si provano, quando lo stomaco incessantemente ti reclama il cibo. È veramente un’ossessione trascorrere la giornata nel pensare a qualcosa da mettere sotto i denti, e ancora più ossessionante è il pensiero mirato all’escogitare delle possibili soluzioni per procurarsi il cibo.” Tredici capitoli nei quali passo passo Alfonso Di Michele ci racconta della sua vita, di chi era, di quando è partito da Intermesoli piccolo paese alle pendici del Gran Sasso, delle sue speranze, delle sue convinzioni, del gelido freddo russo, della gentilezza delle donne russe, della battaglia, delle differenze con i soldati tedeschi, dei temuti lager dei quali si evita in genere di parlare, della marcia del ‘davai’, della prigionia, del cannibalismo, del tifo petecchiale, della fame ossessiva, degli amici morti per denutrizione, delle mancate informazioni, del ritorno a casa. “Il primo abbraccio fu quello ai miei fratelli e al mio compare allorché mi vennero a prendere per riportarmi a casa. In quel 7 dicembre del 1945, in una notte decisamente invernale con i fiocchi di neve che si aggrappavano delicatamente sui tetti delle case, peraltro già carichi di un consistente strato di manto nevoso, si consumava l’insperato ritorno al mio paese.” Per coloro che volessero saperne di più dell’autore lascio il link diretto che riporta direttamente al suo curatissimo sito nel quale potrete seguire le novità sulle sue pubblicazioni ed eventi: http://www.vincenzodimichele.it/ Vincenzo Di Michele è anche su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Vincenzo-di-Michele/148568031840673?ref=ts&sk=wall

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