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Saggi

Per valli e altopiani

a cura di Alessandra Allegretti

“Per valli e per altopiani, Etiopia 2020″ di Romano Spadoni è un memoriale di viaggio molto particolare. Pubblicato da Terre Sommerse, rientra a pieno titolo nella letteratura odeporica alla “Marco Polo”, e mette in primo piano il resoconto del viaggiatore.

In realtà è molto di più, perché l’autore ci racconta sotto forma di diario tutte le tappe del suo “passaggio” nelle valli e negli altopiani etiopi e ci rivela senza filtri soggettivi deformanti quello che ha assaporato e che ha visto e soprattutto chi ha trovato. Sfocia così nell’etnografia tanto cara agli storici antichi che, appunto, per raccontare i fatti  e le culture in cui si immergevano usavano la cosiddetta “autopsia”.

Per quanto riguarda gli usi e i costumi, gli Ari hanno dei particolari riti funebri. Se muore un bambino o un uomo che non abbia ancora compiuto quarant’anni, il defunto viene seppellito subito. A partire dal compimento del quarantesimo anno d’età il defunto viene messo in una cassa posta nel terreno a poca profondità e viene sorvegliata da un congiunto. Dopo un anno e due mesi, la salma viene riesumata e viene fatto il funerale come se il decesso fosse avvenuto il giorno prima.”

Il rispetto etno-antropologico e l’esperienza diretta sono davvero fondamentali in questo libro, che in più può essere considerato quasi un’opera di “formazione”, sempre ben radicata in un hic et nunc tutto da godere, ma che è a suo modo indelebile contributo al proprio futuro. Un divenire che non è dissoluzione ma arricchimento, un “crescere in leggerezza” come non a caso Italo Calvino fa dire al suo Marco Polo ne Le città invisibili.

Non volendo ascolto i discorsi dei miei compagni di viaggio. L’argomento principale è, come avviene spesso in vacanza, i ricordi dei viaggi precedenti, esperienze fatte insieme ma anche individuali. Un’ansia, un senso soffocante di tristezza mi appesantisce all’improvviso. Sono quasi stordito, mi chiedo che motivo c’è, da dove spunta. Cercando di capire, realizzo che parlare di situazioni di altri viaggi passati mentre si è calati nell’esperienza diretta di un viaggio mi ripropone la difficoltà di vivere appieno il mio presente, anche quando mi dovrei trovare nella condizione migliore per assaporare intensamente l’esperienza che sto vivendo.”

Il protagonista si interroga come essere umano e porta il lettore ad osservare e a riflettere con lui sul fatto che ogni partenza ci dovrebbe spingere a un viaggio dell’anima che trasforma, un passaggio fondamentale, fatto non solo di radure, laghi, fiumi e villaggi, ma soprattutto di sguardi, atteggiamenti, tradizioni, empatia. E il lettore fa davvero un’esperienza “multisensoriale” e dell’immaginazione, aiutato dal narratore che con la frequente prima persona plurale lo trascina, a volte suo malgrado, e lo stimola ancor di più con le belle immagini che si alternano al testo.

Un’opera non solo da leggere, ma da “percorrere” dall’inizio alla fine: buon viaggio!

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