Narrativa

Sangue sporco

Aragona Enrica

Descrizione: Roma, fine anni Settanta: un quartiere appena nato che confina con l'inferno, il sogno della casa popolare che diventa subito incubo. Scilla ha quattro anni quando, sul volto di suo padre, vede disegnarsi la rabbia per la vita che li attende. Ma in un luogo dove ognuno ha un dolore a cui sopravvivere, in uno spazio di abbandono che contamina chi ci vive fino a distruggerlo, c'è anche Renata. Ed ecco che quello spazio si dischiude, poco a poco, e quei palazzoni fatiscenti diventano lo scenario in cui nasce e cresce un rapporto fatto di amicizia, desiderio e paura, un rifugio in cui Scilla e Renata si nascondono da una realtà dove nei vasi fioriscono le siringhe e il riscatto si porta sempre dietro la colpa. Perché dove non ci si può permettere di sognare, la vita corrode ogni legame, separa i destini, allontana le persone. Ma lascia, comunque, la speranza di potersi salvare.

Categoria: Narrativa

Editore: Corbaccio

Collana: Narratori Corbaccio

Anno: 2019

ISBN: 9788867005864

Trama

Le Vostre recensioni

Sangue sporco di Enrica Aragona è un romanzo che inquieta e, intanto, s’insinua nell’animo per i temi “forti” che affronta.

Scilla, la protagonista, è nata nel 1974: lo deduciamo da alcuni passaggi (quando Scilla dichiara di avere quindici anni, p. 82) e dalla sequenza degli anni che – dal 1978 – intitolano i capitoli, che si estendono per tre decenni e stabiliscono un andirivieni tra la narrazione di Scilla bambina-adolescente-giovane e il racconto di Scilla donna e madre della piccola Serena (“Mamma più Scilla, uguale Mamilla”).

Tutto comincia quando la famiglia di Scilla s’insedia nella più squallida periferia di Roma (“Isola nuova, agglomerato a sud di Roma, che iniziava dove la città finiva, era ancora un cantiere a cielo aperto ingombro di terrificanti scheletri di cemento”). L’ambientazione abitativa (“Lì c’era la promessa che mio padre aspettava da una vita: la casa popolare”) e il contesto familiare della bimba (“Qualcosa mi rendeva diversa da Monica, e anche da Caterina”), offesa da una matrigna manesca (“1981… Tutti parlavano solo dei tre litri di sangue persi dal Papa durante l’intervento ai Gemelli; del mio, di sangue, non gliene fregava un cazzo a nessuno. D’altronde il mio… era sangue sporco”) e trascurata da un padre debole, sono il necessario riferimento per inquadrare una storia ispida (“Quella che doveva essere la mia famiglia… mi ha fatto capire cosa non sarei mai voluta essere… di essere diventata come loro”), aspra, spesso afflitta dalla violenza.

In questo quadro di riferimento – ove la droga, gli abusi e la morte spadroneggiano – Scilla conosce Renata (“Era Renata, la schizzata. Patrizia era sua sorella, e le era appena crepata davanti”), una ragazza che cattura le attenzioni con i suoi atteggiamenti (“Lei era una di quelle che contavano, al Quadrilatero 3”) e che impone uno strano rapporto di protezione alla nuova arrivata (“Renata, proprio quel giorno, aveva deciso di far comprendere a tutti che io ero roba sua… quasi fossi un insetto che poteva torturare a suo piacimento”).

E, come recita il luogo comune, se è vero che un fiore può nascere anche sull’asfalto, l’amore sboccia nel cuore di Scilla  (“In quel momento il destino faceva un bel nodo stretto attorno alle nostre vite sfilacciate, legandole per sempre”): arduo nelle premesse, contrastato nella dinamica, reso difficile – se non impossibile – dal carattere e dal difensivismo caparbio di Renata (“Renata le domande non le faceva a nessuno: la vita le aveva già dato tutte le risposte necessarie”).  La novità di questo romanzo risiede proprio in questo: non tanto nel lambire e affrontare il tema dell’amore saffico, quanto nel celebrare una drammatica e potente storia d’amore irrituale nei toni (“Odiarci era l’unica scusa che avevamo per non dover ammettere che in realtà ci amavamo”), nella durezza, nella disperazione (“L’unione di due angosce”) e nella crudeltà dell’evoluzione (“Stavo malissimo… da quando si vedeva con l’Indiano”).

E che ne è poi di Scilla dopo l’allontanamento dalla periferia vilipesa sì, ma tuttavia rimpianta (“Per me l’Isola è una ferita che non cicatrizza, una nostalgia a cui nemmeno potevo dare un nome”)?
L’aspettano una storia d’amore con Nicola (“Mi piaceva l’idea di avere incontrato qualcuno che era ancora in grado di sognare, perché io di sogni non ne avevo più”), la maternità (“Io resterò con lei, a raccontarle un’altra montagna di bugie su quanto suo padre le volesse bene”) e la sfida più difficile: quella per il riscatto personale.

Credibile nella costruzione, sorretto da una narrazione ben lontana da ogni accenno di retorica, sulle rime della poesia maledetta (“Non sei tu, è la vita che fa male. E se sono condannata a farmi male, ho almeno il diritto di scegliere da chi voglio farmi ferire”) e con il timbro di un naturalismo tutto contemporaneo (“Quel sogno sarebbe durato solo il tempo di un orgasmo, il più dolce e il più doloroso di tutta una vita”), il romanzo di Enrica Aragona scardina le difese di chi legge e scandisce la partitura di una tragedia urbana dal finale aperto.

Bruno Elpis

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